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Bomboniere-Beniamino Joppolo-GLI ALBERI DI ALBERTO, un abbraccio vitale in “un sensuale rapporto con la natura”

 

 

Joppolo-Gli alberi di Alberto (2)

La storia narrata è strettamente connessa alla  “storia” del libro. Ed io voglio  raccontarvele entrambe.

Taschinabili

Gli alberi di Alberto di Beniamino Joppolo, è pubblicato da una casa editrice indipendente di Messina,  Il Pungitopo  e fa parte della collezione dei “Taschinabili”.  Portarsi un libretto  nel taschino, magari sul cuore, è un’invenzione golosissima! Affascinante!  

L’ho ricevuto come bomboniera di nozze, nella sua scatolina azzurra calda intima e piena di promesse. Gli sposi, due giovani professionisti Messinesi, hanno voluto donare agli ospiti una parte di sé e della loro amatissima terra, da cui sono partiti per studiare e  lavorare in Veneto. Invece del solito oggettino da relegare nelle profondità della soffitta o di qualche vetrinetta, eccovi un “taschinabile” da leggere e godere per coltivare l’anima.

Sulle colline del Messinese, tra mare e terra, sullo sfondo di una magnifica villa, alla luce di un tramonto marino infuocato e sognante, fanno bella mostra di sé su un lungo tavolo appoggiato ad una parete della casa,  decine di pacchetti, tutti uguali e misteriosi. Ne prendo uno a caso. Lo apro avidamente. Ancora non so cosa contenga, mi aspetto una bomboniera diversa dal solito, conoscendo gli sposi, ma ciò che trovo va oltre ogni mia aspettativa.

Trovo un libro piccolo piccolo,  Gli alberi di Alberto di Beniamino Joppolo. Non  lo conosco e non so nulla dell’autore, ma il titolo mi piace, evoca altre storie e un mondo naturale, sempre affascinante.  Lo considero anche una buona occasione per conoscere Joppolo.

La storia inizia in medias res. È estate, un agosto  caldo  e affollato di rumorose cicale.  Alberto è seduto al balcone della sua casa di campagna e si gode il silenzio che piomba finalmente quando le cicale decidono di stare zitte…

È solo, in compagnia  dei suoi silenziosi  sogni.  Ma un telegramma spezza gioiosamente il silenzio del luogo  e della sua anima: suo fratello, sua sorella,  e i nipoti verranno in vacanza nella terra degli avi, a ricongiungersi con i ricordi d’infanzia. Alberto è strafelice e pronto ad accoglierli nel migliore dei modi.

Il giorno dell’arrivo fa una corsa liberatoria attraverso la  sua campagna, salutando  in modo insolitamente allegro chiunque incontri, abbracciando i suoi amati alberi: i noccioli, i ciliegi, i gelsi. Insomma, è incredibilmente felice di rompere la tanto amata solitudine.

silvoterapia-abbraccio Joppolo

Arrivano gli ospiti. Alberto cerca di abbinare con i  corpi che ha di fronte il ricordo che ha di loro, trova differenze, riscontra piacevoli similitudini. La sorpresa più forte la riservano i due nipoti adolescenti  Gabriella e Giovanni.

Il  “povero, vecchio zio Alberto” diventa facile  preda di  una fascinazione speciale per questi due ragazzi e decide di lasciare loro in eredità  il vecchio noce e il vecchio ciliegio piantati da lui stesso bambino. I due accettano  con gratidutine e bontà, ringraziano e abbracciano  lo zio per questo pensiero.

 

Il testamento di Alberto

“Di quello che è di vostra madre e di vostro padre decideranno essi, ma io sin da ora volgio dirvi cosa ho deciso per il mio. Alberto indicò un noce smilzo alto con folgie lunghe di un verde slavato:

-Quel noce l’ho piantato io.

Poi indicò un ciliegio ampio tozzo con folgie piccole acute spesse tutte tempestate di piccole macchie rosse.

-Ed anche quel ciliegio l’ho piantato io.

