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S. Auci-I LEONI DI SICILIA. Tra le onde del Mediterraneo, le terre di Sicilia e d’Europa, i Florio tracciano il destino della modernità.

i leoni di Sicilia

I Leoni di Sicilia narra la storia della famiglia Florio, sin dalla prima dirompente e controversa tappa del proprio “destino”: il trasferimento da Bagnara Calabra a Palermo, con l’obiettivo di ampliare il traffico delle spezie.  Una volta raggiunta l’isola, la capacità imprenditoriale di Paolo e Ignazio va ben oltre la meta prefissata e comincia a spaziare in altri campi, fino ad occupare spazi commerciali e finanziari impensabili all’inizio dell’ impresa Siciliana.

Palermo

Palermo è parte di questa impresa. È una città cruciale, cuore del Mediterraneo, fondamentale nell’economia moderna. La vita palermitana dei Florio è il crocevia di eventi storici epocali per la Sicilia, per l’Italia e per l’Europa. 

“Palermo e la Sicilia si erano trasformate in un porto sicuro, lontane dall’influenza francese[…]E poi, soprattutto, erano al centro del Mediterraneo: questo aveva trasformato Palermo in una città che traboccava di commercianti e di marinai provenienti da tutta Europa.”

Amore

Per i Florio l’amore è una questione pubblica, ovvero legata alle sorti economiche della Casa, proprio come accade nelle famiglie ricche e nobili dell’epoca. Paolo vuole che suo figlio Vincenzo sposi un’aristocratica perché ha bisogno di un titolo nobiliare che dia prestigio alla sua ricchezza.  Vincenzo fa suo questo desiderio, ma l’amore vero lo porterà in tutt’altra direzione, una direzione di nome Giulia.

“Con il gomito appoggiato allo sportello, Vincenzo riflette…] Le[ parlerà della smania che gli fa nascere dentro; del fatto che, di notte, rimane sveglio pensando a lei; di come vorrebbe toccarla; di quanto vorrebbe vederla con i capelli sciolti sulle spalle nude. Lo farà perché sa benissimo che lei non riferirà a nessuno quelle parole, men che meno a suo padre. Lo farà perché Giulia nulla può opporre alla vertigine che, ne è certo, si è impadronita di lei. Lui la conosce bene, quella sensazione: la prova quando riesce a mettere le mani su un carico prezioso o quando un affare complicato va a buon fine. Però lei non è un carico di sommacco o una cantina. Un carico si vende e si passa a un altro; un affare si chiude e si passa a un altro. Invece quella femmina non passa, gli fa perdere la testa, lo fa ubriacare. Muore dalla voglia di averla nel suo letto, per Dio!”

Ignazio, prende le redini dell’impresa alla morte improvvisa del fratello Paolo. E con l’impresa eredita la responsabilità della sua famiglia. La cognata Giuseppina ne è il cuore. E rapisce il “suo” cuore, eppure Ignazio si tiene a distanza di sicurezza, continuando ad amarla in segreto, profondamente e con rispetto, fino alla morte.

“Ciò che prova per Giuseppina non ha più il sapore della passione. È qualcosa che ricorda la dolcezza delle sere d’autunno, con la consapevolezza che l’estate è alle spalle e che l’inverno attende dietro la porta.”

Viva l’Inghilterra!

Vincenzo viene accompagnato con molta cura e attenzione nella sua crescita professionale. Molto importante si rivela il suo viaggio nell’Inghilterra neo-industriale, con Ben Ingham, imprenditore e amico di Paolo e Ignazio. Viaggia nello Yorkshire, vive la meraviglia di posti così diversi dall’amata Palermo e prova stupore di fronte alle moderne macchine industriali. Guarda, ascolta e impara. E sarà lui che porterà all’interno della sua industria di lavorazione delle spezie i nuovi stupefacenti macchinari.

«Allora? Cosa ne pensate dello Yorkshire?»”- “Benjamin Ingham è seduto nella carrozza davanti a lui. Gli parla in inglese. Vincenzo ha il naso schiacciato contro il finestrino e osserva la campagna. «È bello, ma tutta l’Inghilterra è diversa da come me la immaginavo», risponde infine. «Pensavo fosse piena di città e case.» Lo guarda. «Non avevo mai visto così tanta pioggia, e in agosto, poi.» «Sono i venti dell’oceano che la portano», spiega Ingham. «Qui non ci sono montagne che frenano le nuvole, come in Sicilia.» Poi osserva l’abito del giovane e annuisce, soddisfatto. «Il mio sarto ha fatto un ottimo lavoro. Ciò che avevate portato da Palermo non era adatto a questo clima.» Vincenzo tasta il panno della giacca: è caldo, resistente, non permette all’umidità di passare. Ma ciò che lo ha davvero sorpreso è il cotone con cui sono realizzate le camicie. La sua biancheria aveva una trama grezza; questa, invece, è morbida, ottenuta da telai a vapore che Ingham gli ha descritto in toni entusiastici.”

