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    Viaggi nell'abisso. Samia: “Il Viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto, oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. È una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare. Se si è fortunati due mesi. Se si è sfortunati anche un anno o due…”p.122 -Non dirmi che hai paura-G.Catozzella

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  • Verità per Giulio Regeni-“La tua verità? No, la Verità, e vieni con me a cercarla. La tua, tientela.” A.Machado y Ruiz (Poeta Spagnolo 1875-1939)

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    Per il ritiro del DDL Pillon e la riaffermazione della libertà di scelta degli "Italiani", uomini e donne liberi. Margaret Atwood-Il Racconto dell'Ancella: " In un’America reduce da una catastrofe ecologica, che ha falciato gran parte della popolazione e messo in forse la stessa sopravvivenza della specie, un gruppo di fanatici religiosi ha fondato uno stato totalitario, Galaad, riducendo in completa schiavitù le donne. I rapporti umani, sociali, culturali sono stati aboliti: unico supremo fine è la procreazione. Attraverso il diario segreto della giovane “ancella” Difred, si delinea l’inquietante profilo di un mondo futuro ma non troppo, già presente in embrione nella società degli anni Ottanta...apri il link all'immagine per continuare

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    La Storia che mi piace...Fiori di Aprile nel giardino d'Italia liberato

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    Il verso è tutto. G.D'Annunzio, Il Piacere, II,1

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Beniamino Joppolo GLI ALBERI DI ALBERTO, un abbraccio vitale in “un sensuale rapporto con la natura”

 

 

Joppolo-Gli alberi di Alberto (2)

La storia narrata è strettamente connessa alla  “storia” del libro. Ed io voglio  raccontarvele entrambe.

Taschinabili

Gli alberi di Alberto di Beniamino Joppolo, è pubblicato da una casa editrice indipendente di Messina,  Il Pungitopo  e fa parte della collezione dei “Taschinabili”.  Portarsi un libretto  nel taschino, magari sul cuore, è un’invenzione golosissima! Affascinante!  

L’ho ricevuto come bomboniera di nozze, nella sua scatolina azzurra calda intima e piena di promesse. Gli sposi, due giovani professionisti Messinesi, hanno voluto donare agli ospiti una parte di sé e della loro amatissima terra, da cui sono partiti per studiare e  lavorare in Veneto. Invece del solito oggettino da relegare nelle profondità della soffitta o di qualche vetrinetta, eccovi un “taschinabile” da leggere e godere per coltivare l’anima.

Sulle colline del Messinese, tra mare e terra, sullo sfondo di una magnifica villa, alla luce di un tramonto marino infuocato e sognante, fanno bella mostra di sé su un lungo tavolo appoggiato ad una parete della casa,  decine di pacchetti, tutti uguali e misteriosi. Ne prendo uno a caso. Lo apro avidamente. Ancora non so cosa contenga, mi aspetto una bomboniera diversa dal solito, conoscendo gli sposi, ma ciò che trovo va oltre ogni mia aspettativa.

Trovo un libro piccolo piccolo,  Gli alberi di Alberto di Beniamino Joppolo. Non  lo conosco e non so nulla dell’autore, ma il titolo mi piace, evoca altre storie e un mondo naturale, sempre affascinante.  Lo considero anche una buona occasione per conoscere Joppolo.

La storia inizia in medias res. È estate, un agosto  caldo  e affollato di rumorose cicale.  Alberto è seduto al balcone della sua casa di campagna e si gode il silenzio che piomba finalmente quando le cicale decidono di stare zitte…

È solo, in compagnia  dei suoi silenziosi  sogni.  Ma un telegramma spezza gioiosamente il silenzio del luogo  e della sua anima: suo fratello, sua sorella,  e i nipoti verranno in vacanza nella terra degli avi, a ricongiungersi con i ricordi d’infanzia. Alberto è strafelice e pronto ad accoglierli nel migliore dei modi.

Il giorno dell’arrivo fa una corsa liberatoria attraverso la  sua campagna, salutando  in modo insolitamente allegro chiunque incontri, abbracciando i suoi amati alberi: i noccioli, i ciliegi, i gelsi. Insomma, è incredibilmente felice di rompere la tanto amata solitudine.

silvoterapia-abbraccio Joppolo

Arrivano gli ospiti. Alberto cerca di abbinare con i  corpi che ha di fronte il ricordo che ha di loro, trova differenze, riscontra piacevoli similitudini. La sorpresa più forte la riservano i due nipoti adolescenti  Gabriella e Giovanni.

Il  “povero, vecchio zio Alberto” diventa facile  preda di  una fascinazione speciale per questi due ragazzi e decide di lasciare loro in eredità  il vecchio noce e il vecchio ciliegio piantati da lui stesso bambino. I due accettano  con gratidutine e bontà, ringraziano e abbracciano  lo zio per questo pensiero.

 

Il testamento di Alberto

“Di quello che è di vostra madre e di vostro padre decideranno essi, ma io sin da ora volgio dirvi cosa ho deciso per il mio. Alberto indicò un noce smilzo alto con folgie lunghe di un verde slavato:

-Quel noce l’ho piantato io.