La sua voce cominciò ad emozionarsi: Il noce lo lascio a te, Gabriella, come mio ricordo, e il ciliegio a te, Giovanni. I due nipoti lo guardavano e gli sorridevano con bontà. Per cui egli sciolse il suo cuore nelle parole con una piena fiducia abbandonata:

“Io amo tutto quello che i vostri nonni mi hanno lasciato e volgio che anche voi amiate tutto…”ppgg 76-77

La realtà è  testarda e feroce. Alberto, si trova inevitabilmnte a farci i conti e ad uscire finalmente dal suo mondo sospeso. Gli è servito allo scopo incontrare i suoi fratelli, ma soprattutto i suoi due giovanissimi nipoti in preda a risa e pulsioni adolescenziali. 

Vengono dalla città Giovanni e Gabriella, da Torino lei e da Siracusa lui, hanno poca familiarità con i vecchi “padri alberi”. E Alberto lo scopre, mentre loro amoreggiando, commentano il gesto del “povero zio” . Ma chi pensa mai di di rinchiudersi  qui per curare gli alberi dello zio!

 

È la svolta, narrativa e vitale. Alberto viene riportato bruscamente alla realtà e scopre di amare profondamente la sua terra aspra, i suoi generosi alberi, che lascerà invece a chi  già li ama e li amerà sempre. E comincia anche a vedere la gente di campagna con occhi nuovi, li capisce di più e desidera ardentemente che rimangano  proprio così come sono sempre stati, con tutti i loro difetti.. Questa è la loro bellezza.

Leone il fattore decide di andare per il mondo, ma alla fine…-

“ Cosa hai deciso Leone?

-Ho deciso di andarmene , don Alberto.

-Andartene?

– Sì, andarmene.

– E dove?

– Per il mondo

– Ah!

– Cosa vuole, don Alberto, una volta o l’altra bisogna pur decidersi a girare per il mondo, a tentare la fortuna…Qui non c’è speranza, don Alberto” p.13

È la filosofia che ispira questa storia a catturare il lettore. Il ritmo, il linguaggio, gli eventi sono meno coinvolgenti, pur presentando un efficace climax interno alla psicologia del protagonista. Alberto è un personaggio  tutto “round”, che dopo un percorso di riflessione e sofferenza modifica il suo approccio alla vita.  Rimane di questa lettura la spinta vitale dell’abbraccio appassionato  agli alberi, un abbraccio fisico  e psicologico, un abbraccio che apre alla speranza.

 “Caro noce, caro nocciolo, caro ciliegio, cara quercia, caro castagno, caro ulivo, non preoccupatevi, non pensateci, chi non ama voi non ama le radici, chi non ama voi non ha viscere complete, manca delle viscere della linfa vegetale, è un menomato, è un deficiente, non pensateci…, E con la mente Alberto sentiva nell’abbraccio le tenere scorze di noce, di nocciolo, di ciliegio, di quercia, di castagno di ulivo, cedere al suo affetto in svenimenti di crepuscolo” p.86

 

Ancora un paio di assaggi…

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Lo Stretto dei Dardanelli: Il gelso-casa di zio Emanuele- “Lo zio Emanuele possedeva un gelso il cui tronco si sviluppava metà orizzontalmente e metà verticalmente. Volle costruire una stalla vicino al gelso ma non volle sacrificare il gelso e allora lo fece passare dentro e certe volte lo usava come cuscino per dormire. Poi aggiunse una stanza alla stalla, poi un’altra, finché non costruì una casa a tre piani con per fondamento di fede il tronco di gelso, un casa rettangolare stretta,, “lo Stretto dei Dardanelli” piena di finestrelle proprio come una colombaia, sicché sembrava una casa che aveva la virtù di cambiare in colombo chiunque si mettesse ad abitarla. Ed Alberto ora tubava dal ridere mentre guardava quella casa e ancora incominciò a correre”p.44

Il Paradiso degli aranci- “ E Alberto andò oltre per viuzze pietrose e irregolari che di tanto in tanto avevano dei giardini chiusi da muri. Uno ce n’era di aranci i cui tronchi e le cui radici erano al muro aggrovigliati e pure avevano un disperato e intenso verde cupo di foglie e di grossi frutti acerbi dalla scorza forte  grossa e rugosa. E Alberto pensò che  se anche per le piante esistevano un inferno e un purgatorio e un paradiso per quegli aranci  era certa,mente riservatop il paradiso in considerazione del disperato e continuo sforzo che facevano per aprirsi la vita con i denti rabbiosi delle radici tra calcinaccio e ciottoli” pp.gg 57-58

DAL TITOLO: “ un  sensuale rapporto con la natura[…]in un linguaggio lirico che echeggia variamente G. Leopardi, G. D’Annunzio, D. Campana”. Dizionario Treccani

 

Maria Luisa DanieleToffanin-APPUNTI DI MARE-Abbracci di Sicilia fino a Lampedusa. Ed è subito POESIA.