Rivoluzione Industriale e bimbi al lavoro“«Ci sono più di trenta persone impiegate qui. Il lavoro ha un suo ordine ben preciso: di là si producono i filati che poi vengono lavorati in questo settore dello stabilimento.» Indica una parte del capannone che sembra più luminosa. Vincenzo scorge dei bambini seduti a cardare la lana. «Prima erano pastori o tessitori in casa; ora hanno un salario certo e un tetto sulla testa.»”

Casa Florio cresce e si trasforma

“«A te l’Inghilterra fa bene. E anche a noi.» Ignazio prende sottobraccio il nipote…”

Ignazio assisterà con amore e competenza la maturazione imprenditoriale e umana di Vincenzo. Tra mille difficoltà di ogni tipo, insieme faranno diventare Casa Florio una potenza.

“Usa il tono pacato di una constatazione, eppure i commercianti si scostano, sono confusi. Il mite Ignazio Florio non ha mai avuto parole di minaccia. Si allontana senza guardare in faccia nessuno. Se la sente bruciare dentro, la rabbia: corrosiva, ingiusta. A Palermo non basta lavorare e spaccarsi la schiena. Si deve sempre alzare la voce, imporre un potere, vero o presunto, combattere contro chi parla troppo e a sproposito. Conta l’apparenza. La menzogna condivisa, il fondale di cartapesta su cui si muovono tutti in un gioco delle parti. La realtà, la ricchezza vera, non te la perdona nessuno.”

Il solco è tracciato

Quando Vincenzo rimane solo con le “sue” responsabilità continua nel solco tracciato da suo padre e da suo zio. Al suo fianco c’è Giulia, borghese milanese che gli ha catturato l’anima e lo ha messo di fronte a delle scelte in contrasto con il desiderio di suo padre. Giulia è una donna moderna, risoluta, innamorata, che accetta la vergogna di fare l’amante dell’uomo potente, la mantenuta in una casa presa apposta per lei da Florio. Accetta perfino di diventare madre di due bambine fuori dal matrimonio. È irremovibile. Vincenzo lo è altrettanto e non vuole sposarla, ma quando nasce Ignazio, il tanto desiderato erede “masculo” cede, anche contro la volontà della madre e della società. Il loro è un sodalizio d’acciaio che sarà fondamentale per la prosperità di Casa Florio.

E Ignazio jr non può che continuare quanto il padre e lo zio hanno iniziato e lo fa con perizia e determinazione, incrementando ricchezza e potere, e acquisendo prestigio grazie al matrimonio con un’aristocratica che finalmente porterà un titolo nobiliare a casa Florio, a costi altissimi, come la dolorosa rinuncia  al grande amore francese. 

Scelte stilistiche

I Leoni di Sicilia si legge con il piacere che di solito provocano le saghe familiari complesse e avvincenti. I meccanismi narrativi che Stefania Auci adotta nutrono tale piacere accompagnando il lettore nell’ intenso viaggio all’interno dell’universo Florio:

– l’uso del presente storico avvicina il lettore ai protagonisti, quasi in una dimensione tridimensionale, ed è per questo molto efficace. Conferisce al racconto un bel ritmo sostenuto che non concede  neanche un attimo di stanchezza.

– Anche i proverbi giocano un ruolo importante nella storia. Le radici popolari dei Florio non possono non affondare nella cultura dei proverbi. Bellissima è l’idea di Auci di introdurre ciascun capitolo con un proverbio che riassume il senso della vicenda di quel segmento narrativo. A voi rintracciare nell’elenco l’argomento del capitolo che introducono:

Cu nesci, arrinesci. «Chi esce, riesce.» 16 ottobre 1779

Cu manìa ’un pinìa. «Chi si dà da fare non patisce.» 1799-1807

‘U putiàru soccu ave abbànìa. «Il negoziante decanta ciò che ha.» Estate 1810 inverno 1820

’U pisu di l’anni è lu pisu cchiù granni. «Il peso degli anni è il peso più grande.» 1820-1828

Addisiari e ’un aviri è pena di muriri. «Desiderare e non avere è una pena da morire.»1830-1837

Unn’è u’ piso và a balanza. «Dove c’è il peso va la bilancia.» 1837 1849

Nuddu si lassa e nuddu si pigghia si ’un s’assumigghia. «Non ci si lascia e non ci si sceglie se non ci si somiglia.» 1852 1854

Cent’anni d’amuri, un minutu di sdigno. «Cent’anni d’amore, un minuto di collera.»1860 1866

Di ccà c’è ’a morti, di ddà c’è a sorti. «Da una parte c’è la morte, dall’altra il destino.» Settembre 1868

La Sicilia in immagini e proverbi

Immediata e spontanea arriva la connessione con il progetto fotografico-editoriale di Stefania Scamardi, VERBO A FAVOR (Scamardistudio-Ed. Fortunaimage 2019), che incrocia proverbi siciliani e foto della Sicilia

Cosa sapevo dei Florio…

Cosa sapevo dei Florio prima di leggere I Leoni di Sicilia? Conoscevo La Targa Florio, storica corsa automobilistica tra le antiche strade della Sicilia e il marsala nello zabaglione, unica sporadica concessione “alcolica” a noi bambine. E il marsala è legato anche ad una splendida gita nella meravigliosa  Mozia, al piccolo e prezioso museo Whitaker (che ritroverò con i Florio). Dopo Mozia arriva la sbornia di marsala. Allegra, leggera e piena di ottimismo,  in una romantica notte d’ inizio estate, spinge un gruppo di persone, nella vita di ogni giorno austere e rispettabili, ad inneggiare a questo dolce vino ottocentesco per le strade di Marsala. La mia conoscenza dei Florio si ferma qui. Poi arriva il libro di Auci.

