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T. Ford-A SINGLE MAN-Un grande libro per un bellissimo film

 

Angeli o Demoni?                         

 Ambientato a Los Angeles nei primi, tormentati anni sessanta, con una crisi internazionale in pieno sviluppo  Cuba), A Single Man (Tom Ford 2009) narra la storia di George Falconer, un professore universitario inglese di 52 anni [Colin Firth], che fatica a trovare un senso alla propria vita dopo la morte del compagno Jim [Matthew Goode]. George vive nel passato e non riesce a vedere il suo futuro. Nell’arco di una giornata, in cui una serie di eventi e incontri lo porta a decidere se la vita dopo Jim abbia un senso oppure no, George trova conforto nella sua più cara amica, Charley [Julianne Moore], una splendida 48enne, anche lei alle prese col suo futuro. Un giovane studente di George, Kenny [Nicholas Hoult], diventa una specie di angelo custode del prof…

Il Film trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood, A Single Man, Einaudi 1964. Alcune differenze sono evidenti, ma entrambi sviluppano in modo totalmente coinvolgente e profondo la crisi esistenziale non di un solo uomo, ma dell’essere umano di fronte a se stesso e alle proprie debolezze e ai propri sentimenti. 

Kenny è l’angelo della storia, bello, morbido nel suo pullover d’angora bianco che rivela la ricchezza del suo background. Alto, filiforme, occhi di un azzurro intenso, pieno di parole e di verità non verità, pieno di attenzione e cura. Obbliga lo spettatore cinico e incrostato dal tempo e dalle stupide immagini superficiali sui giovani d’oggi, a spostare il suo sguardo sulla intensità di percezione, ingenua e maliziosa allo stesso tempo che solo i giovani possono avere, sull’intelligenza emotiva, al primo impatto non evidente, di chi, per la sua bellezza, per i clichè che si porta addosso “letteralmente parlando”, per le giovani ragazze, belle e disinvolte di cui si circonda (ma anch’esse con sguardo dubbioso.) E’ bellissimo il dialogo tra professore e studente sull’apparire e sull’essere veramente.

Kenny tallona il prof, per tutta la giornata, lo ha visto diverso a lezione, perso nel suo mondo di dolore, sofferenza intima e nei suoi progetti di morte, alimentati dal demone che è in lui e di cui non riesce a liberarsi. Tutti i personaggi comunque gli stanno vicini e nello sguardo di tutti, nonostante ciascuno colga l’occasione per buttar fuori anche le proprie debolezze, si legge amore, attenzione, preoccupazione desiderio di aiutare un uomo in grande sofferenza. Il piano finale, quello di togliersi la vita dopo la morte accidentale del suo grande amore Jim, fallisce, ma solo nella modalità di esecuzione, un altro angelo, il suo cuore o il bacio di Jim che gli appare negli ultimi istanti prima di morire, gli viene in aiuto e lui si lascia andare ad esso e muore dopo aver ritrovato un minimo di equilibrio, grazie anche alla notte di conversazione e condivisione con il giovane, bellissimo ed empatico Kenny che fa intravvedere a George (un superlativo Colin Firth, doppiato magistralmente in Italiano da Massimo Lopez) la trasformazione nel suo rapporto con gli studenti. La sua visione di questa massa in movimento ondeggiante e senza riferimenti, assume con Kenny un volto nuovo, più ricco ed interessante. Se fosse sopravvissuto all’infarto sarebbe tornato ad essere un professore migliore, con uno sguardo ancor più ampio di quanto fosse prima, e ancor più attento e disponibile al vero ascolto.

Breve la parte di Charlie, (Julienne Moore), ma quanta vita nel suo viso, nella sua pelle lentigginosa, nel suo trucco carico e visibile così come vorrebbe essere lei: una fiamma lussureggiante che da e prende vita. Eppure si rassegna dopo un ennesimo tentativo di fare l’amore con George, si rassegna perché lo ama profondamente, di un amore che va oltre, seppure inglobandolo, l’attrazione sessuale impellente. Si rassegna e si rinvigorisce nella sua ricerca di felicità e di senso. La stessa ricerca che colora tutto il film..

