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  • Mondo Fuori

  • 27 Gennaio-Giornata della Memoria per continuare a ricordare, andando avanti

  • I viaggi della speranza e della disperazione.

    Viaggi nell'abisso. Samia: “Il Viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto, oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. È una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare. Se si è fortunati due mesi. Se si è sfortunati anche un anno o due…”p.122 -Non dirmi che hai paura-G.Catozzella

  • Con Amnesty International contro la pena di morte

  • Verità per Giulio Regeni-“La tua verità? No, la Verità, e vieni con me a cercarla. La tua, tientela.” A.Machado y Ruiz (Poeta Spagnolo 1875-1939)

  • Io sto con Emercency

    Guerre, Epidemie, Vite umane falcidiate... Per nostra fortuna c'è Emercency.

  • LIBERA-100 passi e oltre verso…

    21 Marzo a Padova XXIV giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

  • 8 Marzo 2020-Donne insieme con determinazione e speranza

    a mia madre-click&read
  • 15 Marzo Climate Strike. Gli studenti del mondo manifestano per clima e ambiente

    Fridays for Future- giovani alla riscossa- Appello disperato agli "adulti" Agite subito per questa nostra Terra! “Our house is on fire, I am here to say our house is on fire."

  • 21 Marzo-World Poetry Day. Arriva Primavera, in versi…

    Il verso è tutto. G.D'Annunzio, Il Piacere, II,1

  • 22 Marzo Giornata Internazionale dell’ACQUA-un diritto per tutti!

    con Bertoli e Ligabue, nel vento che soffia e l'acqua che scorre...

  • 23 Aprile-Giornata Mondiale del Libro

  • 25 Aprile 2020- Festa della Liberazione dal nazifascismo

  • 1° Maggio 2020-Coraggio!

    R.Guttuso-Portella delle Ginestre

  • 23 Maggio-19 Luglio -Luci che non si spengono…

  • 10 Maggio 2020-Festa della Mamma

    dalla vita di una grande mamma...

  • 2 Giugno 2020-Festa della Repubblica Italiana

    Ossimori festosi: ferita, disorientata, fragile, eppure resiliente, meravigliosa e forte. La nostra Repubblica.

  • Amo l’Europa

  • 3 Ottobre 2013-3 Ottobre 2020 Ricordare, accogliere, progettare il futuro

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    Il 3 ottobre è diventato giornata della memoria e dell'accoglienza, una data in cui si ricordano le vittime del naufragio di Lampedusa e tutti i migranti che hanno perso la vita nel tentativo di arrivare in Italia, la porta dell'Europa.

  • 5 Ottobre 2020-Giornata UNESCO dedicata agli Isegnanti

  • 20 Novembre2020- Giornata Internazionale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza

  • 25 Novembre 2020-Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

  • 10 Dicembre 1948 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

    Restare umani è un diritto-dovere. Dopo 70 anni, a che punto siamo?

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Serie CdC- A. Hitchcock- WHISKY SPECIALE. Un racconto giallo nella migliore tradizione letteraria.

 

Il maestro Hitchcock offre un piccolo capolavoro alla Domenica del Corriere. WHISKY SPECIALE è un perfetto esempio di short story, con finale a sorpresa condito con l’usuale ironia amara di Hitchcock.

Entriamo in medias res con l’ingresso del protagonista Mannering nello studio del dottor Hilroy dove prende vita un’interessante discussione sui libri gialli e su quanto il dottore sia appassionato di questo genere.

A suo modo anche Mannering è appassionato e esperto del genere, da un punto di vista tutto  suo, il punto di vista di un contabile che si è cacciato in un guaio  terribile per il  quale si trova il fiato sul collo dell’implacabile Brewer-revisore-dei-conti.

 

Hitchcock presenta…in TV

 

La silhouette era inconfondibile, il profilo panciuto. La celebre caricatura della sigla dei telefilm Alfred Hitchcock presenta, l’aveva realizzata lo stesso regista. Un marchio di fabbrica, che divenne familiare per milioni di spettatori, e spiega bene come il maestro del brivido che esplorava angosce e le zone più buie dell’animo umano, non rinunciasse mai all’ironia.

“Signore e signori, buonasera” diceva sulle note della Marcia funebre delle marionette di Gounod, e immediatamente lo spettatore veniva catturato nel suo mondo, dove niente è come appare. Ventitré minuti per sviluppare trame perfette, misteri con risvolti sorprendenti versione bonsai. Parlando della serie, fu lo stesso autore a spiegare: “Riporta il crimine in casa, dove esso risiede”.La Repubblica

H. Janeczek-LA RAGAZZA CON LA LEICA. Gerda Taro, “una chimera di gran classe” al servizio della fotografia e della libertà.

Tutto ruota intorno a Gerta Pohorylle/Gerda, giovane donna di Stoccarda, esuberante, intelligente, coraggiosa e  anticonformista,  affamata di vita. Spiriti guida della sua vita, e di  quella dei suoi amici e amanti, sono la fotografia e  la passione civile che, insieme a una buona dose di incoscienza e di spirito di avventura portano Gerda in Spagna durante la guerra civile, per testimoniare con i suoi scatti la rivoluzione e i rivoluzionari. Ed è qui  che un carro armato pesante e senz’ anima pone fine alla sua giovane vita, cogliendola nell’attimo fatale in cui  sta per scattare l’ennesima foto dell’attimo fuggente.