Una finestra spalancata 

I Leoni di Sicilia ha spalancato una finestra su un mondo antico e moderno nello stesso tempo, amante e rispettoso delle tradizioni e contestualmente trasgressivo, feroce, animato da una voglia di novità e di successo inimmaginabile.

Sensazioni contrastanti

Mi ha lasciato sensazioni contrastanti: talora sgradevoli nei confronti di Vincenzo, per esempio. Così coriaceo, freddo e prepotente, forse anche più del padre Paolo; talora ricche di ammirazione per la dolcezza di Ignazio, per la tenacia e la modernità di Giulia,  per la maturità e consapevolezza di Ignazio jr.

Incantesimo palermitano

Ha riacceso l’incantesimo che Palermo ha sempre esercitato su di me. Qualche tempo fa, tornando da San Vito lo Capo, siamo andati a Mondello per salutare i nostri amici storici di Palermo. Abbiamo attraversato una strada magica che conoscevo  già, ma che ho rivisto con occhi nuovi. Una strada, descritta anche nel romanzo, che taglia il Parco della Favorita e che ho ancora davanti agli occhi per la sua maestosa bellezza. Percorrendola mi sembrava di essere in una carrozza stile Florio,  illuminata dal sole caldo e impregnata dei dolci profumi di Settembre.

 

Assaggi

Donne e seta a Messina- “La seta non appartiene a Palermo. Appartiene a Messina. O, meglio, vi apparteneva. Dallo Stretto fino alla piana di Catania, famiglie di contadini allevavano bachi da seta all’ombra di gelsi secolari, le cui foglie erano usate per nutrire le larve. Erano soprattutto le donne a occuparsene, e a loro andava il compenso per quel lavoro puzzolente e ingrato. Erano più libere e indipendenti delle contadine o delle serve presso le famiglie nobiliari. Potevano tenere per sé il guadagno. Soldi preziosi, sudati, che le donne spendevano per acquistare il corredo o per comprare il mobilio della futura casa.”

Arriva la Cina e le cineserie-destino della seta messinese-“Poi la scoperta: in Estremo Oriente di seta se ne produceva di più, e a costi molto più bassi. Arrivano così le stoffe degli inglesi, che acquistano nelle colonie balle di filato per lavorarle in patria, oppure importano stoffe adorne di disegni esotici. Basta con le righe e i colori tristi che si stampano in Europa. Dopo i lunghi anni delle guerre contro Napoleone, c’è voglia di fantasia e di vitalità. Le esportazioni dalla Sicilia verso il resto dell’Italia cominciano a diminuire e poi quasi cessano. I gelsi cadono in abbandono. Inizia la mania delle cineserie: mobili, porcellane, avorio intagliato. E, ovviamente, stoffe.”

L’insegna dell’aromateria- “Ignazio indica una lunga insegna di legno dipinto: è appoggiata in terra, in fondo alla stanza. I colori sono vividi, ancora freschi. In basso, la firma sottile del pittore, Salvatore Burgarello, ben conosciuto a Castellammare.”

La pervicacia di Vincenzo- “Dunami tempo, dissi u’ surci a’ nuci, ca ti percio.» «Tu e i tuoi proverbi.» Carlo ride. «Sei più palermitano di certi palermitani di settima generazione. Che vuol dire?» «’Dammi tempo, dice il topo alla noce. Dammi tempo che ti buco.’ Io sono uno che non molla, Carlo.”

I politici- “Da quella faccenda della rivoluzione, Vincenzo si era riproposto una cosa: rammentare sempre che ai politici non bisognava dar fiducia. Usarli, manipolarli, comprarli, se necessario, perché ogni uomo ha un prezzo. Però mai, mai fidarsi ciecamente di loro.”

 L’ira dei rivoltosi– “«Per voi, io sono il signor Pasquale Calvi. La mia fede politica ricusa i titoli nobiliari. E con voi, certo, non abbiamo speranza che qualcosa possa cambiare.» Li fissa, e nei suoi occhi c’è un rancore incendiario. «Io e i miei compagni sognavamo una Sicilia libera, una terra indipendente e confederata con gli altri Stati italiani. Nessuno di voi ha creduto veramente a quest’ideale, nessuno! Ci siamo battuti per niente. E ora, a causa della vostra ignavia, pagheremo per tutti. Il mio nome è sulla lista degli esiliati. Io, costretto a lasciare la mia patria! Con la vostra paura, sì, avete condannato me e altri figli di questa terra a un destino di esuli. Se aveste avuto coraggio, se aveste accettato di armarvi e combattere, a quest’ora i napoletani non sarebbero alle porte della città.»”

