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    Sentimenti contrastanti accompagnano questo momento. Il mio cuore è lì, Oltremanica. E sento come uno strappo, un'ulteriore barriera tra me e i miei affetti. Ho bisogno di tempo e di freddezza per rielaborare il significato di questo evento .

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    Viaggi nell'abisso. Samia: “Il Viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto, oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. È una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare. Se si è fortunati due mesi. Se si è sfortunati anche un anno o due…”p.122 -Non dirmi che hai paura-G.Catozzella

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Ayşe Kulin-LE QUATTRO DONNE DI ISTANBUL- Nascita e sviluppo dell’intolleranza e dell’odio. Dove sentirsi a casa?

4 donne di Istanbul-cop

Le Quattro Donne di Istanbul di Ayşe  Kulin, è il racconto di un graduale e irrefrenabile scivolamento della Turchia verso forme estreme di intolleranza, dalla nascita di una Repubblica illuminata alla creazione di una Repubblica dittatoriale. Le vicende narrate attraversano la vita di quattro donne di generazione diversa, ma della stessa famiglia: Elsa-Ebrea Tedesca, Suzi  sua figlia, innamorata della Turchia che l’accoglie bambina, Sude  figlia di Suzi,  turca che più turca non si può e Esra,  ultima del quartetto, che, più che sicura della sua identità turco-musulmana, scopre con incredulità che le cose non sono mai come appaiono o come si crede che siano.

Alle quattro donne vanno aggiunte Hanna, che Elsa porta con sé nella fuga da Francoforte, una che non si perde d’animo e ricorre a qualsiasi mezzo, anche il più esecrabile, per garantirsi la sicurezza, e “Madame” il cui ruolo è decisamente rilevante, specialmente nella vita di Suzi.

Tutto ha inizio con la fuga dal nazifascismo di Hitler di una famiglia ebraico-tedesca, gli Schliemann.  Gerhardt  il padre, stimato medico e professore universitario, Elsa la madre, Peter e Suzi i figli, cittadini di Francoforte fino ad allora a pieno titolo. La prima meta dei profughi è Zurigo, dove vivono i genitori di Elsa. Qui, dopo una rocambolesca fuga in treno, iniziano una vita nuova e non facile, ma al sicuro dalle persecuzioni naziste.

Gerhardt deve reinventarsi un lavoro, visto che non è facile continuare ad esercitare la sua professione in Svizzera. Suo suocero gli viene incontro proponendogli un progetto molto speciale: creare un elenco di scienziati e accademici ebrei, una speciale “agenzia di collocamento” di “Scienziati dell’Europa” che, espulsi dal loro paese, vengono ricollocati in Turchia per creare la moderna università di Ankara, su richiesta dello stesso governo turco.

“«Se sto bene, io?», la voce di Hirsch tremava per l’emozione. «Io… costretto ad abbandonare il proprio paese oltre che il lavoro. Umiliato per il fatto di essere ebreo, considerato inferiore…ora mi trovo qui, in uno splendido palazzo dell’Europa, invitato come un ospite di riguardo. Direi che sto bene. Di fatto, è come se fossi nato una seconda volta»”66-67

La storia prosegue sui binari di vicende personali e politiche che si intrecciano e si completano. Un libro interessante, piacevole e ricco di informazioni su una realtà di cui tanto si parla e poco si conosce. I capitoli iniziali sono  quelli più coinvolgenti, dal momento che ci portano all’interno di sentimenti forti come la tragedia dei fuorusciti ebrei tedeschi e l’entusiasmo della costruzione di una nuova realtà accademica in Turchia, dove la cultura e la ricerca vengono giustamente percepiti come pilastri di una società moderna. Allora, in Turchia la politica era lungimirante. 