Estetica e vita: ciò che appare è. E Oscar Wilde è il faro. Case bellissime, ma non impossibili. Jim e George vivevano insieme in una specie di rifugio da giungla urbana: tanto legno, calore morbido; vetro, freddo, ma trasparente, che piace di più a Jim, solare nel suo sorriso e nelle sue decisioni di vita, piace meno a George, meno avvezzo alle trasparenze. Per sua stessa scelta professionale, l’insegnamento, è un pò abituato ad una certa ambiguità, ad un continuo sdoppiamento, anche se lui non avverte o non vuole accettare questa sua intima essenza e a Kenny, nella notte fatale, su sollecitazione dello studente, conferma con convinzione,” Io sono ciò che sembro” e dunque trasparente…

Estetica: magia totale nel film, elegante, ma  con Tom Ford “sa va sans dire”… non ostentato, non ammiccante e morboso. Eppure, come può un prof, sebbene americano, famoso e in un college di un certo rilievo, permettersi un look così “fashion”? Anche in questo è Tom che detta legge e rompe i canoni del professore in giacca di tweed (George è Inglese) o del professore più alternativo in tuta o camicia a quadri, informale per essere come i suoi studenti. George, no, George vuole marcare la differenza…

Flashback non invadenti e non improvvisi: si scivola dentro di essi con morbidezza e naturalità: Il primo incontro alla taverna, con un Jim in divisa bianca da uomo di mare…bello come il sole, ma anche George fa la sua parte, forse appare anche più forte e determinato, tuttavia, è Jim che prende l’iniziativa o, meglio ancora, la prendono i due sguardi, che si incrociano e subito cominciano a dialogare…

Un posto a sé riveste l’acqua. Jane Campion e il suo The Piano hanno fatto scuola. Acqua sotto forma di neve immacolata sopra il corpo sanguinante di Jim. Acqua-pioggia durante il loro primo incontro e acqua come vita e, forse come ricerca di morte, nel bagno notturno con Kenny.

Luce, luce d’oro, bosforiana, nell’incontro casuale con Carlos, bello e irresistibile. Tutti belli questi ragazzi, ripresi in pose plastiche da modello, ma Tom è un maestro di queste visioni. Luce bianco-sabbia nel canyon, luci soffuse all’interno delle case, ma abbaglianti negli esterni. Famiglie rumorose, felici, curiose, infelici, ficcanaso… tutto nella norma di una città americana anni 60, macchine di una bellezza e pulizia sfolgoranti, interni in radica, modanature d’acciaio, vetri che si abbassano a manovella, verdi intensi color bosco sferzato dalla luce d’autunno.

Tutto nella normalità, anche il dolore incontenibile di George ed in questa normalità, descritta con una matita angelica, quasi divina, accompagnata da un ritmo musicale dolce, profondo intenso e doloroso, rotto solo dal twist-shake spensierato con Charlie, lo spettatore riesce a calarsi totalmente e a condividere con George e con i suoi angeli e demoni l’atmosfera carica di passione, sensualità e trascendenza.

L’adattamento cinematografico, sceneggiato peraltro dallo stesso Ford, dell’omonimo romanzo di Isherwood fa accadere qualcosa di inaspettato. Accade che, dopo aver visto questo film, venga impellente la voglia di leggere il libro, in lingua originale, con la certezza di ritrovare, magari amplificate e approfondite, le stesse emozioni, la stessa determinata lotta interiore di George. Ford sottopone il personaggio e i personaggi ad una introspezione psicologica da romanzo di rango e produce sullo spettatore una reazione che spesso si prova di fronte ad un capolavoro letterario.

 

 

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