“con quel passo aereo, libera di svoltare l’angolo e sparire come un sogno, una chimera di gran classe…”

R.Capa- Gerda compra mughetti a Parigi-1maggio 1937

È Parigi, città magica e agognata da tutti gli intellettuali e i rifugiati del tempo, a favorire la nascita e la maturazione di quella coscienza rivoluzionaria che spingerà Gerda, André Friedman (Robert Capa) sua anima gemella, Ruth, Fred e Lilo Stein, Csiki,Willy, Seiichi e tanti altri  verso la Spagna, in soccorso della resistenza alla dittatura. Ma è l’amore o l’attrazione per Gerda a creare l’alchimia profonda tra questi  giovani straordinari.

La grande storia si affaccia tra gli scatti di quelli che diverranno i maestri della fotografia moderna: la montante follia delle persecuzioni naziste, la folla di profughi alla ricerca di un passaggio verso la salvezza, in Spagna, in Francia e poi, mentre i nazisti avanzano inesorabilmente,  in America o in qualche paese sudamericano.

Colpiscono alcuni personaggi, come Csziki  in fuga dagli invasori nazisti , con lo zaino in spalla pieno di  negativi dei suoi amici fotografi da portare in salvo. Nella missione coinvolge consoli, primi ministri  e persone sconosciute, affidando loro il prezioso carico.

“… al posto delle praline artigianali, ripone nel reticolato le prove più schiaccianti di ciò che è accaduto in Spagna – una selezione dei negativi di Capa, Chim e Taro – contrassegnando i riquadri sul coperchio in una chiarissima grafia a matita. Terminato il lavoro, infila le scatole in uno zaino e, caricatoselo in spalla, inforca la bicicletta. Sulle ruote appesantite dai minimi averi personali, si fa largo sulle routes nationales intasate dai parigini in fuga, pedalando fino a Bordeaux o a Marsiglia. Forse pedala fino a Bordeaux e poi prosegue senza bici per Marsiglia, ma sta di fatto che pedala pure per la sua vita, la vita di un ebreo di Budapest gravato di un bagaglio che lo tradirebbe come complice di chi si è opposto con la fotografia alla prima guerra nazifascista sul continente.”

La narrazione per punti di vista mantiene sempre al centro Gerda, sempre uguale e fedele a se stessa. Willy Chardack “il bassotto” cerca di mettere in fila eventi, ricordi e sensazioni, riaccendendoli nella mente e nel corpo, ogni volta che ne parla.  Georg Kuritzkes va avanti e dietro nel racconto mostrando tutto il suo coinvolgimento con le vicende storiche e personali, e con  le persone raccontate. Anche Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, racconta Gerda dal suo punto di vista, femminile e professionale, ma sempre con rispetto e affetto.

“Ciascuno ricorda ciò che gli serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella. E il dottor Kuritzkes vuole solo tenersi la «sua Gerda», anche se sa che non esiste. Gerda la temeraria, l’imprevedibile, la volpe rubia, che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.”

Gerta Pohorylle e André Friedmann, o meglio  Gerda Taro e Robert Capa, invadono il  romanzo  con il loro amore e il loro sodalizio professionale.  Due facce della stessa medaglia, anche se quella di Gerda sembra essere la più luminosa, mentre quella di Robert è senz’altro quella di maggior successo, successo  che  Gerda ha ben capito come raggiungere:

“«Ho capito come va il mercato.» «Ah sì?» rispondeva Ruth distratta, perché la pausa teatrale lo richiedeva. «Non basta essere tempestivi eccetera. Bisogna avere i nomi giusti, sennò crearli. Credi che un caporedattore sappia distinguere la semplice bontà di un’immagine? Raramente. La fotografia è fatta di nulla, inflazionata, merce che scade in un giorno. Si tratta di saperla vendere» concludeva Gerda, e alzava gli occhi trionfanti e birichini verso la strada.”

I ricordi, i flashback, le epifanie intercalate con descrizioni e dialoghi rendono la narrazione pulsante, incalzante, ma a tratti troppo sincopata, abbondante e  non sempre  facile da seguire. Nell’epilogo l’autrice riporta un monito che le è stato rivolto dagli amici: “Non abbandonarti all’eccesso di documentazione”.

In effetti il romanzo provoca a tratti una sindrome da sovraccarico di informazioni, ma rimane comunque un “docunovel”(biografia…) ricco di spunti di vita, d’amore, di bellezza e anelito verso la libertà in tempi bui che si spera non tornino più. Attraverso l’arte della fotografia i lettori sono spinti a riflettere su un’epoca complessa e su una realtà femminile forte e decisa, sebbene  fragile e appassionata.

Tempi tormentati e complessi quelli in cui hanno vissuto i grandi fotografi descritti nel romanzo, ricchi di  contraddizioni, tra  bellezza e  orrore. Tornano  tutti nella storia di Janeczek: il nazismo, la guerra civile in Spagna, la crisi economica in Europa, lo scoppio della seconda guerra mondiale, le persecuzioni, i campi di internamento, le lotte partigiane, il dopo-guerra in Italia, il neorealismo, il trionfo della fotografia.  La fotografia esplode come forma d’arte e testimonianza. E la Leica?

Giovane miliziana si allena sulla spiaggia di Barcellona 1936 foto di Gerda Taro

La Leica è una macchina fotografica piccola e perfetta. Ricordo quella di papà, che anche noi figlie abbiamo usato da bambine e da ragazze. Ora non so dove sia andata a finire, ma porto con me il ricordo di tutti i bei momenti  legati ai suoi scatti, cravvivati da questo romanzo.