Poi indicò un ciliegio ampio tozzo con folgie piccole acute spesse tutte tempestate di piccole macchie rosse.

-Ed anche quel ciliegio l’ho piantato io.

La sua voce cominciò ad emozionarsi: Il noce lo lascio a te, Gabriella, come mio ricordo, e il ciliegio a te, Giovanni. I due nipoti lo guardavano e gli sorridevano con bontà. Per cui egli sciolse il suo cuore nelle parole con una piena fiducia abbandonata:

“Io amo tutto quello che i vostri nonni mi hanno lasciato e volgio che anche voi amiate tutto…”ppgg 76-77

La realtà è  testarda e feroce. Alberto, si trova inevitabilmnte a farci i conti e ad uscire finalmente dal suo mondo sospeso. Gli è servito allo scopo incontrare i suoi fratelli, ma soprattutto i suoi due giovanissimi nipoti in preda a risa e pulsioni adolescenziali. 

Vengono dalla città Giovanni e Gabriella, da Torino lei e da Siracusa lui, hanno poca familiarità con i vecchi “padri alberi”. E Alberto lo scopre, mentre loro amoreggiando, commentano il gesto del “povero zio” . Ma chi pensa mai di di rinchiudersi  qui per curare gli alberi dello zio!

 

È la svolta, narrativa e vitale. Alberto viene riportato bruscamente alla realtà e scopre di amare profondamente la sua terra aspra, i suoi generosi alberi, che lascerà invece a chi  già li ama e li amerà sempre. E comincia anche a vedere la gente di campagna con occhi nuovi, li capisce di più e desidera ardentemente che rimangano  proprio così come sono sempre stati, con tutti i loro difetti.. Questa è la loro bellezza.

Leone il fattore decide di andare per il mondo, ma alla fine…-

“ Cosa hai deciso Leone?

-Ho deciso di andarmene , don Alberto.

-Andartene?

– Sì, andarmene.

– E dove?

– Per il mondo

– Ah!

– Cosa vuole, don Alberto, una volta o l’altra bisogna pur decidersi a girare per il mondo, a tentare la fortuna…Qui non c’è speranza, don Alberto” p.13

È la filosofia che ispira questa storia a catturare il lettore. Il ritmo, il linguaggio, gli eventi sono meno coinvolgenti, pur presentando un efficace climax interno alla psicologia del protagonista. Alberto è un personaggio  tutto “round”, che dopo un percorso di riflessione e sofferenza modifica il suo approccio alla vita.  Rimane di questa lettura la spinta vitale dell’abbraccio appassionato  agli alberi, un abbraccio fisico  e psicologico, un abbraccio che apre alla speranza.

 “Caro noce, caro nocciolo, caro ciliegio, cara quercia, caro castagno, caro ulivo, non preoccupatevi, non pensateci, chi non ama voi non ama le radici, chi non ama voi non ha viscere complete, manca delle viscere della linfa vegetale, è un menomato, è un deficiente, non pensateci…, E con la mente Alberto sentiva nell’abbraccio le tenere scorze di noce, di nocciolo, di ciliegio, di quercia, di castagno di ulivo, cedere al suo affetto in svenimenti di crepuscolo” p.86

 

Ancora un paio di assaggi…

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Lo Stretto dei Dardanelli: Il gelso-casa di zio Emanuele- “Lo zio Emanuele possedeva un gelso il cui tronco si sviluppava metà orizzontalmente e metà verticalmente. Volle costruire una stalla vicino al gelso ma non volle sacrificare il gelso e allora lo fece passare dentro e certe volte lo usava come cuscino per dormire. Poi aggiunse una stanza alla stalla, poi un’altra, finché non costruì una casa a tre piani con per fondamento di fede il tronco di gelso, un casa rettangolare stretta,, “lo Stretto dei Dardanelli” piena di finestrelle proprio come una colombaia, sicché sembrava una casa che aveva la virtù di cambiare in colombo chiunque si mettesse ad abitarla. Ed Alberto ora tubava dal ridere mentre guardava quella casa e ancora incominciò a correre”p.44

Il Paradiso degli aranci- “ E Alberto andò oltre per viuzze pietrose e irregolari che di tanto in tanto avevano dei giardini chiusi da muri. Uno ce n’era di aranci i cui tronchi e le cui radici erano al muro aggrovigliati e pure avevano un disperato e intenso verde cupo di foglie e di grossi frutti acerbi dalla scorza forte  grossa e rugosa. E Alberto pensò che  se anche per le piante esistevano un inferno e un purgatorio e un paradiso per quegli aranci  era certa,mente riservatop il paradiso in considerazione del disperato e continuo sforzo che facevano per aprirsi la vita con i denti rabbiosi delle radici tra calcinaccio e ciottoli” pp.gg 57-58

DAL TITOLO: “ un  sensuale rapporto con la natura[…]in un linguaggio lirico che echeggia variamente G. Leopardi, G. D’Annunzio, D. Campana”. Dizionario Treccani

 