Il conflitto di interesse- “«Sono la persona che paga più tasse in tutto lo Stato, che garantisce ricchezza con le sue importazioni, e che rifornisce l’esercito di medicinali e zolfo. Voi, invece, mi mettete alle strette. Mi avete persino confiscato gli argenti che il governo rivoluzionario mi aveva assegnato come pagamento nel 1848…» Si ferma, prende un respiro, beve un sorso di caffè. Sui volti degli altri due uomini c’è un profondo sconcerto. Ma nessuno parla. «Il governo mi deve molto», conclude Vincenzo. «Voi due mi dovete molto.»”

Pomelie nella villa dei Florio– “Nella sala e lungo la teoria di stanze, cesti di gigli, rose e pomelie, il fiore che è quasi un simbolo di Palermo,”

pomelie

Pomelie

 

Bomboniere-Beniamino Joppolo-GLI ALBERI DI ALBERTO, un abbraccio vitale in “un sensuale rapporto con la natura”

 

 

Joppolo-Gli alberi di Alberto (2)

La storia narrata è strettamente connessa alla  “storia” del libro. Ed io voglio  raccontarvele entrambe.

Taschinabili

Gli alberi di Alberto di Beniamino Joppolo, è pubblicato da una casa editrice indipendente di Messina,  Il Pungitopo  e fa parte della collezione dei “Taschinabili”.  Portarsi un libretto  nel taschino, magari sul cuore, è un’invenzione golosissima! Affascinante!  

L’ho ricevuto come bomboniera di nozze, nella sua scatolina azzurra calda intima e piena di promesse. Gli sposi, due giovani professionisti Messinesi, hanno voluto donare agli ospiti una parte di sé e della loro amatissima terra, da cui sono partiti per studiare e  lavorare in Veneto. Invece del solito oggettino da relegare nelle profondità della soffitta o di qualche vetrinetta, eccovi un “taschinabile” da leggere e godere per coltivare l’anima.

Sulle colline del Messinese, tra mare e terra, sullo sfondo di una magnifica villa, alla luce di un tramonto marino infuocato e sognante, fanno bella mostra di sé su un lungo tavolo appoggiato ad una parete della casa,  decine di pacchetti, tutti uguali e misteriosi. Ne prendo uno a caso. Lo apro avidamente. Ancora non so cosa contenga, mi aspetto una bomboniera diversa dal solito, conoscendo gli sposi, ma ciò che trovo va oltre ogni mia aspettativa.

Trovo un libro piccolo piccolo,  Gli alberi di Alberto di Beniamino Joppolo. Non  lo conosco e non so nulla dell’autore, ma il titolo mi piace, evoca altre storie e un mondo naturale, sempre affascinante.  Lo considero anche una buona occasione per conoscere Joppolo.

La storia inizia in medias res. È estate, un agosto  caldo  e affollato di rumorose cicale.  Alberto è seduto al balcone della sua casa di campagna e si gode il silenzio che piomba finalmente quando le cicale decidono di stare zitte…

È solo, in compagnia  dei suoi silenziosi  sogni.  Ma un telegramma spezza gioiosamente il silenzio del luogo  e della sua anima: suo fratello, sua sorella,  e i nipoti verranno in vacanza nella terra degli avi, a ricongiungersi con i ricordi d’infanzia. Alberto è strafelice e pronto ad accoglierli nel migliore dei modi.

Il giorno dell’arrivo fa una corsa liberatoria attraverso la  sua campagna, salutando  in modo insolitamente allegro chiunque incontri, abbracciando i suoi amati alberi: i noccioli, i ciliegi, i gelsi. Insomma, è incredibilmente felice di rompere la tanto amata solitudine.

silvoterapia-abbraccio Joppolo

Arrivano gli ospiti. Alberto cerca di abbinare con i  corpi che ha di fronte il ricordo che ha di loro, trova differenze, riscontra piacevoli similitudini. La sorpresa più forte la riservano i due nipoti adolescenti  Gabriella e Giovanni.

Il  “povero, vecchio zio Alberto” diventa facile  preda di  una fascinazione speciale per questi due ragazzi e decide di lasciare loro in eredità  il vecchio noce e il vecchio ciliegio piantati da lui stesso bambino. I due accettano  con gratidutine e bontà, ringraziano e abbracciano  lo zio per questo pensiero.

 

Il testamento di Alberto

“Di quello che è di vostra madre e di vostro padre decideranno essi, ma io sin da ora volgio dirvi cosa ho deciso per il mio. Alberto indicò un noce smilzo alto con folgie lunghe di un verde slavato:

-Quel noce l’ho piantato io.

Poi indicò un ciliegio ampio tozzo con folgie piccole acute spesse tutte tempestate di piccole macchie rosse.

-Ed anche quel ciliegio l’ho piantato io.