 

lampedusa faro capo grecale

Faro di Capo Grecale a Lampedusa

 

Il regalo di Daniela, compagna di palestra e di letture, è corposo. La busta di carta, rigorosamente ecologica, contiene dieci piccoli volumi di  poesie e racconti, di Maria Luisa Daniele Toffanin, poetessa Padovana.

Li prendo  tra le mani, li scorro velocemente, uno  per uno, quando  l’occhio si posa avido su Appunti di mare, che sembra inviarmi  un richiamo profondo a cui non riesco a sottrarmi. Comincio a sfogliarlo e la meraviglia comincia ad avvolgermi.

Le delicate  “ali” di poesia di Toffanin volano su luoghi ben noti alla mia anima e della  mia esperienza: Oliveri,  Marina di Patti, Tonnarella, Tindari,  Milazzo,  Montalbano Elicona, Castroreale…le “piccole” isole, fino a Lampedusa, patria per eccellenza del viaggiatore “altro”.

appunti di mare-toffanin

Quanto tempo, quanta vita, quanto mare da quei lontani giorni in cui l’amore mi ha trasportato dall’aspro Abruzzo alla caleidoscopica Sicilia! All’unisono con la poetessa, in comunione, ho sentito vibrare corde antiche. Sulla spiaggia, sui traghetti, sul sentiero che ardito porta al mare, dentro l’involucro delle onde schiumose che ti avvolgono, avverti il calore del grembo materno, nel quale torni sempre volentieri a ritrovare te stessa.

Le ho sentite mie le sue gocce di umanità condivisa nel lungo viaggio verso la consapevolezza e l’accettazione della nostra natura umana, così limitata da confini corporei  a rischio, eppure  così immensa nella sua ricchezza di potenzialità.

I versi di Toffanin sono pura musica della natura, sapienti nella loro struttura tecnica eppure liberi  e svolazzanti  tra colori e movimenti naturali e avvolgenti. Cielo, mare, volo di uccelli, tramonti e albe, in successione, uomini e pesci, storie, favole. Richiami al Dio in cui credi, o a quello a cui aspiri, e sogni di trovare dentro di te.

E sono musica di parola anche i frammenti in prosa che riassumono il significato della poesia e lo rafforzano. Condivido un’unica breve poesia Forme-suoni- immagini.(p.78)e alcuni “assaggi” da altre.  Stiamo per partire da Lampedusa, alla fine del viaggio con Maria Luisa.

Forme-suoni- immagini

Sono una goccia salmastra

Dal vento sollevata sulla roccia

Che con guizzi d’iride

Chiede del suo essere là

Perla di luce riflessa.

Sono l’onda più ardita

Inquieta l’irsuta criniera

Agitata dall’abisso

Arcano insoluto quesito.

Sono l’onda piatta-pecora d’acqua

Che là nella cala bela

Al suo insicuro vivere

Ma sullo scoglio presto tutta si terge

Dalle sue scorie intime purificata.

Sono l’eco smeraldo

Dell’acqua più pura

Che invoca il tuo corpo

All’amplesso del mare.

M.L. Daniele Toffanin

 

 

Assaggi- Gocce d’ infinito

 

M. Toffanin-Disegni per Appunti di mare

In questo verso brilla  l’universo: umanità, firmamento, acqua/vita– “Traghettando la notteII Noi umane stelle d’acqua… 37

Echi Calviniani affascinanti– “Ora se una notte un viaggiatore andando per mare su un antiquato e lento traghetto, scoprirà in un attimo di bagliore la valenza dell’Amore nel nostro vivere, capirà anche il senso di questo traghettare la notte, il giorno, di questi balzi da scoglio in scogliocercando risposte al mistero, comprenderà pure la ricchezza degli incontri umani e la pienezza del rapporto con la natura.”38