Anonimo 1937 -Gerda Taro

“Fred Stein ha imparato da solo, grazie al dono di nozze di una Leica e a Lilo che lo assiste. È la Leica, dice, che gli ha insegnato a fotografare, la porta sempre al collo, la tratta come un’estensione del suo corpo. Non può farci nulla se quella simbiosi si scontra con la diffidenza dei clienti che, abituati a un imponente abracadabra, dubitano che da un congegno poco più grande di un portafoglio possa uscire un ritratto accettabile.”

Il mondo di Gerda Taro

Vuoi  entrare nel mondo di Gerda Taro  per conoscerla meglio? Vuoi vedere alcune tra le sue foto più belle? Vuoi incontare Capa, suo grande amore? Pieter suo primo fidanzato? E Lipsia? E tanto ancora ? Vai a  IL MONDO DI GERDA TARO di Helena Janeczek

Soldato repubblicano-Gerda Taro- Brunete- luglio 1937

Ho trovato  molto interessante anche  il saggio  di   Anna Trevisan  Gerda Taro. La cacciatrice di luce (Finnegans.it) Leggetelo e gustatevi le foto  di Taro e Capa . 

Assaggi

Arrivano i lupi e divorano tutto“Così erano arrivati i lupi. Si erano moltiplicati grazie all’errore di sottovalutarli, crederli bestie feroci ma primitive, confonderli con i pastori tedeschi, animali domabili, sfruttabili a propria convenienza. Non si sarebbero avvicinati alle case se il paese non fosse stato così affamato. Adesso non erano più soltanto i piccoli borghesi, gli invalidi, i lumpen e il sottobosco criminale a farsi irretire dalle camicie brune. A ogni fabbrica, magazzino, cantiere, altoforno che chiudeva o riduceva produzione e organico, la massa del proletariato si sfaldava. La fame era una cattiva consigliera, e la disperazione anche peggiore.

Epifania.  L’ odore di lavanda- “Il dottor Chardack è incerto se meravigliarsi di quel ricordo così intatto. Non gli pare di averlo mai richiamato, tantomeno condiviso con qualcuno. Sono trascorsi venticinque anni da allora, ma non è quel numero che conta. Conta che il passato andrebbe lasciato stare, con i morti al loro posto, ma ormai s’è presentato quel ricordo così intatto da richiamare persino l’odore di lavanda. Le cose che non usi, che non sciupi, che metti via per bene, saltano fuori quando capita, inalterate.”

Che cosa è un nome…la scelta giusta- “«Come diceva il poeta maledetto: Je est un autre. Dovete chiamarmi Robert Capa.» Tutto qui? Seiichi aveva accennato un applauso. Friedmann era raggiante. Gerda ripeteva «Robert Capa» con l’accento francese, inglese e tedesco, tenendo a rimarcare che non si storpiava in nessuna lingua ed era molto orecchiabile.”

“«Come ti viene in mente!» aveva replicato André. «Noi abbiamo pensato a Robert Taylor, e per lei a Greta Garbo. Niente più Pohorylle. Voilà, da oggi sarà Gerda Taro.» «Anche lei americana, immagino.» «Non importa, internazionale» aveva ribattuto Gerda. «Solo Robert Capa deve essere americano.»

I soldi per il cinema si trovano sempre- “Forse sarebbero venute giù lacrime sentimentali davanti a un altro schermo, se non fossero state costrette a contare gli spiccioli in borsa. In quel periodo avevano dovuto rinunciare alla Garbo nel melodrammatico Velo dipinto e alla torbida Dietrich nell’Imperatrice Caterina, ma una domenica piovosa si erano concesse la seconda visione dei Ragazzi della via Pál, facendosi accompagnare dal Bassotto che non aspettava altro.

Le poche volte in cui non si lesinavano una sera al cinema, preferivano però film comici: come ai vecchi tempi, quando l’elegantissima ragazza di Stoccarda rideva come una matta di Stanlio e Ollio lasciando incredula la nuova compagnia di Lipsia. Fuori dalle sale cinematografiche, tra le palpebre di Gerda affioravano soltanto incontinenze minime di rabbia, velature di dispiacere e soprattutto travasi di orgoglio ferito. Lacrime di preoccupazione, dolore o impotenza erano cedimenti al catastrofismo di cui, in quei tempi, conveniva liberarsi.”

Cosa affascina i parigini- “«Ah, i parigini che si credono tanto smaliziati! I direttori dei giornali, e pure quelli della nostra parte, che morire se ti alzano il cachet di due centesimi, a te povero rifugiato antifascista. Ma quando racconti di un americano che gira il beau monde di tutta Europa, non vedono l’ora di incontrarlo. Très désolés, ha portato la sua ultima conquista a Venezia, non abbiamo idea di quando torni. E chi sarebbe la ragazza, una famosa? Questo non possiamo certo dirlo.»”

Capa e Rossellini- “Conoscevo di sfuggita il suo amico David ‘Chim’ Seymour, lo incontravo a Trastevere da Checco er Carrettiere, scendeva sempre all’Hotel d’Inghilterra. Aveva grandi esigenze da buongustaio, bizzarre per uno straniero che di solito non distingue neanche una pasta scotta, e coltivava un’eleganza incongrua con quell’aspetto pasciuto da maestro: l’antitesi di un paparazzo, così discreto che si capiva come mai fosse il ritrattista preferito delle dive – la Loren, la Lollo, la Bergman che ai tempi dello scandalo gli diede l’esclusiva – ma così orbo che sembrava improbabile come fotografo di guerra. Capa invece attraeva per la sua fama romanzesca, le voci su una tormentata liaison di cui la Bergman si era consolata con Rossellini. L’hai conosciuto in Spagna? Magari in quelle foto dell’addio alle Brigate Internazionali, straordinarie, compare pure la tua faccia?»”