La sua voce cominciò ad emozionarsi: Il noce lo lascio a te, Gabriella, come mio ricordo, e il ciliegio a te, Giovanni. I due nipoti lo guardavano e gli sorridevano con bontà. Per cui egli sciolse il suo cuore nelle parole con una piena fiducia abbandonata:

“Io amo tutto quello che i vostri nonni mi hanno lasciato e volgio che anche voi amiate tutto…”ppgg 76-77

La realtà è  testarda e feroce. Alberto, si trova inevitabilmnte a farci i conti e ad uscire finalmente dal suo mondo sospeso. Gli è servito allo scopo incontrare i suoi fratelli, ma soprattutto i suoi due giovanissimi nipoti in preda a risa e pulsioni adolescenziali. 

Vengono dalla città Giovanni e Gabriella, da Torino lei e da Siracusa lui, hanno poca familiarità con i vecchi “padri alberi”. E Alberto lo scopre, mentre loro amoreggiando, commentano il gesto del “povero zio” . Ma chi pensa mai di di rinchiudersi  qui per curare gli alberi dello zio!

 

È la svolta, narrativa e vitale. Alberto viene riportato bruscamente alla realtà e scopre di amare profondamente la sua terra aspra, i suoi generosi alberi, che lascerà invece a chi  già li ama e li amerà sempre. E comincia anche a vedere la gente di campagna con occhi nuovi, li capisce di più e desidera ardentemente che rimangano  proprio così come sono sempre stati, con tutti i loro difetti.. Questa è la loro bellezza.

Leone il fattore decide di andare per il mondo, ma alla fine…-

“ Cosa hai deciso Leone?

-Ho deciso di andarmene , don Alberto.

-Andartene?

– Sì, andarmene.

– E dove?

– Per il mondo

– Ah!

– Cosa vuole, don Alberto, una volta o l’altra bisogna pur decidersi a girare per il mondo, a tentare la fortuna…Qui non c’è speranza, don Alberto” p.13

È la filosofia che ispira questa storia a catturare il lettore. Il ritmo, il linguaggio, gli eventi sono meno coinvolgenti, pur presentando un efficace climax interno alla psicologia del protagonista. Alberto è un personaggio  tutto “round”, che dopo un percorso di riflessione e sofferenza modifica il suo approccio alla vita.  Rimane di questa lettura la spinta vitale dell’abbraccio appassionato  agli alberi, un abbraccio fisico  e psicologico, un abbraccio che apre alla speranza.

 “Caro noce, caro nocciolo, caro ciliegio, cara quercia, caro castagno, caro ulivo, non preoccupatevi, non pensateci, chi non ama voi non ama le radici, chi non ama voi non ha viscere complete, manca delle viscere della linfa vegetale, è un menomato, è un deficiente, non pensateci…, E con la mente Alberto sentiva nell’abbraccio le tenere scorze di noce, di nocciolo, di ciliegio, di quercia, di castagno di ulivo, cedere al suo affetto in svenimenti di crepuscolo” p.86

 

Ancora un paio di assaggi…

morus_alba

Lo Stretto dei Dardanelli: Il gelso-casa di zio Emanuele- “Lo zio Emanuele possedeva un gelso il cui tronco si sviluppava metà orizzontalmente e metà verticalmente. Volle costruire una stalla vicino al gelso ma non volle sacrificare il gelso e allora lo fece passare dentro e certe volte lo usava come cuscino per dormire. Poi aggiunse una stanza alla stalla, poi un’altra, finché non costruì una casa a tre piani con per fondamento di fede il tronco di gelso, un casa rettangolare stretta,, “lo Stretto dei Dardanelli” piena di finestrelle proprio come una colombaia, sicché sembrava una casa che aveva la virtù di cambiare in colombo chiunque si mettesse ad abitarla. Ed Alberto ora tubava dal ridere mentre guardava quella casa e ancora incominciò a correre”p.44

Il Paradiso degli aranci- “ E Alberto andò oltre per viuzze pietrose e irregolari che di tanto in tanto avevano dei giardini chiusi da muri. Uno ce n’era di aranci i cui tronchi e le cui radici erano al muro aggrovigliati e pure avevano un disperato e intenso verde cupo di foglie e di grossi frutti acerbi dalla scorza forte  grossa e rugosa. E Alberto pensò che  se anche per le piante esistevano un inferno e un purgatorio e un paradiso per quegli aranci  era certa,mente riservatop il paradiso in considerazione del disperato e continuo sforzo che facevano per aprirsi la vita con i denti rabbiosi delle radici tra calcinaccio e ciottoli” pp.gg 57-58

DAL TITOLO: “ un  sensuale rapporto con la natura[…]in un linguaggio lirico che echeggia variamente G. Leopardi, G. D’Annunzio, D. Campana”. Dizionario Treccani

 

Maria Luisa DanieleToffanin-APPUNTI DI MARE-Abbracci di Sicilia fino a Lampedusa. Ed è subito POESIA.