J.Verne-GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI- Un grande viaggio nel caleidoscopio Liberty. Settembre 2019- Selvazzano. Al tour si aggiunge una tappa a suon di magnifico jazz …

via J.Verne-GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI- Un grande viaggio nel caleidoscopio Liberty. Settembre 2019- Selvazzano. Al tour si aggiunge una tappa a suon di magnifico jazz …

J. Saramago-SAGGIO SULLA LUCIDITÁ. A proposito di elezioni, schede bianche e risultati elettorali…

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R.Saviano-ZERO ZERO ZERO Un progetto di Geografia Antropica sulla criminalità mondiale. E arriva anche la serie TV-Sky. 2019-Al Festival del Cinema di Venezia i primi due episodi.

via R.Saviano-ZERO ZERO ZERO Un progetto di Geografia Antropica sulla criminalità mondiale. E arriva anche la serie TV-Sky. 2019-Al Festival del Cinema di Venezia i primi due episodi.

A.M. Ortese – L’IGUANA. Una fabula dai contorni filosofici e surreali, eppure contemporanea.

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Sirena, da Solidonius, XVIII sec., Paris,Bibliothèque de l’Arsenal, Ms. 973, f. 12.

 

L’Iguana di Anna Maria Ortese è una fabula, con qualche spunto di morality, di utopia e distopia, di romanzo di avventura e realistico.

Si svolge su un’isola immaginaria, Ocaña (e qui scattano  i richiami a Robinson Crusoe di Defoe, a La tempesta di  Shakespeare, al Typhoon  di Conrad) dove approda lo yatch di Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei Duchi di Estremadura-Aleardi, e conte di Milano, architetto  in missione “immobiliarista”, su commissione della madre.

Protagonista immaginifica della storia è L’Iguana Estrellita, che da stellina prediletta del marchese proprietario del castello, l’ambiguo  Mendes, si trasforma in essere derelitto, ultimo della terra, incarnazione del male puro. Il giovane conte ne rimane abbagliato  e fa di tutto per proteggerla e conquistarla. Aleardo vive sull’isola il suo sogno, il suo progetto, il suo viaggio verso Dio, verso la conoscenza di sé e del mondo  circostante, fino alle estreme conseguenze di un siffatto viaggio.

Tra i personaggi rappresentativi  di una società ipocrita e degenerata, spicca la famiglia Hopins, ricchi Americani in cerca di un  titolo nobiliare che dia dignità alla loro  ricchezza da parvenu, L’affare si conclude tra madre, padre e giovane donzella promessa sposa del marchese squattrinato,  disposto a barattare il suo titolo per un ritorno alla ricchezza perduta.

Ma è questa la storia vera? O è solo un’illusione? Cosa è vero? Cosa non lo è? I frequenti appelli che il narratore lancia al lettore tentano di sciogliere  i dubbi.

Il linguaggio di Ortese è molto  ricercato, forbito, filosofico, spesso difficile, che a tratti stanca  il lettore, pur non riuscendo  a dissuaderlo dall’andare avanti, perché di pari passo alle parole sceltissime, Ortese affianca una storia dolce e amara che richiede di essere seguita fino alla fine, fino ad una  conclusione proiettata verso la luce, nonostante il buio invadente.

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Ho difficoltà a trovare le parole giuste  per descrivere l’effetto di tale narrazione, ma qualcuno l’ha fatto in modo mirabile nell’ appendice al libro. Si tratta di Piero Citati, che dipinge con sapienti parole e immagini  il quadro  de L’Iguana e guida il lettore nei sentieri tortuosi della storia di Estrellita, metafora mirabile dell’essere umano. Citati individua  tutto quello che c’è da dire, da scoprire, da godere e da criticare nel romanzo di Ortese.   

In appendice trovate anche un’altra piccola perla: L’intervista del poeta Dario Bellezza all’autrice; le pone domande semplici e complici  a cui la scrittrice risponde altrettanto semplicemente, con chiarezza e lucidità strabilianti.

 


Assaggi

Il cielo di Siviglia- “Il tempo era buono, il mare calmo, la primavera spingeva fin sul mare il suo fiato caldo, e vi fu un momento, quando lasciata la Luisa alla foce del Rio Tinto, il Daddo si recò a Siviglia in cerca di quel gioielliere, che l’azzurro si sarebbe tagliato a fette, tanto era azzurro. E vi era una calma, un silenzio, un tal piacere di vivere!”

Il bene e il male-“affatto inutili, e anzi ti ringrazio di avermi stimato degno di ascoltarli. Ma verrà un giorno, vedrai, che tu stesso, di certi timori, farai oggetto di risa; e ciò sarà quando, uscito in qualche modo da tanta solitudine, avrai constatato che il mondo, quando non è malato, è buono, e se non lo è, essendo soltanto malato, ha bisogno, per guarire, di tutto il nostro intelligente amore». La mano ch’era nella sua, a queste parole, si abbandonò un attimo, con una fiducia che sconvolse il visitatore, mentre quegli occhi lo fissavano con l’incanto con cui il neonato vede arrivare la madre sua, che credeva perduta, e trema tra riso e pianto. «Fosse così!» mormorò «fosse come tu dici, che il male non esiste!». «Non personalizzato, per lo meno, non intenzionale; ma solo come un momento del divenire, il momento, per così dire, pratico».