Sensi di colpa- “No, lui non ha nulla da rimproverarsi, visto che avrebbe potuto rimanere a Napoli anziché partire per la Spagna, e poi è stato il filo tiratissimo della fortuna a farlo arrivare intero al momento della resa del nazifascismo. Però gli pesa, a volte, la semplice ingiustizia di essere vivo.

Gerda parla la lingua di tanti- “«Ah, et ce chien maintenant c’est le chien personnel du commandant» aveva detto il compagno belga. «Mais si le commandant lui parle en sa langue maternelle, le polonais, je ne sais pas…» Gerda invece lo sapeva, lei sapeva parlare al pastore tedesco in polacco, e il cane era felice di trottarle dietro o di fermarsi ai suoi comandi. Gerda sapeva rivolgersi a quasi tutti gli interbrigatisti nella loro lingua, con qualche frase conquistava battaglioni e generali, incantava commissari politici e censori.”

Gerda non lascia andare nessuno. Niente finisce- “No, a Gerda non piacevano le cose che finivano. Non aveva mai lasciato che nessuno dei suoi uomini uscisse dal suo raggio. Neanche nel caso della loro acciaccata amicizia aveva mostrato il tatto di ricalibrare le distanze, cosa che mandava così in fumo Ruth da farle cambiare marciapiede, l’unico a degnarla di un’occhiata mesta era il Bassotto. No, Gerda non concepiva che qualcosa potesse rompersi per sempre: solo transizioni, fasi, capitoli, dove il punto finale, messo da lei stessa, anticipava l’urgenza di voltare pagina. Perché a Gerda piacevano le cose che cambiavano.”

Il paradosso delle donne-  “«Sai qual è il paradosso?» si illumina Ruth. «Il paradosso è che per una donna è più facile. Senz’altro per una signorina come Gerda che eccelleva nel conservare i bei modi, la facciata. Sorridi e scherzi, conosci la tua parte, sei allenata a farlo da una vita. Quale uomo si insospettirebbe davanti a una ragazza spensierata? Basta apparire e fare finta di niente. Resistere è fare finta di niente, resistere è recitare. Gli uomini pensano che solo loro sono capaci di disciplina, noi donne non siamo nemmeno state ammesse come ausiliarie dopo lo scioglimento delle milizie repubblicane. Invece Gerda si era addestrata ben prima di avventurarsi come un soldato su un campo di battaglia. E in ogni caso, sotto la tuta operaia, la gonna affusolata o la divisa militare non resta sempre la persona umana, ein Mensch?»

Canone del ritratto secondo Stein“In un articolo del ’34, scrive che un ritrattista deve catturare «la storia e il carattere che ogni modello possiede», compito ideale per la Leica, così «disarmante» nella sua piccolezza. Notevole la coerenza con cui traduce quel pensiero in metodo: non solo sceglie i soggetti per stima e affinità, ma prima di incontrarli si prende il tempo per studiare le loro opere e poi per dialogare in modo da far dimenticare la seduta.”

Il ritratto di Einstein- “L’episodio più esemplare risale al ’46, quando Einstein gli concede dieci minuti e finisce per parlare con lui per due ore. Il ricavato sono appena venticinque fotogrammi. Nel ritratto, che diventa uno dei più celebri, ha uno sguardo dolce addolorato e non sorride, Albert Einstein. Un’immagine che mira a cogliere la storia e il carattere di un uomo deve essere in grado di non ridurlo a uno specchio o a un oggetto, fosse anche la più attraente delle icone.”

La Germania post bellica…lavata con il Persil- “Il paese è stato lavato con il Persil in una di quelle lavatrici che adesso tutti sognano: ne è uscito candido e decisamente apprettato.» Gli descrivono cauti il loro stato di malessere. Lo interpellano in qualità di specialista «perché il mio dottore dice che non ho niente, ma dietro mia insistenza mi ha prescritto queste pillole». Quali consigli può dare lui, per lettera, quando nell’intera Bundesrepublik non conosce il nome di un collega da raccomandare?”

Un salto al cinema neorealisata con il dottor Georg“Intanto qui hanno girato il più grande capolavoro del cinema recente, Roma città aperta: proprio la sequenza dove ammazzano la Magnani e portano via il tipografo. Rossellini non s’è inventato niente. Questo era davvero un covo sovversivo, o una roccaforte, se preferisci. Uno lo hanno fucilato alle Fosse Ardeatine, tre deportati a Mauthausen e non sono più tornati. Ma erano in tanti, era il quartiere intero, erano tutti i quartieri popolari, e questo più degli altri. Non come a piazza Barberini, con le tue contesse nere felici di aver trovato il medico tedesco per curarsi i nervi…»”

Gerda, l’amica comune- “«Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.» Mario deve avere capito, evita di porgli altre domande.”

W.Smith-ALLE FONTI DEL NILO-L’eterna lotta tra Verità e Menzogna lungo il corso del grande fiume.

Alle fonti del Nilo: Il ciclo egizio di Wilbur Smith (La Gaja scienza Vol. 849), Longanesi & C 2007

 Alle fonti del Nilo di Wilbur Smith ci racconta l’eterna lotta tra Verità e Menzogna. Entrano in campo  magia, energia, lotta per sopravvivenza e potere, amore e morte, meraviglie della natura, il tutto mescolato nel grande calderone della pseudoscienza. La strega cattiva che aspira al ruolo di  nuova-divinità  farà la fine che meritano tutte le streghe. Il mago buono e virtuoso, seppure tormentato da qualche conflitto interiore,  farà la fine che meritano i buoni.