 

lampedusa faro capo grecale

Faro di Capo Grecale a Lampedusa

 

Il regalo di Daniela, compagna di palestra e di letture, è corposo. La busta di carta, rigorosamente ecologica, contiene dieci piccoli volumi di  poesie e racconti, di Maria Luisa Daniele Toffanin, poetessa Padovana.

Li prendo  tra le mani, li scorro velocemente, uno  per uno, quando  l’occhio si posa avido su Appunti di mare, che sembra inviarmi  un richiamo profondo a cui non riesco a sottrarmi. Comincio a sfogliarlo e la meraviglia comincia ad avvolgermi.

Le delicate  “ali” di poesia di Toffanin volano su luoghi ben noti alla mia anima e della  mia esperienza: Oliveri,  Marina di Patti, Tonnarella, Tindari,  Milazzo,  Montalbano Elicona, Castroreale…le “piccole” isole, fino a Lampedusa, patria per eccellenza del viaggiatore “altro”.

appunti di mare-toffanin

Quanto tempo, quanta vita, quanto mare da quei lontani giorni in cui l’amore mi ha trasportato dall’aspro Abruzzo alla caleidoscopica Sicilia! All’unisono con la poetessa, in comunione, ho sentito vibrare corde antiche. Sulla spiaggia, sui traghetti, sul sentiero che ardito porta al mare, dentro l’involucro delle onde schiumose che ti avvolgono, avverti il calore del grembo materno, nel quale torni sempre volentieri a ritrovare te stessa.

Le ho sentite mie le sue gocce di umanità condivisa nel lungo viaggio verso la consapevolezza e l’accettazione della nostra natura umana, così limitata da confini corporei  a rischio, eppure  così immensa nella sua ricchezza di potenzialità.

I versi di Toffanin sono pura musica della natura, sapienti nella loro struttura tecnica eppure liberi  e svolazzanti  tra colori e movimenti naturali e avvolgenti. Cielo, mare, volo di uccelli, tramonti e albe, in successione, uomini e pesci, storie, favole. Richiami al Dio in cui credi, o a quello a cui aspiri, e sogni di trovare dentro di te.

E sono musica di parola anche i frammenti in prosa che riassumono il significato della poesia e lo rafforzano. Condivido un’unica breve poesia Forme-suoni- immagini.(p.78)e alcuni “assaggi” da altre.  Stiamo per partire da Lampedusa, alla fine del viaggio con Maria Luisa.

Forme-suoni- immagini

Sono una goccia salmastra

Dal vento sollevata sulla roccia

Che con guizzi d’iride

Chiede del suo essere là

Perla di luce riflessa.

Sono l’onda più ardita

Inquieta l’irsuta criniera

Agitata dall’abisso

Arcano insoluto quesito.

Sono l’onda piatta-pecora d’acqua

Che là nella cala bela

Al suo insicuro vivere

Ma sullo scoglio presto tutta si terge

Dalle sue scorie intime purificata.

Sono l’eco smeraldo

Dell’acqua più pura

Che invoca il tuo corpo

All’amplesso del mare.

M.L. Daniele Toffanin

 

 

Assaggi- Gocce d’ infinito

 

M. Toffanin-Disegni per Appunti di mare

In questo verso brilla  l’universo: umanità, firmamento, acqua/vita– “Traghettando la notteII Noi umane stelle d’acqua… 37

Echi Calviniani affascinanti– “Ora se una notte un viaggiatore andando per mare su un antiquato e lento traghetto, scoprirà in un attimo di bagliore la valenza dell’Amore nel nostro vivere, capirà anche il senso di questo traghettare la notte, il giorno, di questi balzi da scoglio in scogliocercando risposte al mistero, comprenderà pure la ricchezza degli incontri umani e la pienezza del rapporto con la natura.”38

Tempo di luna rossa   “Rossa la luna e perlacea l’albaRossa la luna accende/l’occhio opaco dell’oblò/e l’anima s’infiamma/a gocce di cristallo/sul vetro della notte…”39

Come a Stromboli e su tutte le “piccole”  isole“Attracca la nave-L’arrivo della nave scuote la solitudine dell’isola, riporta vita, rinnova vita,riunisce uopmini e spazi, segna con arrivi e partenze il tempo.”46

Parole-suono-ritmo di onda Quesiti di mare- II Ma tu che cavalchi cavalli di cristallo immenso…62

A.Camilleri-IL METODO CATALANOTTI. Svolte pericolose tra Amore, Stanislawskij e Psicopatologia

 

ilmetodocatalanotti

Camilleri riesce  a sorprendermi con il suo ultimo romanzo. Il Metodo Catalanotti ripercorre il sentiero noto agli appassionati dello scrittore Siciliano e del suo Montalbano, ma questa volta il lettore viene invitato ad imboccare una strada poco battuta, dove si intersecano armoniosamente tanti viottoli affascinanti. Ed è subito teatro nel teatro-nel romanzo-nella poesia, in un tripudio letterario e popolare, maneggiato con una maestria narrativa che solo un grande come Camilleri  possiede.