Una lampada a pila…un racconto antico e fiabesco in un tempo moderno?– “Una lampada a pila, che aveva tolto al mattino a bordo della Luisa, mandava avanti a lui una luce saltellante… una luce che pareva, imbarazzata, volersi ritrarre, chiedere protezione al suo proprietario.”

Education- “Infine, voleva domandare a Estrellita se, oltre i mestieri di casa, sapeva fare qualcosa d’altro…, se aveva studiato. Ipotesi assurda! Ma faceva parte del suo interessamento per una vita così disgraziata, e della coscienza un po’ dolorosa che, nella capitale lombarda, gli esseri rudimentali non usufruivano più delle medesime simpatie e agevolazioni dei rampolli altolocati, mentre il conte desiderava per la sua protetta la situazione migliore.”

L’iguanuccia Estrellita gioca a “Campana”- “«La settimana». Gioco ingenuo, e mille volte più ingenuo, se non bizzarro, se giocato durante la notte da una creatura come l’Iguana, che egli aveva già visto patire e sospirare e contare denari, con tutta la soffocazione e il tremendo silenzio di un’adulta. Quasi la notte, liberandola dalla presenza degli esseri atroci che la circondavano, svegliasse in qualche modo un suo patrimonio di felicità, l’Iguana, con piccoli saltelli, passava leggermente da un quadrato all’altro. Alcune di quelle galline, sveglie e indispettite, la fissavano dai loro posatoi; e l’Iguana, al modo di tutti i fanciulli del mondo, sembrava non farvi assolutamente caso, e quando volgeva il muso sottile dalla parte del conte, il giovane poteva vedere che vi era là, in mezzo alle grinze di ansietà e terrore lasciatele dalla quotidiana sua vita, non so che luce di grazia, di gioia. Che non si spense neppure allorché il conte, accendendo la sua pipa, e con un sorriso intimidito per quanto gradevole, si accostò al pollaio.”

Appelli al lettore. Lotta tra il bene e il male– “Ma hai mai pensato, Lettore, quale può essere lo strazio della Perversità e Malvagità medesima, impossibilitata, per ragioni diremo matematiche, a lottare con sé, fuggire da sé, e che sempre, il giorno e la notte, deve sopportare l’orrore della propria disperata presenza, essendo – questa presenza – se medesima?”

Abitudine all’orrore-“Non vi è, infatti, orrore che, essendovi nati dentro, e avendone, per così dire, bevuto il latte, non si trasformi col tempo in abitudine e rassegnata indifferenza, cioè a dire in una sorta di degradata felicità, e tuttavia ancora felicità.”

Inferno caldo o freddo?- “Si dice che l’Inferno sia calore, un calderone di pece, a probabilmente milioni di gradi sopra lo zero, ma in realtà il segno dell’Inferno è nel meno, invece che nel più, è in un freddo, Lettore, davvero assai orribile. Non solo vi è freddo, ma anche solitudine: nessuno ti parla più, e tu non riesci a parlare con alcuno. La tua bocca è murata. Questo è l’Inferno. “

Il conte Aleardo scende nella cantina dopo la scena umiliante per l’ iguana-“Andò, aiutato da quel verde raggio, fino all’angolo dov’era rincantucciata la Iguana, e vide che la creatura, piegata in due contro il muro, con una zampina sul capo, stava immobile; e il suo timore che piangesse scomparve quando si accorse che il «grr-grr» che faceva con la gola non era pianto, bensì il respiro nasale dei fanciulli che hanno pianto, e ora dormono. Un occhietto era chiuso; l’altro, semiaperto e fisso, come rimproverasse qualcuno. Ma era una semplice illusione ottica del conte, perché più non capiva.”

Aleardo, una nuvola piena d’acqua-“Ciò che infine lo rendeva, anche in mezzo alle compagnie letterarie di Milano, così sinceramente devoto e insieme distante, era proprio quella sua certezza di essere un nulla, una inabitata coscienza, una nuvola piena d’acqua, che sarebbe presto sparita.”

Quando Iguanuccia era la stellina del marchese– “Il marchese passeggia con lei sulla spiaggia, dandole il braccio, proprio come a una minuscola damina, e avvicina la testa al suo sottile muso, chiamandola più volte «stellina mia». L’Iguanuccia è fuori di sé dall’orgoglio e la soddisfazione. Non si è mai guardata in uno specchio, da quando è nata, ma non importa: sa di essere bella, ora, bellissima, e, come ogni figlia dell’uomo, ne è beata. Ogni cosa che lei fa, ogni passo, ogni occhiata, ogni inconsapevole attuccio, sembra gradito al marchese più della primavera medesima o di una corona regale. I fratelli, in quel tempo, non esistono; esiste solo il marchese, cioè il suo babbo, o qualcosa di più, che nella sua stupidità assoluta l’Iguanuccia non riesce a catalogare, ma si chiama dolcezza, e speranza di trasformarsi per sempre in una elegante stellina. Ciò perché il marchese le ha promesso che un giorno, quando sarà cresciuta, la porterà in paradiso, un posto assai grande, di là dal mare, dove la presenterà come sua sposa, e tutti la onoreranno, e vi sarà per lei «una felicità che nemmeno te la immagini».”