Tempo di luna rossa   “Rossa la luna e perlacea l’albaRossa la luna accende/l’occhio opaco dell’oblò/e l’anima s’infiamma/a gocce di cristallo/sul vetro della notte…”39

Come a Stromboli e su tutte le “piccole”  isole“Attracca la nave-L’arrivo della nave scuote la solitudine dell’isola, riporta vita, rinnova vita,riunisce uopmini e spazi, segna con arrivi e partenze il tempo.”46

Parole-suono-ritmo di onda Quesiti di mare- II Ma tu che cavalchi cavalli di cristallo immenso…62

A.Camilleri-IL METODO CATALANOTTI. Svolte pericolose tra Amore, Stanislawskij e Psicopatologia

 

ilmetodocatalanotti

Camilleri riesce  a sorprendermi con il suo ultimo romanzo. Il Metodo Catalanotti ripercorre il sentiero noto agli appassionati dello scrittore Siciliano e del suo Montalbano, ma questa volta il lettore viene invitato ad imboccare una strada poco battuta, dove si intersecano armoniosamente tanti viottoli affascinanti. Ed è subito teatro nel teatro-nel romanzo-nella poesia, in un tripudio letterario e popolare, maneggiato con una maestria narrativa che solo un grande come Camilleri  possiede.

Tutto diventa “similvero”, ma totalmente autentico e il lettore fa scattare la sua “willing suspension of disbelief”, dove tutto può accadere, tutto è reale e fittizio, tutto è teatro e vita, tutto fa parte dell’universo umano e del regno dell’immaginazione.

Samuel Taylor Coleridge: I try to convey a semblance of truth in my writing to produce for these shadows of the imagination a willing suspension of disbelief that, for a moment, constitutes poetic faith.

In questa storia, Salvo Montalbano prende una cotta fenomenale per la bell’Antonia della Scientifica, che gli fa mettere in discussione tutta la sua vita; Mimì Augello fa Mimì Augello: un Don Giovanni nel bel mezzo di una farsa tragicomica; Fazio resta Fazio con i suoi pizzini, Catarella è sempre più imbambolato e innamorato del suo commissario.

Il personaggio cardine della storia  è la vittima, Carmelo Catalanotti, l’ “incantatore di serpenti” appassionato di teatro e “provinatore” molto speciale. Il suo metodo? Tra Stanislawskij “corretto, rivisto e modernizzato” e Psicopatologia.

‘N conclusioni la figura di Catalanotti pariva essiri composta da pirsone diverse: un colto lettore, un usuraro di media stazza e ’n omo bastevolmenti dinaroso che, va’ a sapiri pirchì, assà si ’ntirissava del caratteri e della psicologia dell’autri. Chist’ultimo era l’aspetto cchiù misterioso.”

 Suggestive e commoventi le citazioni poetiche che si concede Camilleri per esplorare l’animo di Salvo innamorato.

 “versi qui citati sono rispettivamente di Patrizia Cavalli, Pablo Neruda, Wisława Szymborska.”;

Poetiche a modo loro le prelibatezze di Adelina, la cameriera di Salvo Montalbano.

Montalbano-mimiesalvo

L’investigazione procede come al solito, tra splendori di Sicilia, buon cibo, intuizioni, scoperte, osservazione, epifanie, fortuna. Il libro è bellissimo e certamente irrinunciabile in questa estate 2018.

 

Assaggi d’attualità

 

Il lavoro che manca, le proteste dei lavoratori e la reazione dello Stato mettono in crisi Montalbano.  “Che munno era chisto nel quali all’omo si livava il travaglio, la possibilità di guadagnarisi onestamenti il pani? E la risposta dello Stato quanno che ’sti poviri disgraziati s’azzardavano a protestare erano lignate, vastunate, lacrimogeni, arresti, fermi? Da quant’anni era che faciva il servitore di questo Stato? Aviva travagliato con onestà e con rispetto verso l’autri? Non c’era arrinisciuto sempri, ma spisso sì. Si vidi che la maggioranza dei sò colleghi avivano ’n’autra idea di quello che significava servire lo Stato. Non aviva via di scampo.”