Ma chi ha veramente ragione? La bellezza della natura, forse. I meravigliosi cavalli Turbine e Brezza di fumo, l’incantesimo  egiziano che permea tutto il racconto e che  oggi  soffre i  rumori  nefasti di un regime che tutti  biasimano, ma tutti corteggiano.

Il mago Taita con un gruppo di valorosi  al seguito riceve mandato dal faraone di  scoprire l’origine delle calamità che stanno distruggendo l’Egitto e di  uccidere i responsabili. Il gruppo si avventura lungo il letto del grande fiume,  per terre e ambienti  super ostili. Nel corso del lungo viaggio i valorosi si scontrano con rospi voraci, mosche tse-tse, zanzare invincibili, cannibali orripilanti. Il climax dell’orrore si raggiunge  con la lotta furiosa e titanica tra la strega Eos e i suoi super poteri, e il  grande mago Taita,  supportato dalla lunare Fenn e dai  fedeli compagni di avventura.  

Evening Nile River Uganda

Al termine di un lunghissimo viaggio (centinaia di giorni e di pagine) Il Nilo ritrova la sua baldanza e torna a fecondare le terre e gli animi  degli Egiziani. E la lettrice  ringrazia per essere arrivata indenne all’ultima pagina.

Sono arrivata alla fine si,quasi per una sorta di dovere morale verso la storia e la curiosità di capire fino in fondo perché Vladimiro lo abbia trovato molto bello. Chiusa l’ultima pagina, devo ammettere che questo genere non mi  piace. Troppo fantastico, troppe lotte e battaglie, troppo di tutto. Colgo tuttavia un messaggio di fondo che potrebbe riscattare la sovrabbondanza del racconto, e cioè la consueta morale consolatoria: la Verità vince sempre sulla Menzogna.

 Ma causa cinismo galoppante, trovo questo messaggio poco realistico alla luce  di quanto ci accade intorno. E concludo con alcune domande: vale ancora la pena di continuare a cercare la verità nel mondo? Vale la pena cimentarsi in questa impresa  senza l’intervento di un  mago  che ci accompagni verso  una  fonte salvifica? Si, vale la pena farlo tra le pagine di un libro come questo, se si ama il genere.

Piccoli assaggi

Presentazione “Dopo un interminabile viaggio nelle terre più remote del mondo conosciuto, per il mago Taita e il fedele Meren è tempo di far ritorno in Egitto. La loro amata patria è afflitta da piaghe senza fine: sulle regioni del Nilo, già stremate da lunghi anni senza esondazioni, si è abbattuto il flagello della peste, che non ha risparmiato neppure i figli del faraone Nefer Seti. E mentre i nemici di sempre tramano per mettere le mani sul regno, su di esso piomba una nuova, penosa calamità: il fiume, da sempre fonte di vita e di prosperità, si è ridotto a una catena di pozze fangose del colore del sangue. Uno scenario drammatico in cui, impalpabile come la tela di un ragno velenoso, si diffonde il culto di una nuova, misteriosa dea dagli straordinari poteri. Un culto che sta affondando i suoi artigli nel seno stesso della famiglia reale. Disperato, il faraone chiede a Taita di rimettersi in cammino. Solo il grande stregone, forte dei nuovi poteri ottenuti grazie agli arcani riti custoditi nella lontana Asia, ha qualche speranza di scoprire e sconfiggere la minaccia che si annida alle fonti del Nilo. Ha così inizio un pericoloso viaggio lungo il maestoso letto del fiume, descritto con grande talento narrativo e ineguagliabile ricchezza di dettagli, nel quale alle insidie che minacciano la spedizione si aggiunge la sfida letale del mago con le forze oscure in agguato fuori e anche dentro di sé…” (da “Alle fonti del Nilo: Il ciclo egizio (La Gaja scienza Vol. 849)” di Wilbur Smith, G. Hirzer)

Che cos’è la Fonte?“«Quanti anni hai, Eos?» «Un tempo che né tu, né nessun vivente potrebbe calcolare.» «Com’è possibile?» «Hai mai sentito parlare della Fonte?» «È una leggenda che ci è giunta dai tempi antichi.» «Non è leggenda, Taita. La Fonte esiste.» «Di cosa si tratta? Dove si trova?» «È il Fiume Azzurro di tutte le vite, la forza naturale che governa il nostro universo.» «Ma è un fiume o una fonte? E perché ’azzurro’? Sei in grado di spiegarmelo?» «Non esistono parole, neppure in Tenmass, capaci di descrivere adeguatamente la sua potenza e la sua bellezza. Quando saremo diventati una cosa sola, ti ci porterò.”

Manipolazioni genetiche: dai trogloditi ai sapiens “«Sono trogloditi. Discendono da una specie di scimmie arboricole che abita le grandi foreste del Sud. Nel corso di secoli di cattività siamo riusciti, con interventi chirurgici e il ricorso a determinate erbe, ad aumentare la loro intelligenza e aggressività a un livello che le rende molto utili ai nostri scopi. Con tecniche analoghe siamo stati in grado di manipolarle fino a renderle completamente soggette alla volontà di chi le controlla. Naturalmente la loro mente è rozza e primordiale, per cui sono più facilmente malleabili degli uomini. Tuttavia stiamo sperimentando le medesime tecniche su alcuni nostri schiavi e prigionieri, e i risultati sono davvero incoraggianti. Appena diventerai membro della Confraternita avrò il piacere di mostrarteli. »
“Taita rimase sconvolto da quelle rivelazioni. Stanno parlando di realizzare creature che non sono più uomini, ma mostri aberranti, pensò cercando di non lasciar trapelare lo sgomento. Questa gente è funestata dalla malvagità di Eos, il suo veleno ha traviato e corrotto il loro acume.” 