Tutto diventa “similvero”, ma totalmente autentico e il lettore fa scattare la sua “willing suspension of disbelief”, dove tutto può accadere, tutto è reale e fittizio, tutto è teatro e vita, tutto fa parte dell’universo umano e del regno dell’immaginazione.

Samuel Taylor Coleridge: I try to convey a semblance of truth in my writing to produce for these shadows of the imagination a willing suspension of disbelief that, for a moment, constitutes poetic faith.

In questa storia, Salvo Montalbano prende una cotta fenomenale per la bell’Antonia della Scientifica, che gli fa mettere in discussione tutta la sua vita; Mimì Augello fa Mimì Augello: un Don Giovanni nel bel mezzo di una farsa tragicomica; Fazio resta Fazio con i suoi pizzini, Catarella è sempre più imbambolato e innamorato del suo commissario.

Il personaggio cardine della storia  è la vittima, Carmelo Catalanotti, l’ “incantatore di serpenti” appassionato di teatro e “provinatore” molto speciale. Il suo metodo? Tra Stanislawskij “corretto, rivisto e modernizzato” e Psicopatologia.

‘N conclusioni la figura di Catalanotti pariva essiri composta da pirsone diverse: un colto lettore, un usuraro di media stazza e ’n omo bastevolmenti dinaroso che, va’ a sapiri pirchì, assà si ’ntirissava del caratteri e della psicologia dell’autri. Chist’ultimo era l’aspetto cchiù misterioso.”

 Suggestive e commoventi le citazioni poetiche che si concede Camilleri per esplorare l’animo di Salvo innamorato.

 “versi qui citati sono rispettivamente di Patrizia Cavalli, Pablo Neruda, Wisława Szymborska.”;

Poetiche a modo loro le prelibatezze di Adelina, la cameriera di Salvo Montalbano.

Montalbano-mimiesalvo

L’investigazione procede come al solito, tra splendori di Sicilia, buon cibo, intuizioni, scoperte, osservazione, epifanie, fortuna. Il libro è bellissimo e certamente irrinunciabile in questa estate 2018.

 

Assaggi d’attualità

 

Il lavoro che manca, le proteste dei lavoratori e la reazione dello Stato mettono in crisi Montalbano.  “Che munno era chisto nel quali all’omo si livava il travaglio, la possibilità di guadagnarisi onestamenti il pani? E la risposta dello Stato quanno che ’sti poviri disgraziati s’azzardavano a protestare erano lignate, vastunate, lacrimogeni, arresti, fermi? Da quant’anni era che faciva il servitore di questo Stato? Aviva travagliato con onestà e con rispetto verso l’autri? Non c’era arrinisciuto sempri, ma spisso sì. Si vidi che la maggioranza dei sò colleghi avivano ’n’autra idea di quello che significava servire lo Stato. Non aviva via di scampo.”

Al telegiornale migranti, terrorismo, profughi e fabbriche chiuse.Accomenzò a sintirisi il telegiornali. A Parigi era successo un burdello pirchì ’na baligia scordata era stata criduta china di esplosivi. L’Ungheria e la Polonia s’arrefutavano d’arriciviri la loro quota di migranti, pejo: avivano accomenzato a costruiri mura per non farili trasiri. Nel frattempo scannali di pedofilia nei campi profughi. In Italia per fortuna quel jorno avivano chiuiuto sulo setti flabbiche. Il commissario pircipì chiaro il piricolo vero: stava per perdiri il pititto. Cangiò canali e s’attrovò facci a facci con quella ballarina miravigliosa che assimigliava ’na stampa e ’na figura ad Antonia.”

 Salvo si distrae dal mal d’amore affogando tra le firme…Firma, firma… Forza Montalbà, firma fino a quanno il gesto diventa quello di un atoma. Accussì non pensi a nenti, Montalbà. Salvo Montalbano. Salvo Montalbano. Firma, annegati in un mari di carti, Montalbà. E se il vrazzo accomenza a fariti male futtitinni, continua, continua…”

 La meraviglia di Piazza Armerina,le potenzialità del turismo e l’inefficienza politica.“Arrivato che fu a Fela, deviò per Piazza Armerina. Quanno fu ddrà non arriniscì a farisi capace che era lui, a sulo, a godirisi tanta miraviglia. Non vitti anima criata tra i mosaici e tra le stratuzze ’ncantevoli della villa. Ma come minchia era possibili che in un paìsi che consirvava la parti cchiù granni di biddrizze della terra, non erano stati capaci d’organizzari un turismo che dassi da mangiari a tutti e s’arritrovavano ’nveci poveri e pazzi?

G.Bufalino LE MENZOGNE DELLA NOTTE. Parole in costume d’epoca

 

Dal mio vecchio scaffale scende, questa volta precipitosamente, Le Menzogne della notte di Gesualdo Bufalino. Non ho saputo resistere alla tentazione di tornare in Sicilia! (proverò le stesse sensazioni, quando lascerò questo Veneto ovattato, a volte ostile, ma bello e nascostamente passionale, sempre in bilico tra apparenza e realtà?)