Al telegiornale migranti, terrorismo, profughi e fabbriche chiuse.Accomenzò a sintirisi il telegiornali. A Parigi era successo un burdello pirchì ’na baligia scordata era stata criduta china di esplosivi. L’Ungheria e la Polonia s’arrefutavano d’arriciviri la loro quota di migranti, pejo: avivano accomenzato a costruiri mura per non farili trasiri. Nel frattempo scannali di pedofilia nei campi profughi. In Italia per fortuna quel jorno avivano chiuiuto sulo setti flabbiche. Il commissario pircipì chiaro il piricolo vero: stava per perdiri il pititto. Cangiò canali e s’attrovò facci a facci con quella ballarina miravigliosa che assimigliava ’na stampa e ’na figura ad Antonia.”

 Salvo si distrae dal mal d’amore affogando tra le firme…Firma, firma… Forza Montalbà, firma fino a quanno il gesto diventa quello di un atoma. Accussì non pensi a nenti, Montalbà. Salvo Montalbano. Salvo Montalbano. Firma, annegati in un mari di carti, Montalbà. E se il vrazzo accomenza a fariti male futtitinni, continua, continua…”

 La meraviglia di Piazza Armerina,le potenzialità del turismo e l’inefficienza politica.“Arrivato che fu a Fela, deviò per Piazza Armerina. Quanno fu ddrà non arriniscì a farisi capace che era lui, a sulo, a godirisi tanta miraviglia. Non vitti anima criata tra i mosaici e tra le stratuzze ’ncantevoli della villa. Ma come minchia era possibili che in un paìsi che consirvava la parti cchiù granni di biddrizze della terra, non erano stati capaci d’organizzari un turismo che dassi da mangiari a tutti e s’arritrovavano ’nveci poveri e pazzi?

G.Bufalino LE MENZOGNE DELLA NOTTE. Parole in costume d’epoca

 

Dal mio vecchio scaffale scende, questa volta precipitosamente, Le Menzogne della notte di Gesualdo Bufalino. Non ho saputo resistere alla tentazione di tornare in Sicilia! (proverò le stesse sensazioni, quando lascerò questo Veneto ovattato, a volte ostile, ma bello e nascostamente passionale, sempre in bilico tra apparenza e realtà?)

Mi sono piacevolmente crogiolata tra le parole antiche di questo raffinatissimo scrittore, “Parole in costume d’epoca”, come le definisce lui, che sanno di antichi odori, di antiche voci, di sussurri e intime menzogne, di svolazzi di penna stilografica su pergamena. Parole che vivono in storie che sanno di Rashomon, di Decameron, di Canterbury Tales e di Mille e una Notte. E di Byron, Leopardi e tanti altri ancora. Leggo anche di un Barone Dimezzato di Calviniana memoria.

Il progetto nel risvolto

Il risvolto di copertina sintetizza il progetto. Anche questo lembo di libro è un bel leggere!

“Argomento. In un’isola penitenziaria, probabilmente mediterranea e borbonica, fra equivoche confessioni e angosce d’identità, un gruppo di condannati a morte trascorre l’ultima notte”

 

La notte porta consiglio mi dicevano sempre mia nonna e mia madre. La notte di Bufalino porta i racconti disperati di un gruppo di condannati a morte che devono prendere un’ultima decisione “vitale”. Condivide la loro sorte un estraneo al gruppo, Frate Cirillo, fresco di terribile tortura e anche lui in attesa dell’ esecuzione. Personaggio sorprendente…

I Diritti dell’Uomo

L’infido governatore “Sparafucile” organizza l’ultima beffa ai rivoluzionari decisi a pagare con la morte il loro anelito di libertà. L’offerta sembra loro oscena, eppure li destabilizza. Se solo uno di loro scrive il nome del capo della ribellione, detto il Padreterno, su un pezzo di carta bianca da imbussolare nella scatola maledetta lasciata li sul tavolo a solleticarli, tutti avranno salva la vita, altrimenti, zac, l’indomani mattina le loro teste diranno addio per sempre al resto dei loro corpi!

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E la notte trascorre lentamente e intimamente ascoltando e raccontando le loro vite. Frate Cirillo li spinge al racconto. E qui si apre uno spaccato quasi magico, favolistico. Ciascuno dei quattro rivoluzionari racconta un episodio della propria vita. Reale? Immaginario? Di fatto i quattro bellissimi racconti  vivono di vita propria.