Ode al marchese, babbo dei babbi-“Solo, ogni suo passo, sguardo, voce, anche se dorme, è una lode, un appassionato rendimento di grazie al babbo dei babbi, al marchese dei marchesi: «Tu, che mi hai fatto nascere…». «Per il quale sono viva…». «Che sei così grazioso e sapiente…». «Che mi porterai in paradiso, domani…». «E io vedrò la tua gloria…». «Io, la tua servettina…».”

Quando Iguanuccia diventa solo una questione sindacale- “«Le… le hai parlato?». «Sì…». «Capisco» disse il marchese facendosi pensieroso; e soggiunse: «C’è un equivoco, e posso chiarirtelo in due parole; dipende da nient’altro che un’erronea inerpretazione della funzione dei sindacati. Come tu sai, essi stabiliscono il versamento di una certa tassa a favore dei servi, per la loro vecchiaia, e, in mancanza di ciò, un semplice aumento del salario. Essa, in qualche modo, ne aveva sentito parlare, e chiese, se non quella previdenza, un aumento. Non aveva considerato che mancavale la iscrizione. Così, finora, non è stato possibile accordarle niente. Tutto qui».”

Appello al lettore a ritmo molto sostenuto-  “Se in fondo al pozzo o in quel freddo e allucinato tribunale, noi, Lettore, se pure ciò ti parrà strano, non possiamo dirti. Ma tu, se di questi continui passaggi da un luogo all’altro, e mutamenti di scena, e spezzati dialoghi, e rapido inserirsi di un luogo in un altro; se di questi intarsi di casa, di vento, di pozzo, di sentieri frementi e muti interni, di vive foglie e di morti muri, di raggi di sole e raggi di lampada, di cammino e di stasi, di immobilità e movimento, e soprattutto di un crescente dolore, di una tristezza senza requie, di una rabbia indicibile, mista a parole usuali, e anche della scomparsa della nostra Iguana, come di quei prodigi e quelle risa che hanno caratterizzato finora la nostra storia, sarai portato a chiedere spiegazione, rifletti, in attesa che possiamo dartene una (ammesso che vi sia una spiegazione a questo mondo di imperscrutabili fenomeni, dove tu anche vivi), rifletti, pensieroso Lettore,”

La malattia del pensare- “Volgi poi la ragione tranquilla, tu che sei salvo, alla tremenda verità dell’anima, ch’è qui, ovunque, e in nessun luogo, e ciò mentre un giovane corpo cammina, è avviato in una certa direzione, in un’altra, dove lo portano le nuove domande dell’animo suo. Ma che cos’è un corpo di fronte a ciò che lo conduce, e che quel corpo, quelle mani, quegli occhi hanno il semplice dovere di esprimere? E che cos’è il tempo, in cui tali atti e pensieri si dipanano? cos’è lo spazio, se non una ingenua convenzione? e un’isola, una città, il mondo stesso con le sue tumultuose capitali, che altro sono se non il teatro dove il cuore, colpito dai rimorsi, pone i suoi ardenti interrogativi? Così non meravigliarti, Lettore, se la malattia (così possiamo chiamare il pensiero), che da tempo minacciava il nostro conte, morto vivente nella sua classe, è esplosa nei modi tremendi che vedi, rivelando la sotterranea malinconia, la straziata esigenza del reale. Perciò del prato e il bosco, la sala e il pozzo, la tempesta e il sereno, le rapide nuvole d’aprile e la chiusura di novembre, che così si confondono alla fine della nostra storia, non indagare la causa, riconoscendo in essi, piuttosto, il risoluto cammino, e solo vero, dell’anima, tra le cose che hanno finto fin qua di essere lei, e con turbamento grande, e paura, la imitano.”

Processo per la morte di Dio-Farfalla– “Era, Lettore, se mai sei stato desideroso di conoscere le vere sembianze di colui del quale favoleggiamo da secoli, senza mai essere certi di averlo ravvisato, era, arrampicata e addormita su una foglia, una semplice farfalla bianca.” Ma quale grazia doveva aver avuto volando sui prati e i cespugli in fiore, prima della tremenda sua morte! Era un bruco debole e semplice, ma con pure ali che ancora, forse al respiro della intera aula, tremavano, in una parvenza di vita. Aveva antenne d’oro, e occhietti assai buoni, assai puri e tristi. Pensando che in un così semplice essere, e così debole, e ormai cancellato dalla vita, era il segreto, l’origine dello stesso immenso e allucinante universo, coi suoi splendori e i suoi doni, con tutte le cose che lui e gli altri nobili avevano avuto e goduto, il conte sentì quanto la sua uccisione fosse imperdonabile, e il lutto delle Costellazioni infinito.”