G. Montanaro-IL LIBRAIO DI VENEZIA. Girolibro continua a suggerire letture suggestive. GAD a distanza, con la passione di sempre per la lettura condivisa.

 

 

Nonostante il confinamento e le restrizioni il bookclub della Biblioteca di Selvazzano  continua la sua attività. Paola segnala al GAD (GIROLIBRO A DISTANZA)  Il Libraio di Venezia di Giovanni Montanaro, un romanzo su Venezia, le sue sfortune e le sue magie come la libreria Moby Dick. Anna ce lo racconta su whatsapp , Affascinailtuocuore lo condivide qui, su  Google docs e  Facebook.  


 

 Il Libraio di Venezia di Giovanni Montanaro (Ed.Feltrinelli) è un piccolo, grazioso romanzo ambientato a Venezia durante la drammatica “acqua grossa” del 12 novembre 2019. Emotivamente coinvolgente la parte centrale del racconto con la descrizione dell’ eccezionale alta marea e delle condizioni atmosferiche che resero drammatica la situazione.

“Quanto gli piacciono, i libri. Nessuno può portarglieli via. Anche se perdesse la libreria, anche se non dovesse venderne più, nessuno può toglierglieli. Può chiudere la Moby Dick, ma i libri esisteranno ancora, con le loro storie, nessuno potrà impedire a lui di leggerli, li ama per questo in fondo, è cominciato tutto così, perché a lui piace leggere, andarsene con la fantasia, usare l’ immaginazione, ridere e piangere per cose che non esistono, che sono solo inchiostro, e per questo esistono ancora di più, è quello l’ importante per lui, non deve dimenticarlo. “

Descritti con “amore” i personaggi, messaggeri di tenacia e speranza. C’è anche un io narrante: una vecchia signora, lei sì autenticamente veneziana, che guarda e “vede” dalla finestra della sua casa il campo partecipando in questo modo alla sua vita. Inevitabile qualche piccola caduta nella retorica, ma il romanzo è anche sentimentale e quando si parla di un amore che nasce, in fondo ci può stare.

Molto bello che la fine del racconto sia in realtà l’ inizio di una nuova storia, di una nuova vita. Dulcis in fundo o, se volete, la ciliegina sulla torta: il libro termina con una mappa e una guida delle librerie di Venezia. Non è un semplice elenco perché ogni libreria racconta la sua storia.

 

CALLEndario di Dicembre. Sapevate che prima del COVID altri virus chiudevano i negozi alterando la quotidianità di quartieri come la PUERTA OSARIO di Siviglia?

 

“Antes del COVID otros virus cerraban negocios y alteraban la cotidianidad de los barrios remplazando lugares auténticos por apartamentos turísticos y bares de plástico: La gentrificación y la turistificación. En la Puerta Osario, encrucijada de tiendas y bares históricos, había una vez,..” read more

G.Groddeck-IL LIBRO DELL’ES. Lettere di psicoanalisi a un’amica. Che impresa capire l’ ES!

 

Il libro dell’ES di  Georg Groddeck si compone di 33 lettere che Patrick Troll medico psicoanalista scrive a un’amica che lo conosce bene e riesce a seguirlo in  tutti i suoi “contorcimenti” psico-scientifici.

Mi piacciono molto i romanzi epistolari. Le lettere di Patrick vanno “studiate” una per una, con curiosità e applicazione. All’inizio ti trovi di fronte a qualcosa che ti destabilizza, ma lettera dopo lettera, quel qualcosa  ti assorbe e ti fa sentire quasi immersa  in un percorso di analisi involontariamente volontaria.

In ciascuna lettera, in ciascuna  conversazione su questo o quel  tema la lettrice o il lettore ritrovano qualcosa di se stessi, qualcosa di profondo a cui forse non avevano mai pensato,  o forse avevano rimosso. Ma  grazie alle parole in libertà di Patrick  riaffiorano ricordi, sensazioni ed esperienze che ti  stupiscono, ma ti fanno anche  sorridere.

La raccolta  non evoca angosce,  perché la sua struttura conserva qualcosa di romanzesco, specialmente quando Patrick racconta le storie di alcuni pazienti, a supporto di quelle che apparentemente potrebbero  sembrare follie da psicoanalista. Patrick stesso  avverte il rischio di apparire troppo  “eccentrico”  e dunque suggerisce  all’amica, e indirettamente a noi lettori, la strategia giusta per “leggere” le sue lettere in modo sano e divertente:

“Si decida una buona volta a non cercare nelle mie lettere cose gradite e piacevoli per il Suo Io, ma legga come si leggerebbe un libro di viaggi o un romanzo giallo. La vita è già di per se stessa abbastanza seria, perché si debbano prendere veramente sul serio le letture, o gli studi, o il lavoro, o qualunque altra cosa”VII-79

Non mi soffermo sulle singole lettere, (troppo ampio il ventaglio degli appunti presi nel corso della lettura!) ma riassumo i  temi sviluppati in ciascuna e “cuciti” dal filo conduttore dominante dell’ ES. Ma cosa è l’ES per Patrick Troll-Georg Groddeck?