Essere o apparire?

Tutto nel libro oscilla tra ciò che sembra e ciò che è realmente. Il mondo descritto da Bufalino indossa una meravigliosa maschera Pirandelliana. Tutto è teatro, con tanto di “Puparo”, reale o apparente che sembri. È proprio questo ammiccare al lettore, spingerlo verso una direzione per poi costringerlo ad un brusco cambio di marcia a coinvolgere e interessare il lettore. E passi pure che il narratore si mostri “inaffidabile” . È il gioco delle parti!

Tra storia, leggenda, sedute di autocoscienza, giochi di parole, isola che c’è o non c’è, mare infido, notte complice, ditemi voi se  non è affascinante un libro così?

 

 

Tradizioni di Novembre-Camilleri racconta “Il Giorno dei Morti” in Sicilia. Ricordate? Ci portano regali e morticini, slurp!

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Tra una zucca e l’altra…Da oggi, Giorno di Ognissanti a domani, Giorno dei Morti.

Ragazze, ricordate? Questo frammento  siciliano di pura bellezza è per voi!

E aggiungo un pizzico di Abruzzo, con cibo e acqua da far trovare ai defunti  nella loro visita notturna! E calze appese al camino per regalini e dolcetti. Qualcosa del genere accade anche in alcuni paesi dell’Africa: cibo  portato  sulle tombe dei propri cari, allegramente.  

 Raccontatelo  ai vostri bambini.

 

da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.


Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.


I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.


Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

Agosto: UN MESE CON MONTALBANO, che goduria!

un mese con Montalbano

Nei 30 racconti che compongono la raccolta Un mese con Montalbano, viene magistralmente condensato tutto il mondo del famoso commissario. Il dono di questi racconti è infatti la sintesi. Lo spazio narrativo è limitato e dunque trama ed effetto devono necessariamente essere super contenuti.

Si potrebbe avere l’impressione iniziale che la narrazione sia solo “accelerata”, ma è solo una falsa impressione. Tutto è studiato, controllato magistralmente da Camilleri e l’effetto finale arriva “sorprendente ed immediato”. Viva Poe! Anche la vena ironica tipica del l’autore e del personaggio qui viene esaltata dalla brevità del racconto.

Riconosco in alcune storie la sceneggiatura della fiction televisiva. Gli innumerevoli spunti letterari gettati qua e la tra le righe, mettono in evidenza la cultura enorme di questo scrittore Siciliano così amato da tutti noi lettori. Montalbano legge le opere che Andrea ha già divorato. Opere sofisticate , opere popolari, opere che hanno segnato il percorso di formazione di milioni di persone nel mondo.

Non chiedetemi di scegliere, non posso. Me li sono goduti tutti e in ciascuno ho trovato un piccolo elemento di novità e interesse. Riporto la nota finale dell’autore. Mentre la leggevo sentivo nelle orecchie la voce roca e affabulante di Camilleri. Grande!

un mese con montalbano1

LA GIOSTRA DEGLI SCAMBI-Un altro giro di giostra per Camilleri e Montalbano, record in TV

 

 la giostra degli scambi AC

 

Lunedì 12 febbraio 2018 va in onda su RAI1 La giostra degli scambi di Andrea Camilleri, regia di Alberto Sironi, con un sempre splendido  Zingaretti-Montalbano. Non puoi fare a meno di  guardarla. Sai già cosa ti aspetta, anche perché hai letto il romanzo e conosci molto bene le dinamiche Montalbaniane. Eppure riesci ad arrivare alla fine soddisfatta. Anzi, noti qualcosa di diverso, un nuovo tocco intimo  e sfumato anche nei personaggi. Alberto Sironi  ha alleggerito le intemperanze di Catarella e il taglio  accecante in bianco e nero  della storia e dei personaggi.  Senza snaturare la narrazione  di Camilleri e ri-catturando l’attenzione e l’amore degli appassionati  un po’ stanchi. E allora il record ci sta.

giostra degli scambi

“Ogni romanzo di Camilleri ti da quello che ti aspetti. Nessuna sorpresa, nessun brivido di novità, solo rassicuranti storie noir…con Montalbano che invecchia, ma non perde la sua capacità di intuire la verità, anche tra scambi e giri di giostra di ogni tipo.”

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