Quando la ragione cerca di definire la natura– “La ragione dovrebbe illuminare continuamente tutto, dovrebbe illuminare il disordine e il dolore. C’è molto dolore, nel mondo, ce n’è più che in tutti i tempi, perché l’irreale – il non-conosciuto – è assai più profondo. Mille ragioni – di stato o pratiche – vi si oppongono. Non per malvagità, ma perché a quelle condizioni – che mantengono il disordine, su cui cresce il dolore – sono legati innumerevoli interessi, anche di cultura, o vecchia cultura; quindi di autorità. Quando, per esempio, dai il mondo come spiegato – per così dire: naturale – ci edifichi sopra le cose degli uomini. Quando lo dai come inspiegabile, cioè innaturale, e lo definisci come visione del fuggevole – ci edifichi l’uomo. Non è una differenza da poco. Edificare l’uomo è gratuito. Edificare le cose (dell’uomo e sull’uomo), porta compensi molto alti, non solo economici. Ma perde l’uomo.”

Quando scrivere e leggere significa tornare a casa…– “Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera.”

Piero Citati parla dell’Iguana e della sua autrice- “Quando esce alla luce, ci appare come uno scrittore romantico, che sarebbe potuto nascere nella Germania o nell’Inghilterra o nella Spagna del 1820. Dello scrittore romantico, Anna Maria Ortese ha tutto: un ardore, un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non sembra bastare: gli opposti abissi di tenebra e di eterea letizia: un lieve delirio, che sfuma le sensazioni; il dono di cogliere il reale e l’irreale appena si producono, e di fonderli nell’incantesimo di un unico sogno.”

L’isola– “Viaggiando col suo yacht nell’Atlantico, Aleardo giunge alla sconosciuta isola di Ocaña – che è l’isola della Tempesta, l’isola di Stevenson, il luogo dove approdiamo quando balziamo fuori dalla curva della realtà.”

Farfalle e Speranza– “Aleardo muore: è un sacrificio, non una redenzione: quindi la natura non è stata salvata, il male non è stato cancellato, nessuna parola di conforto scende dai cieli. Eppure il dolcissimo sorriso che allieta il volto di Aleardo ci assicura che il Dio-farfalla non è morto, che forse può rinascere in altre farfalle bianche, e che un soffio di quiete e di mitezza può alleviare le ferite e i gridi e gli orrori. Malgrado la limpidezza del suo nichilismo, nell’Ortese non muore mai la speranza che, da qualche parte, in qualche altra isola ancora sconosciuta, il Paradiso possa esistere.”

K. Haruf-VINCOLI (The tie that binds) “Bentornati,(o benvenuti) a Holt!”, dove si esplorano vizi, brutture, virtù e bellezze dell’America profonda.

 

 

Haruf-vincoli

 

A Holt (nome fittizio  di Yuma), Colorado, USA inizia una narrazione “totale”, con un punto di vista interno alle vicende. È infatti Sanders Roscoe, figlio di John, che decide di raccontar-si in dettaglio una storia che conosce già molto bene, la stessa storia che, se le cose fossero andate diversamente, avrebbe raccontato al giovane giornalista piombato in città per conoscere la verità sul caso Goodnough.

Al centro della scena c’è Edith: una piccola grande donna, unico incompiuto amore di John Roscoe; figlia incatenata del vecchio tiranno Roy Goodnough; sorella-complice amorosa di Lyman. Lyman e Edith sono due figli dell’America profonda, vittime di un sistema familiare violento e chiuso, dove la figura paterna schiaccia e annulla tutti, a partire dalla moglie che  accetta controvoglia la decisione di andare verso Ovest ad occupare la terra concessa dallo Stato a Roy.

Centosessanta acri di impietosa terra demaniale nelle aree selvagge fuori dai confini originali delle tredici colonie che, in base all’ Homestead Act del 1862, di Abraham Lincoln, veniva concessa ai pionieri che si impegnassero a lavorarla, condizione imprescindibile per ottenerne la proprietà.

Vincoli è una sorta di racconto a spirale puntellato da frequenti digressioni e ritorni del narratore-personaggio al filo conduttore originale in cui Edith, Holt e le terre desolate del Colorado sono gli innegabili protagonisti.

La storia ha il suo bel risvolto noir che il racconto di Sanders riesce a tenere vivo dall’inizio alla fine, obbligando il lettore a seguirlo docilmente verso la conclusione. Bellissimo e denso di tensione il racconto dell’affilatura delle lame. Prepara il lettore ad un climax  drammatico che puntualmente arriva, accompagnato da sudore, pula, sabbia e imprecazioni.