 

Assaggi

Noi Scienziati dell’Europa, ieri come oggi possiamo fare la differenza- «Sono passati solo sei mesi da quando ho lasciato Francoforte. Eppure eccoci qui, in un nuovo paese, con l’incarico di compiere una missione sacra. Come mi ha detto il ministro dell’Istruzione durante il nostro primo incontro, noi, Scienziati dell’Europa, siamo chiamati a trasmettere la nostra conoscenza e le nostre pratiche ai giovani di questo Paese. Siamo chiamati a svolgere un ruolo fondamentale volto a formare le giovani menti di un’intera generazione di futuri leader. Un compito impegnativo ma anche affascinante»69

Suzi insegna lingua e letteratura Inglese tra colpi di stato e compiti da correggere-” «Forse dovremmo organizzare anche noi un colpo di Stato», disse Suzi. « Non ne posso più di correggere compiti »  248

Un’ affascinante tradizione turca- Hirsch, Sude e Gerhardt partono per partecipare al funerale del dottor Zuckmayer, Suzi versa dell’acqua mentre si allontanano in macchina «La mamma lo fa sempre» « È una bellissima usanza turca» , disse Hirsch. « Significa “Vai e torna come l’acqua. Che iltuo viaggio possa scorrere liscio come l’acqua».256
Figli, nipoti e genitori sparsi per il mondo, di chi è la colpa?– “Elsa sbirciò i nipoti da sotto la falda del suo cappello di paglia. «. Nostro figlio è americano mentre nostra figlia è turca. I nostri nipoti sonotutti cristiani o musulmani. Era questo il nostro destino?» «Non ho nulla di cui lamentarmi, Elsa. E comunque non ècolpa del destino. È colpa di Hitler!»”262

Un altro colpo di Stato! E io me lo ricordo, a Santorini l’aereo per il rientro in Italia viene fermato, nessuno sa dirci perchè…“ Era il 16 Luglio 2016… Un altro colpo di Stato!”

Riaffiora l’antisemitismo, scoppiano le bombe. Lasciare la città? «A che scopo andare da un’altra parte?» Sentii dire a Su.( Suzi)« Un uccello con l’ala spezzata non potrà mai stare tranquillo. Siamo fuggiti dalla Germania, no? Saremo sempre stranieri ovunque andiamo »304-305

Incitamento all’odio- “Stanno creando un nemico comune per cercare di unire le fazioni religiose. L’antisemitismo è uscito dall’ombra, Non si preoccupano più di restare nascosti”328

Dove sentirsi a casa?-“Io, la dottoressa Elsa Esra  Atalay  Selmaz,  discendente di ebrei tedeschi costretti a fuggire dal proprio Paese, e di turchi musulmani che avevano dedicato la vita ai propri cari, forse dovrò abbandonare la terra in cui sono nata. Sto raggiungendo il mio uomo e forse, un giorno, avrò la possibilità di vivere in un Paese dove potrò sentirmi a casa”345

E.M.Remarque-LA NOTTE DI LISBONA e la vertigine del fuoriuscito. Ieri come oggi in fuga verso il futuro.

la notte di lisbona neri pozza

Inizio e fine perfetti. Che soddisfazione leggere questo romanzo! Nonostante il contenuto altamente drammatico,  la storia   ti lascia dentro un’emozione così profonda e bella che, paradossalmente, apre ad un futuro possibile.

“Guardavo attentamente la nave tutta illuminata che un po’ distante dalla banchina era ancorata nel Tago. Benchè fossi a Lisbona da una settimana, non mi ero ancora abituato alla luce spensierata della città. Nei paesi dai quali venivo, le città, di notte, erano nere come miniere di carbone, e un fanale nelle tenebre era più pericoloso della peste nel medioevo…”

Siamo a Lisbona, una delle città che molti si portano stretta sul cuore ed io tra questi. La luce del Tago con le sue magie, dall’alba al magnifico tramonto, esalta la sagoma dell’agognato mezzo di trasporto verso la Libertà! L’uomo guarda l’Arca e sogna…

Il grande   romanziere tira fuori dal cilindro stratagemmi narrativi che inchiodano il lettore alla pagina. Il fuggiasco tedesco Josef Schwarz, nome preso in prestito come il suo passaporto, offre ad un suo conterraneo in fuga la chance della vita: due biglietti e i documenti necessari per emigrare in America, ma pone un’unica condizione: essere ascoltato finché non termini il racconto degli eventi che lo hanno portato a quel  gesto incredibile.

L’avvincente racconto di Schwarz, dove passato e presente si rincorrono e si accavallano in un viaggio tormentato da mille difficoltà, illusioni e delusioni, trasporta il lettore in un mondo frenetico di fughe e rifugi all’interno di piccole oasi di felicità intima, di corse verso la protezione, di odio verso l’orrore nazista, di conflitto profondo con un fratello nazista che fa di tutto per trattenere in Germania contro la sua volontà  Helen, il grande amore di Josef.