“Io ritengo che l’uomo sia vissuto da qualcosa d’ignoto: vi è in lui un Es, un’entità prodigiosa che dirige tutto ciò che egli fa e tutto ciò che gli accade. L’espressione «io vivo» è vera solo in un certo senso, in quanto esprime solo un aspetto parziale e superficiale di questa verità fondamentale: l’uomo è vissuto dall’ ES. Di questo Es si occuperanno dunque le mie lettere: d’accordo?[…]Coraggio dunque, mio bel dottor Faust, il mantello è pronto per il volo; si parte per l’inconscio…”

Di stazione in stazione Patrick ci fa attraversare molteplici territori dell’inconscio: complesso di Edipo, procreazione, gravidanza, masturbazione, amore materno vs odio materno, transfert, rimozione, simbolismo,  malattia, lutto, eros, voyerismo, castrazione, tradimento, senso di colpa,  numeri, omosessualità, bisessualità, eterosessualità, identità sessuale, fiabe medici, infanzia, associazione, piacere, dolore.

 “l’Es giuoca dei tiri magnifici: fa guarire, fa ammalare, costringe ad amputarsi degli arti e manda la gente incontro alle fucilate. Insomma è un signore lunatico, imprevedibile, divertentissimo” XXI-345

L’ultima lettera è come la batteria finale dei fuochi d’artificio. Un lungo racconto basato su associazioni e simboli  che vogliono dimostrare come i sintomi delle malattie e la relativa cura abbiano origine nell’ES, fonte di vita.

“Ecco finalmente la parola liberatrice! Lei mi scrive: «Sono stufa di leggere le sue lettere!», e io ribatto: «sono stufo di scriverle!». Purtroppo però lei mi chiede ancora ( e per me ogni Suo desiderio è un ordine) di spiegarLe in modo breve  e preciso che cosa intendo con la parola «ES». Non posso esprimermi meglio di quanto abbia già fatto finora: «L’ Es è la cosa che fa vivere l’uomo, è la forza  che lo fa agire, pensare, crescere, ammalare e guarire: insomma , che lo vive». XXXIII-356

 

Groddeck il provocatore

“Era soprattutto la sua semplice, viva presenza a fare di Groddeck un partecipante insostituibile di quelle riunioni: ora provocando, ora esasperando, ora affascinando, egli costringeva ognuno a pensare con la propria testa” Convegno della “Scuola della saggezza” a Darmstadt-( postfazione di Hermann Keyserling)

 

T. De Mauro-IL GUSTO DELLA LETTURA. Privilegi di Girolibro Reading Club.

 

Girolibro-Gruppo di lettura in Biblioteca, e non solo… A Selvazzano Dentro

 

Girolibro Reading Club  di Selvazzano Dentro è in sosta forzata COVID, ma Whatsapp ci tiene in contatto. Anna condivide un piccolo dono prezioso che giro volentieri a tutti voi. Sono le riflessioni di Tullio De Mauro sulla lettura, quasi un memo affettivo per ricordarci che grande privilegio sia leggere e scambiarsi pensieri,  emozioni  e momenti di vita. 

leggindipendentedotcom

Leggere, potere leggere, avere il gusto di leggere, è un privilegio. È un privilegio della nostra intelligenza, che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica, allo sviluppo. È un privilegio della fantasia, che attraverso le parole scritte nei secoli si apre il varco verso l’esplorazione fantastica dell’immaginario, del mareggiare delle altre possibilità tra le quali si è costruita l’esperienza reale degli esseri umani.

È un privilegio della nostra vita pratica, perfino economica: chi ha il gusto di leggere non è mai solo e, con spesa assai modesta, può intessere i più affascinanti colloqui, assistere agli spettacoli più fastosi. Non c’è cocktail party, non c’è terrazza, non happening, non premiere che offra quello che chi ha gusto di lettura può trovare solo allungando la mano verso un qualsiasi modesto palchetto di biblioteca.

Non c’è Palazzo che valga quello di Armida, o quell’ hegeliano castello del sapere dalle cento e cento porte, dove suonano solo le quiete voci della conoscenza e della fantasia. E mentre altre esperienze si consumano nel ripetersi, nel leggere, invece, come ha detto una volta un poeta, dieci e dieci volte possiamo tornare sullo stesso testo, ogni volta riscoprendone un nuovo senso, un più sottile piacere.”   T. De Mauro, “Il gusto della lettura”

A proposito di “vecchi improduttivi”. I VIAGGIATORI DELLA SERA (1979) di e con Ugo Tognazzi-Un film surreale ma profetico. Il presidente Toti &Co lo avranno visto?

Nel 1980, per fronteggiare il problema del sovrappopolamento, una recente legge ha stabilito che ogni cittadino, al raggiungimento del 50º anno di età deve, sotto la sorveglianza del cosiddetto Esercito della Salute Pubblica (ESP), trasferirsi in un villaggio-resort, per trascorrervi quella che è definita una vacanza.

Orso e Niky, coniugi e coetanei, pur controvoglia, devono raggiungere il villaggio a cui sono stati assegnati, accompagnati nel viaggio dai figli, che invece, perfettamente aderenti al nuovo sistema politico, ritengono assolutamente giusta la nuova legge.