” Così in quella mattina di fine luglio, mentre Lyman mungeva e dava da mangiare alle sei o sette Shorthorn che tenevano per il latte, Roy liberò la barra falciante fuori dalla testata della mietitrice per affilare le lame. Dopo aver preparato la colazione e lavato i piatti, Edith si mise ad aiutarlo; teneva ferma l’estremità della barra, mentre lui spingeva i pedali della mola seduto sul seggiolino di ferro. Come un bambino enorme che corre su un triciclo. Affilò e lucidò entrambi i lati delle lame, lame triangolari seghettate chiamate denti, avvitate lungo tutta la barra. Alcuni denti erano rovinati dai sassi, ma Roy non si prese il disturbo di sostituirli. Ci avrebbe messo più tempo; voleva terminare il lavoro finchè il tempo reggeva. Affilò e allisciò le lame fino a farle scintillare come coltelli appena lucidate. Lyman si avvicinò e guardò il padre che pedalava…”p. 38-39

L’affresco è così ricco e articolato che molti personaggi, appena accennati in questo romanzo, diventano promesse per futuri ritocchi al colore, al profilo, all’essenza della loro anima. E infatti, puntuale, Haruf ci dona la Trilogia di Holt: Canto della pianura 1999, Crepuscolo 2004 e Benedizione 2013.

“Bentornati, (o benvenuti) a Holt!”.

Con queste parole che faccio mie, Fulvio Cremonesi, traduttore del romanzo, chiude la sua nota conclusiva. Accetto di cuore il suo benvenuto. Un benvenuto nella “prima classe” narrativa che tante volte avevo pensato di esplorare, rimandando altrettante volte il momento dell’incontro. Finalmente, grazie al GdL Girolibro di Selvazzano il momento è arrivato!

the tie that binds-Haruf

Sono sicura che la versione originale in Americano ha un ritmo ancora più incalzante e sincopato di quella in Italiano, che pure riesce, nella traduzione di Cremonesi, a coinvolgere e affascinare il lettore. Tuttavia, se leggerò la Trilogia, lo farò in lingua originale.

Il gioco dei nomi

Perché Haruf chiama HOLT la sua città fittiza?

Per il suo significato poetico? Bosco o boschetto o bosco collinare ?

Per il suo significato di tana, covo?

Sono suggestive entrambe le aree semantiche, ma l’idea del covo nascosto, della tana in cui rifugiarsi e chiudersi al mondo, come hanno fatto Edith e Lyman, mi ispira di più.

Voi quale preferite? Conoscete forse il motivo della scelta di Haruf?

 


Assaggi

Intrappolati- “Ma se il loro padre era sistemato, Edith e Lyman erano messi anche peggio. Rimasero intrappolati in quella fattoria in mezzo alla sabbia. Come avrebbero potuto lasciarlo in quelle condizioni? Non potevano farlo. Non in quelle condizioni, non potevano proprio. Fu l’inferno per tutti. Erano sistemati tutti quanti…Se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di città, le cose sarebbero potute andare diversamente…p. 54-55

La prima volta di Edith tra tenerezza, girasoli, e cielo terso stellato- “ A quel punto erano soli. Fu una delle poche volte, e la macchina era ferma sulla stradina di campagna. Da una parte e dall’altra c’erano girasoli e salvia e yucca e gramigna, dato che era una zona di colline troppo ripide per poter essere arata, e non so se quella sera per loro ci fosse la luna oppure no. Ma spero di sì, una luna piena, perché almeno una volta nella vita Edith Goodnough meritava di essere vista in quella pallida luce azzurra, e comunque so che le stelle brillavano per loro nel cielo terso e c’era un grande silenzio. Mio padre deve averla abbracciata e baciata—e non fu uno di quei primi baci in cui non sai dove mettere il naso e i menti si scontrano, no, fu uno di quelli in cui hai già superato la fase iniziale, hai già imparato a mescolare come si deve la tua bocca con la sua, e ha un buon sapore, entrambi ne vorreste altri e infatti continuate a baciarvi. Quindi lui deve averla baciata ed essere stato baciato da lei, e voglio sperare che a quel punto siano usciti dalla macchina. Voglio pensare che l’abbiano fatto, che siano usciti in quel pallido silenzio azzurro e poi si siano allontanati insieme dall’automobile e abbiano camminato su per la collina fino a trovare una conca nell’erba…” p.69

Il pazzo scatenato (Hitler), gli anni 40 e i venti di guerra in arrivo– Poi gli stessi eventi esterni raggiunsero anche i Goodnough. Alla fine degli anni Trenta il pazzo scatenato in Germania aveva contagiato con la sua follia così tanti milioni di persone che la situazione in Europa era completamente fuori controllo. E siccome carneficine e tradimenti segnarono anche l’inizio degli anni Quaranta, la gente di questo paese cominciò a chiedersi quale dovesse essere il proprio ruolo. Si parlava molto di entrare in guerra, di prendere l’iniziativa, e penso che siano stati tutti quei discorsi che spinsero Lyman ad agire…” p. 89

Lyman si butta nella mischia, finalmente, con Agnes Wilson, cameriera della Holt Tavern- “ Lyman deve essersi sentito in paradiso. Era sulla pista da ballo della Holt Tavern con la faccia nascosta tra i capelli rosa di Agnes Wilson. Quel corpo pieno, maturo, aderiva completamente al suo e Lyman aveva smesso di tenerle la mano. La stava stringendo con le sue braccia da scapolo di mezz’età, i polsini bianchi della camicia della domenica spiccavano sul vestito nero della cameriera, le mani non si staccavano dal suo sedere massiccio. Quando l’orchestrina iniziava una nuova canzone, Agnes trascinava Lyman in giro per la pista da ballo, ma tra un brano e l’altro restavano fermi ad aspettare, immobili, e Lyman non mollava la presa, come se non osasse lasciarla libera. p. 97

