F. D’Amore – CANTANTI E COMPLESSI MUSICALI “BEAT” IN ABRUZZO (1960-1970) I sogni, le speranze, le illusioni di una generazione. Noi c’eravamo…


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@scamardistudio 2002- Al fresco a Piazza Risorgimento-Avezzano

Operazione nostalgia?

Detesto le “operazioni nostalgia”. Le trovo prive di fantasia e rivolte a un passato vissuto come una perduta età dell’oro, quando invece è spesso la  fuga da un presente che non si riesce ad affrontare con occhi e strumenti  diversi  da quelli  a cui siamo abituati.

E tuttavia…

Capita che, del tutto casualmente, mi imbatto in Cantanti e complessi musicali “beat” in Abruzzo (1960-1970) I sogni, le speranze, le illusioni di una generazione di   Fulvio D’Amore, che indaga il fenomeno  dei complessi beat in Abruzzo in quell’arco di tempo che appartiene alla mia adolescenza. E allora non riesco a sottrarmi alla fascinazione del “bel tempo andato”.

Descrizione

Il lungo saggio scandisce l’intenso periodo tra gli anni 60 e i primi 70 attraverso  dei punti cardine:

  • Nascita,  sviluppo,  scioglimento  e ricomposizione di numerosi complessi musicali abruzzesi, sull’onda innovatrice che arriva dall’America e dal Regno Unito.
  • Rassegna stampa che, sebbene  sia talora ripetitiva e ridondante, svela uno  spaccato del giornalismo dell’epoca, infarcito di provincialismo, frasi fatte, una certa dose di “classismo”(vedi l’high society di Avezzano…la jeunesse dorée,) e un atteggiamento decisamente critico nei confronti  delle emergenti realtà musicali (capelloni zozzi e drogati, etc etc);
  • Nascita  di riviste specializzate sui “giovani” e la loro musica. E fu così che i giovani divennero un ghiotto target commerciale, ma anche una nuova e potente realtà sociale con cui fare i conti!
  • Talent show. A quante manifestazioni hanno partecipato  i nuovi  complessini! Erano organizzate per scoprire nuovi talenti a livello locale e nazionale (come il festival di Ariccia di  Teddy Reno). Oggi  tutti conosciamo bene la potenza dei Talent contemporanei, allora tutto era molto più “casereccio” e forse più genuino.
  •  Foto  dei  complessi più rappresentativi del momento, che, nonostante la cattiva qualità della riproduzione, riescono a restituirci  volti  innocenti, dagli occhi accesi  di passione e di entusiasmo, alimentati  da fenomeni  come Beatles, Rolling Stones e, nei primi anni 70  da grandi gruppi rock italiani (PFM, in primis) e internazionali che sostituiscono i vecchi  “beat” e che diventano  il punto di riferimento di chi vuole intraprendere una carriera musicale di qualità.
  •  Un contesto “antico” che si trova disarmato di fronte alla valanga dell’ innovazione. I giovani in cerca di affermazione erano considerati dei “ nullafacenti”, specialmente in una  cittadina  abruzzese ai confini con la modernità.  Eppure “il piccolo mondo antico” non può che attrezzarsi.  Come? I nuovi “complessi” vengono alla ribalta nelle feste parrocchiali, nelle feste dei vari istituti scolastici della cittadina, nelle famose cantine buie con le pareti  insonorizzate da cartoni per le uova dove, al ritmo delle canzoni più famose, italiane e straniere, nascono e fioriscono  amori adolescenziali. Fanno sorridere le  trasferte nei vari paesini e città abruzzesi, ancora senza autostrada, attraverso accidentati percorsi di montagna con amici al seguito. I portici di Avezzano! Il bar Ciccio!  la legnaia di Carletto, il Castmars, Il Cinema Rex a L’Aquila…

La maledizione della leva militare

Sembra che l’ obbligo “social-militare” fosse l’incubo delle band. Incombeva sui ragazzi. Nel momento in cui  intravedevano  una possibilità di successo  con la loro musica, la famosa cartolina piombava su alcuni di loro mettendo in crisi  tutto il gruppo. Nasceva  così l’esigenza di sostituirli. Naia, università, perdita d’entusiasmo generano un inarrestabile formarsi-sfasciarsi-riformarsi di nuove band con nuovi nomi  e vecchi componenti, che conferma comunque l’esistenza e la persistenza del sogno.