Il villaggio si rivela essere una dorata prigione, la cui vita è dominata da periodiche riunioni in cui è obbligatorio partecipare a giochi di carte e una lotteria, con premio la partenza per una crociera: nessuno dei vincitori di queste crociere ha mai fatto ritorno al villaggio, dal che gli ospiti del villaggio deducono che i vincitori in realtà vengano soppressi. Il fatto è accettato con rassegnazione dagli ospiti, che preferiscono svagarsi dedicandosi ad attività sessuali, vissute da tutti in piena libertà. Anche Orso e Niki, per motivi diversi, hanno relazioni extraconiugali…read more

Era il 1979 quando  vidi il film I viaggiatori della sera di Ugo Tognazzi, tratto dall’ omonimo  romanzo di Umberto Simonetta. Ero una giovane donna, molto lontana dai 50 anni dei  due protagonisti (Ugo Tognazzi-Orso e Ornella Vanoni-Niki) eppure  la storia mi colpì profondamente.

Mi proiettò  nel futuro facendomi immaginare i “miei” 50. Mi chiedevo come potesse una società diventare così feroce e cieca nei confronti dei suoi “vecchi”,  organizzando per loro una morte apparentemente felice, ma  profondamente incivile.  Sarebbe stato quello il mio futuro?

Forse si. Anche la  nostra avanzatissima società 2020 sembra vedere i vecchi (non i cinquantenni, che oggi  vengono ancora chiamati ragazzi!)  come li vedeva l‘Esercito della  Salute Pubblica  del romanzo di Simonetta. Una realtà distopica quella, una realtà fattuale la nostra. Una realtà in cui la “quantificazione” delle anime e delle persone porta ad obbrobri come il tweet di Toti sull ‘”improduttività” dei vecchi e dunque sulla loro inutilità economica e sociale.

E tuttavia, temo che quelle parole così infelici  non abbiano   fatto altro che “sdoganare” e rendere virale un comune sentire. Tutto ciò che sa di vecchio, che vada a morire! Oggi i settantenni, ieri  i cinquantenni del film illusi dal viaggio di sogno  in una località rinomata. Vinci la crociera e ti togli dai piedi per sempre.

Cari  vecchi  2020 avete  fatto la vostra parte, chi più chi meno. Ora dovete ritirarvi in un cantuccio, ammalarvi e  morire senza fare troppo rumore.  Non tutti però, i vecchissimi  potenti no, quelli chi li schioda!  Intollerabile, ma vero. 

Vero? Fino ad un certo punto. Non avete fatto i conti con la resilienza di una generazione che ne ha viste tante e che ha combattuto per garantire il rispetto dei diritti e dei doveri  di tutti e di ciascuno di noi. E che continuerà a farlo avendo soprattutto   rispetto per  sé stessi e combattendo per smascherare la cialtroneria  di chi non si rende conto  che la ricchezza di  una società è generata e mantenuta anche  da una intelligente  relazione intergenerazionale. I giovani intelligenti  questo lo sanno e sicuramente ce li ritroveremo sempre  a fianco in questa battaglia!

 

 

Per vincere la malinconia. Camilleri racconta “IL GIORNO DEI MORTI” in Sicilia. Ricordate? Ci portano regali e “morticini” da divorare. slurp!

 

martorana terrenormanneit

Tra una zucca e l’altra…Da oggi, Giorno di Ognissanti a domani, Giorno dei Morti.

Ragazze, ricordate? Questo frammento  siciliano di pura bellezza è per voi!

E aggiungo un pizzico di Abruzzo, con cibo e acqua da far trovare ai defunti  nella loro visita notturna! E calze appese al camino per regalini e dolcetti. Qualcosa del genere accade anche in alcuni paesi dell’Africa: cibo  portato  sulle tombe dei propri cari, allegramente.  

 Raccontatelo  ai vostri bambini.

da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa.

Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti.

Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

Scamardistudio-CALLEndario di Novembre. Sapevate che a Siviglia c’è il Festival Europeo del Cinema(SEFF)?

¿SABÍAS QUÉ…?

El Festival de Cine Europeo de Sevilla (en inglés: Seville European Film Festival o SEFF) a día de hoy a su 17ª edición, se celebra anualmente, cada noviembre, desde el 2004. La edición del 2008 fué inaugurada con la película de #gomorra de Roberto Saviano autor de la novela omónima, sobre la que se basa la película.

El director del festival, #JavierMartínDomínguez (director hasta el 2011) señaló que la inclusión del film “Gomorra” y su elección para la jornada de apertura ponía de relieve el interés de la organización del evento por “el cine político y social”.La novela de Roberto Saviano, que literalmente le cambió la vida, condenándolo a un exilio permanente debido a las amenazas de muerte de parte de la mafia napolitana,

 

“es un libro absorbente y escrupulosamente documentado que reconstruye tanto la aterradora lógica económico-financiera y expansionista de los clanes napolitanos y casertanos como las febriles fantasías que suman el fatalismo mortuorio de los samuráis medievales japoneses. El resultado es un libro extraordinario y potente, apasionado y brutal, al tiempo objetivo y visionario, de investigación y literario, lleno de horrores e inquietantes fascinaciones; un libro narrado siempre en primera persona por este joven autor, nacido y criado en la tierra de la Camorra más dura.”( www.tiposinfames.com)

 

A pesar de la situación actual, la 17º edición del Festival de Cine Europeo de Sevilla se llevará a cabo en las salas de cine del 6 al 14 de noviembre 2020, de manera presencial y con protocolos de seguridad.

 

Más info en http://festivalcinesevilla.eu/#CALLEndario2020#cinema#festivaldelcineeuropeos#Seville#SEFF#libro#novela#mafia#patrimonio#calle

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