O-fado

Lisbona si rende complice silenziosa e luminosa dei due. Di notte li accompagna tra i piccoli locali dove si canta il Fado, dove si balla, dove si incontrano altri fuggiaschi, spie, persone equivoche, dove i fuoriusciti si scambiano sguardi sospetti nel timore di essere scoperti e buttati in qualche campo di concentramento.

“Il locale era una specie di bar con un piccolo quadrato per ballare e una terrazza, un posto adattato almovimento dei turisti. Si udiva una chitarra e nello sfondo vidi una cantante di fado. Sulla terrazza alcune tavole erano occupate da stranieri. C’erano anche una signora in abito da sera e un signore in smoking bianco. Cercammo un posto in fondo alla terrazza donde si poteva vedere meglio Lisbona, le chiese al pallido bagliore, le strade illuminate, il porto, i bacini di carenaggio e la nave che pareva un’arca” 21

Schwarz continua a raccontarsi e, in molti passaggi, la sua storia è anche la storia dell’ascoltatore. Si specchiano in un’esperienza comune. La notte trascorre tra ricordi, pensieri e alcol. Uno dei due non vede l’ora che il racconto finisca per avere finalmente i biglietti, tornare dalla sua Ruth e lasciare il Portogallo; l’altro è divorato da un’esigenza vitale di narrazione che lo porta a soffermarsi su ogni minimo particolare della sua personale odissea, che continuerebbe a raccontare per giorni.

Ma finalmente l’alba arriva, il racconto termina, la catarsi si è realizzata, il futuro si apre. I biglietti passano di mano con i passaporti e un’altra storia può iniziare per la coppia felice, prima sulla nave poi in America. Una storia che, tuttavia, continuerà a sorprenderci.

La Notte di Lisbona è un bellissimo romanzo civile e d’amore, come gli altri bellissimi di Eric Maria Remarque (Arco di Trionfo, Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale), che ancora ricordo con profonda emozione. Leggerli aiuta a capire e vivere meglio l’attualità del nostro complicatissimo mondo, in cui si continua purtroppo a giocare il mortifero “gioco di scacchi con gli uomini”.

Assaggi

L’uomo non era nulla, un passaporto valido tutto:

“La costa … era l’ultimo rifugio dei fuggiaschi per i quali giustizia, libertà e tolleranza contavano più che la patria e l’esistenza. Chi non riusciva a raggiungere di lì la terra promessa dell’… era perduto e costretto a dissanguarsi nel groviglio dei rifiutati visti d’entrata e d’uscita, degli irraggiungibili permessi di lavoro e di soggiorno, dei campi d’internamento, della burocrazia, della solitudine, della terra straniera e della orribile indifferenza generale di fronte alla sorte dei singoli, la quale è la solita conseguenza della guerra, della paura, della miseria. A quel tempo l’uomo non era nulla, un passaporto valido tutto.” 15

La molesta fatica di pensare e i toni della propaganda:

…ciò mi parve anche significativo della vuota, sinistra ossessione del nostro tempo il quale con paura e isterismo segue le parole della propaganda, indifferente se vengano gridate da destra o da sinistra, purchè tolgano alla folla la molesta fatica di pensare e di assumersi la responsabilità di sentirsi impegnati per ciò che si teme e che non si può evitare…”64

 La felicità è il Mezzogiorno:

“Il Mezzogiorno è un seduttore, allontana i pensieri e fa lavorare la fantasia, la quale non ha bisogno di grande aiuto tra le palme e gli oleandri, molto meno che tra gli stivaloni militari e le caserme. Il cielo ondeggiava sopra di noi come una grande bandiera sventolante con sempre più stelle, quasi fosse la bandiera di un’America dell’universo che ogni minuto diventasse più larga. La piazza di Ascona scintillava coi suoi caffè in riva al lago e il vento si levava fresco dalle valli”.153

Così cominciò l’Odissea:

“Sì, Bordeaux. Quell’andare saggiando i valichi di confine. I Pirenei: Il lento assalto a Marsiglia. L’assalto ai cuori fiacchi e la fuga per non cadere nelle mani dei barbari. E intanto la follia della burocrazia imbestialita. Non avevamo il permesso di soggiorno…ma neanche il permesso di emigrare. E quando infine si riusciva ad ottenerlo, ecco che era scaduto il visto di transito spagnolo, che a sua volta si otteneva solo avendo il visto di entrata in Portogallo, e questo molte volte dipendeva da un altro, la qual cosa significava che bisognava cominciare da capo… Le code davanti ai consolati, anticamere del Paradiso e dell’Inferno! Un circolo vizioso della pazzia!”241

Assaggi video

 

La traduzione

La Notte di Lisbona è del 1962  e viene pubblicato  per la prima volta in Italia nel 1965 da Mondadori. Il traduttore è Arrigo Bongiorno, giornalista e poeta. Il  suo stile? Un tocco di “Italiano antico”

 

 

 

 

Il cappio espiatorio e il Kazakitalistan di Massimo Gramellini, Bravo!

MGramelliniCaso Ablyazov. Finalmente una voce chiara e una mente lucida che mette in evidenza, con la consueta ironia amara, tutta la tristezza e la rabbia di una presa in giro cosmica dei cittadini Italiani. Ma soprattutto rivela una preoccupazione profonda per la situazione politica in cui versa il nostro paese, che sembra andare a braccetto, a sua insaputa, con rappresentanti politici internazionali dal profilo democratico per lo meno dubbio…

A. Arslan-LA MASSERIA DELLE ALLODOLE e T. B. Jelloun-IL RAZZISMO SPIEGATO A MIA FIGLIA. “le razze umane non esistono. Esiste un genere umano…”

 

 Emozioni incrociate con Arslan e Jelloun

 

T. B. Jelloun,    

Il razzismo spiegato a mia figlia

RCS Libri, Milano  2005-2010

 

Arrivo sempre in ritardo… ma arrivo. I libri che hanno scosso l’anima di migliaia di persone entrano nel mio mondo anni dopo l’assordante eco editoriale che li accompagna alla loro prima uscita… Io scelgo di leggerli nel silenzio di transizione,  tra un exploit e l’altro, tra un interesse gigantesco e la sua rinascita, quando voglio o quando il caso mi porta davanti al magico oggetto, magari in un affollato supermercato cittadino, mentre faccio la spesa, tra cibi, gadget, giocattoli e inutile merce di vario tipo.

Gente, confusione odori ed ecco lì insieme i due libri. Li afferro e li getto nel carrello, non con violenza, ma con decisione. E comincio con Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahar Ben  Jelloun. L’edizione è aggiornata con quanto sta accadendo in Francia e in Italia in questi giorni. Divoro le parole per andare avanti e scoprire qualcosa di particolarmente interessante.

Procedo un po’ delusa: concetti ripetuti e ripetuti, anche con le stesse parole. Mi stancano. Ma alla fine capisco che forse “repetita iuvant”. A dire il vero aiutano anche me.  Aiuterebbero molto i bambini e i maestri se il libro fosse letto e spiegato e drammatizzato a scuola.

L’approccio ”pedagogico” al razzismo, come suggerisce l’autore, è forse l’unica vera arma per formare coscienze rispettose dei diritti di tutti e dei doveri di ciascuno. Mi piace segnalare l’anello che unisce il libro e il suo contenuto alla Masseria delle Allodole di Arslan. O meglio l’anello che io ho visto scintillare davanti ai miei occhi, leggendo i due libri, in sequenza. E’ il padre che parla alla sua bambina:

Stammi bene a sentire, figlia mia: le razze umane non esistono. Esiste un genere umano nel quale ci sono uomini e donne, persone di colore, di alta statura o di statura bassa, con attitudini differenti e variate. E poi ci sono molte razze animali. La parola razza non ha una base scientifica. E’ stata usata per mettere in evidenza gli effetti di diversità apparenti, cioè di fisionomia, che non devono creare divisioni tra gli uomini. Non si ha diritto di basarsi su tali differenze fisiche- ilcolore della pelle, la statura, i tratti del viso-per dividere l’umanità in modo gerarchico. In altre parole, non si ha diritto di credere che per il fatto di essere di pelle bianca uno abbia delle qualità in più rispetto a una persona di colore. Ti propongo di non utilizzare più la parola “razza”. E’ stata a tal punto strumentalizzata da gente malintenzionata che è meglio sostituirla con l’espressione “genere umano”(pp 56-57)