Impariamo l’Inglese…cantando

Negli anni 60 vanno di moda le “cover”, versione italiana di grandi successi, ma l’originale è tutta un’altra cosa. Alcuni  musicisti cominciano a imparare la versione inglese delle canzoni dei Beatles, ma risulta arduo far collimare il ritmo con il suono della lingua inglese, alcuni ci riescono meglio di altri e conferiscono valore aggiunto all’esecuzione. Da adolescente ho vissuto  questa esperienza con Mr Tambourine man di The Byrds, che D’amore cita nel suo saggio. Comincia a  farsi strada nella  mia lista dei desideri “professionali” la lingua Inglese e questa è la canzone che da il via. L’ ascolto, la riascolto, la canto … e imparo.

I Gens

Alcuni gruppi, che D’Amore elenca minuziosamente, hanno  successo ben oltre i confini della propria regione, in competizioni  nazionali.  Tra questi i Gens a cui mi lega un ricordo personale. Il loro grande successo In fondo al viale, mi riporta ai miei  felici anni 80  a Messina, con la mia giovane famiglia che quel viale lo  ha vissuto  intensamente. Parliamo del Viale San Martino, oggi molto diverso  dagli anni  dei Gens  e dai mitici 80.

Contraddittori anni  70-Estasi da concerti rock

Mi ha entusiasmato l’elenco dei concerti a cui hanno avventurosamente  partecipato  Fulvio d’Amore  e i suoi “colleghi”. Strabiliante! Come mi sarebbe piaciuto partecipare al concerto dei Santana! Posso intuire l’”estasi” vissuta da chi la musica ce l’aveva dentro e di musica aveva vissuto per un certo periodo.  Questi anni li sento più miei, li ho vissuti più profondamente e consapevolmente. Da adolescente ero presa da altre cose e la musica era solo un sottofondo piacevole sulle cui onde sognare. Arriva il progressive rock, l’inglese migliora e arriva finalmente un gruppo  rock  femminile: Le Najadi di Firenze. Ma arrivano  anche le discoteche e… addio ai complessini beat.

Carlos Santana
Carlos Santana

Gli anni  70 trascorrono avvolti  nelle loro contraddizioni  e, tra una manganellata e l’altra, si fa strada una ben più pericolosa “rivoluzione”. Il movimento di protesta del 68 non ha forse portato a compimento  tutti i progetti che l’avevano ispirato, ma  grazie anche a grandi intellettuali, come Fernanda Pivano, e a tutta una pubblicistica approfondita  e analitica del fenomeno,   sono emersi  valori fino ad allora rimasti sotto traccia:

“ i temi del pacifismo, l’antirazzismo, il rifiuto del potere come forma di dominio di pochi privilegiati sull’intera popolazione, i diritti delle donne e l’interesse per l’ambiente, entrarono definitivamente a far parte del  «dibattito politico e socio-culturale del mondo intero»”.p. 271

Gli Antenati   

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Mi piace concludere  con il  “complesso” che ha visto nascere e crescere la passione per la musica in Fulvio D’Amore, e di conseguenza questo volume. D’Amore,  insider consapevole e partecipe,   torna spesso  a parlare del suo gruppo originale, messo su  con Walter Spera, chitarra solista, Alberto D’Angelo, chitarra basso, Carletto Damiani, batterista ( aggiuntosi in seguito).

Pur avendo vissuto  gli stessi anni nella stessa città  dei quattro ragazzi  del gruppo, non ricordo di aver partecipato in modo travolgente alle loro performance che tanto entusiasmo suscitavano, specialmente tra le ragazze. Ma ne sentivo parlare e,  nel 1969 credo, quando  ormai il gruppo si era sciolto, incontrai  Walter ad una festa privata. Leggo  che recentemente  molti  gruppi dell’epoca hanno inciso un CD per beneficenza. Sarebbe bello poterlo ascoltare.

Riconoscere, riconoscersi

 Ho riconosciuto tanti nomi, tante situazioni ed eventi connessi  a tali nomi e mi sono lasciata avvolgere da quell’operazione nostalgia che mi aveva visto scettica prima di iniziare a leggere il saggio  di D’Amore. Ho  riassaporato l’aria ingenua e fresca  di una comunità che era di recente uscita dalle profonde ferite della guerra e che si  stava proiettando verso il futuro,  seppure tra mille  difficoltà.

La musica ribelle, lo spirito internazionalista dell’epoca, il bisogno di seguire l’amore, mi hanno spinto a  lasciarmi alle spalle questo “piccolo mondo antico”, che tuttavia mi porto nel cuore e che è parte  irrinunciabile di me.

Questa consapevolezza  ho colto  nel ”racconto” di  Fulvio e questo continuerò a portarmi dietro e dentro, mentre continuo a percorrere strade che si allontanano sempre più da quel dolce e impervio “luogo natio”. E comunque, viva sempre la musica e i musicisti!

La frase che resta

“ Non schedate le nostre coscienze!”

Un concetto valido nel 1967, quando  cominciavano a farsi sentire le prime voci  di protesta giovanile. Valido oggi, più che mai.