Mi sono piacevolmente crogiolata tra le parole antiche di questo raffinatissimo scrittore, “Parole in costume d’epoca”, come le definisce lui, che sanno di antichi odori, di antiche voci, di sussurri e intime menzogne, di svolazzi di penna stilografica su pergamena. Parole che vivono in storie che sanno di Rashomon, di Decameron, di Canterbury Tales e di Mille e una Notte. E di Byron, Leopardi e tanti altri ancora. Leggo anche di un Barone Dimezzato di Calviniana memoria.

Il progetto nel risvolto

Il risvolto di copertina sintetizza il progetto. Anche questo lembo di libro è un bel leggere!

“Argomento. In un’isola penitenziaria, probabilmente mediterranea e borbonica, fra equivoche confessioni e angosce d’identità, un gruppo di condannati a morte trascorre l’ultima notte”

 

La notte porta consiglio mi dicevano sempre mia nonna e mia madre. La notte di Bufalino porta i racconti disperati di un gruppo di condannati a morte che devono prendere un’ultima decisione “vitale”. Condivide la loro sorte un estraneo al gruppo, Frate Cirillo, fresco di terribile tortura e anche lui in attesa dell’ esecuzione. Personaggio sorprendente…

I Diritti dell’Uomo

L’infido governatore “Sparafucile” organizza l’ultima beffa ai rivoluzionari decisi a pagare con la morte il loro anelito di libertà. L’offerta sembra loro oscena, eppure li destabilizza. Se solo uno di loro scrive il nome del capo della ribellione, detto il Padreterno, su un pezzo di carta bianca da imbussolare nella scatola maledetta lasciata li sul tavolo a solleticarli, tutti avranno salva la vita, altrimenti, zac, l’indomani mattina le loro teste diranno addio per sempre al resto dei loro corpi!

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E la notte trascorre lentamente e intimamente ascoltando e raccontando le loro vite. Frate Cirillo li spinge al racconto. E qui si apre uno spaccato quasi magico, favolistico. Ciascuno dei quattro rivoluzionari racconta un episodio della propria vita. Reale? Immaginario? Di fatto i quattro bellissimi racconti  vivono di vita propria.

Essere o apparire?

Tutto nel libro oscilla tra ciò che sembra e ciò che è realmente. Il mondo descritto da Bufalino indossa una meravigliosa maschera Pirandelliana. Tutto è teatro, con tanto di “Puparo”, reale o apparente che sembri. È proprio questo ammiccare al lettore, spingerlo verso una direzione per poi costringerlo ad un brusco cambio di marcia a coinvolgere e interessare il lettore. E passi pure che il narratore si mostri “inaffidabile” . È il gioco delle parti!

Tra storia, leggenda, sedute di autocoscienza, giochi di parole, isola che c’è o non c’è, mare infido, notte complice, ditemi voi se  non è affascinante un libro così?

 

 

Tradizioni di Novembre-Camilleri racconta “Il Giorno dei Morti” in Sicilia. Ricordate? Ci portano regali e morticini, slurp!

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Tra una zucca e l’altra…Da oggi, Giorno di Ognissanti a domani, Giorno dei Morti.

Ragazze, ricordate? Questo frammento  siciliano di pura bellezza è per voi!

E aggiungo un pizzico di Abruzzo, con cibo e acqua da far trovare ai defunti  nella loro visita notturna! E calze appese al camino per regalini e dolcetti. Qualcosa del genere accade anche in alcuni paesi dell’Africa: cibo  portato  sulle tombe dei propri cari, allegramente.  

 Raccontatelo  ai vostri bambini.

 

da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.


Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.


I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.


Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

Agosto: UN MESE CON MONTALBANO, che goduria!

un mese con Montalbano

Nei 30 racconti che compongono la raccolta Un mese con Montalbano, viene magistralmente condensato tutto il mondo del famoso commissario. Il dono di questi racconti è infatti la sintesi. Lo spazio narrativo è limitato e dunque trama ed effetto devono necessariamente essere super contenuti.

Si potrebbe avere l’impressione iniziale che la narrazione sia solo “accelerata”, ma è solo una falsa impressione. Tutto è studiato, controllato magistralmente da Camilleri e l’effetto finale arriva “sorprendente ed immediato”. Viva Poe! Anche la vena ironica tipica del l’autore e del personaggio qui viene esaltata dalla brevità del racconto.

Riconosco in alcune storie la sceneggiatura della fiction televisiva. Gli innumerevoli spunti letterari gettati qua e la tra le righe, mettono in evidenza la cultura enorme di questo scrittore Siciliano così amato da tutti noi lettori. Montalbano legge le opere che Andrea ha già divorato. Opere sofisticate , opere popolari, opere che hanno segnato il percorso di formazione di milioni di persone nel mondo.

Non chiedetemi di scegliere, non posso. Me li sono goduti tutti e in ciascuno ho trovato un piccolo elemento di novità e interesse. Riporto la nota finale dell’autore. Mentre la leggevo sentivo nelle orecchie la voce roca e affabulante di Camilleri. Grande!

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