Usiamo con cautela le parole, possono essere pesanti. Non mi piace la definizione “Commissione stranieri” che in molte scuole si occupa di sostenere gli studenti non italofoni, provenienti da altri paesi. Non mi piace perché già nel nome mostra una tendenza pericolosa ad etichettare un gruppo e, in qualche modo, a marginalizzarlo, sebbene le intenzioni “pedagogiche” siano invece esattamente l’opposto. Capisco che la necessità di sintetizzare sia importante e che la prima parola che affiora nella mente di chi deve operare in questo ambito sia “stranieri”, ma riflettendoci un po’ capiamo che nel gruppo di studenti che la scuola vuole aiutare a migliorare ci sono anche persone che non sono straniere, che magari sono nate in Italia o che vivono ormai qui da anni. Potremmo usare altre parole per individuare questo gruppo di persone? “Commissione Interculturalità” può  funzionare?

A proposito di “velocità”, entriamo ora nel mondo di Antonia Arslan.

 

A. Arslan          

 La masseria delle Allodole, 

  BUR extra, Milano 2004

Vite vite! Velocemente si dipana la storia  in un incalzante ritmo sincopato. Vite vite! Velocemente vanno “verso il nulla” migliaia di anime. Vite vite! Pochi superstiti, sopravvissuti alla loro stessa voglia, lentamente alimentata, di lasciarsi andare al torpore doloroso, verso il giardino del Paradiso.

Vite vite! Ingoio l’ansia polversosa, l’angoscia soffocante che le tue parole mi trasmettono, Antonia! Ma assaporo lentamente le delizie delle tue immagini dei tempi di pace e serenità e vivo gli odori di fiori e di cibo prelibato e sento sulla mia pelle il morbido drappo rosso di damasco, regalo di Zaleh a Azniv. Coperta avvolgente che la dolce fanciulla ha usato come giaciglio confortevole e rassicurante nel viaggio di morte verso il nulla.

“ O sirun sirun…” cantava Ismene la notte prima della fuga. “ O sirun sirun…” cantava Azniv nel momento del sacrificio, con la speranza che i pochi rimasti della sua grande famiglia riuscissero a “volare” verso la salvezza su una carrozza dallo stemma dorato di Francia…

La notte dei preparativi i bambini vengono pietosamente illusi con un’immagine di festa e di  viaggio:

 “ il viaggio avventuroso che faremo, per incontarci coi vostri papà. Qui arriva la guerra, noi faremo come i pionieri d’ America…”

E’ Sushanig che parla, la Madre che conforta e rassicura, anche se la sua mente è affaticata e sofferente è il cuore.

Il narratore prosegue e dice:

“Alle onde del mare che vengono e vanno già si affida questo popolo mite e laborioso. Nessuno pensa in verità che ritornerà alla propria casa: tutti già sentono intorno l’avidità degli altri, i compatrioti non segnati dal destino, quelli che sono della giusta razza e religione, e s’impossesseranno dei loro beni, dei campi e delle case, delle botteghe e dei frutteti opulenti. E tuttavia dal cerchio maledetto riusciranno  a sfuggire, ne sono certi, e le braccia salde, sostenute dagli animi coraggiosi, ricostruiranno altrove.”(126).

Questo libro è un gioiello. Uno di quei rubini e zaffiri che, scintillando, hanno dato momentanea salvezza a qualche buona anima. E’ un gioiello che con la sua forza, durezza e resistenza, apre una profonda breccia nel mio cuore.

Le donne e i bambini nella storia sono gioielli di rara bellezza e intensità. Sono il presente salvato e il futuro reso possibile, anche tra i miasmi mortiferi della fuga.

 

 Anni Venti: storia di una famiglia che vive in Armenia e che in attesa dell’arrivo di parenti trasferiti in Italia restaura una masseria per accoglierli. Ma la guerra e il genocidio sotto cui soccomberà il popolo armeno faranno sì che l’incontro con questi familiari italiani non avverrà mai. Sarà anzi uno dei più giovani, unico maschio sopravvissuto, a raggiungere l’Italia e a dare inizio a una speranza per la famiglia e il popolo che rappresenta. Descrizione IBS

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