La guerra e gli uomini come manzi insanguinati– “Mentre non posso dire che la guerra avesse particolarmente colpito me, credo che abbia fatto davvero soffrire mio padre. La odiava. Immagino che avesse imparato a convivere con l’idea che ci fosse un nesso tra i manzi che allevava e tutto il sangue versato in Europa.” p. 135

La bianca carne pannosa di Twyla, domestica tuttofare, in un triangolo pericolosissimo. Un’altra storia nella storia – “ Eravamo tutti amici, no? Chiaro, ma la cosa più importante-diamine, non facevamo del male a nessuno- era che non c’erano problemi ad andare a letto con Twyla. Tutti e due, intendo dire. Un po’ come quando le pagavamo lo stipendio a turno. Soltanto che lei non era una puttana. Neanche un po’. Era Twyla Thompson, nata e cresciuta a Holt, Colorado. Era una di noi, capisci? Una ragazza di qui, con una bella faccia rossa, che prima di farsi convincere a trasferirsi alla fattoria aveva lavorato piena di buona volontà al silo, tra nubi di polvere di grano e granturco. Non era una che spegneva in qualche modo le sue emozioni, i suoi sentimenti caldi e profondi, e intanto continuava ad aprire le gambe. Così quella situazione cominciò a pesarle. Si, cristo, era inevitabile che qualcuno si facesse male” p. 151

Da Edith- “Per tutto quel periodo di deriva, confusione e stupidità, la mia unica solida base fu Edith Goodnough. Mi fermavo semplicemente per stare lì un’ora, e di solito accadeva quando per una ragione qualsiasi non riuscivo a evitare di pensare, quando anche solo per un minuto mettevo a fuoco ciò che succedeva a casa mia. Allora, subito dopo, la stessa sera o il giorno successivo, montavo in macchina e andavo da Edith. Non gliene parlavo, non era necessario. Sembrava che lei sapesse. Ci prendevamo sottobraccio e dondolavamo ascoltando le cicale sugli alberi intorno a noi, nell’oscurità. Io perlomeno avevo lei, lei non aveva proprio niente.” p. 159

Care vecchie cartoline alla sorellina, protagoniste inaspettate di un viaggio di formazione – “Si teneva occupata anche con quelle dannate cartoline. Le aveva fissate con le puntine tutte in fila sulle pareti del salotto, così se ti interessava -a me no- potevi seguire gli spostamenti di Lyman anno dopo anno, prima a ovest, poi nel Midwest e nel profondo sud e infine a est, come se avesse la vaga idea di invertire la marea migratoria dei pionieri andando a finire dove tutto era cominciato, dove dal suo punto di vista era stato commesso il primo passo falso, dove il padre di suo padre era stato portato in braccio dalla sua trisnonna che scendeva dalla passerella di una nave con i pannolini pieni di cacca. Le cartoline, sistemate in quel modo, esposte in lunghe file ordinate come piastrelle in un bagno, avevano un’aria vivace, circense; grattacieli di vetro, fontane blu, statue, parchi cittadini con gli alberi potati e le panchine verdi. Facevano pensare a dozzinali manifesti di carnevale, locandine del circo ritagliate. E sul retro delle cartoline c’era sempre il breve, infantile, esasperante scarabocchio di Lyman che non diceva quasi nulla…”p. 161

Alla fiera d’agosto, la ruota panoramica, i maiali, il divertimento e poi…– “Sulla strada principale a sud di Holt c’è un piccolo ponte di legno, il Five Mile bridge: Sotto non scorre un torrente o un fiume, c’è solo un letto asciutto soffocato dalle erbacce che si riempie per un giorno o due verso la fine della primavera, quando cade gran parte della pioggia dell’anno. Non c’è granché da dire sul ponte, ma in questa contea in cui non c’è molto bisogno di ponti serve da punto di riferimento. La gente lo usa quando deve dare indicazioni ai forestieri, e ci sono stati anche due incidenti…” p. 189

La vita reclama i suoi diritti, arriva un nuovo personaggio: Rena e Lyman aprono un’agenzia di viaggi virtuale e stellare- “ E andava bene così, perché Rena teneva occupato Lyman; era quasi felice quando c’era lei. Quindi, mentre Edith piegava indumenti o preparava la cena, i due viaggiatori erano impegnati, assorbiti dal loro serissimo gioco. Entrambi chini sul tavolo: Rena colorava biglietti del treno e Lyman studiava i numeri del suo orario ferroviario e cercava di capire come arrivare a Detroit prendendo un treno da Denver. Era un affare davvero serio. E Rena diceva cose del tipo: sono stufa dell’arancione. Adesso li faccio rossi…”p.227

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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