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G.Bocca-IN CHE COSA CREDONO GLI ITALIANI? Dagli anni 80 ad oggi siamo molto diversi?

In che cosa credono gli italiani?(Longanesi&C-Milano 1982)

Capitolo dopo capitolo Giorgio Bocca analizza tutti gli elementi che ispirano  la vita degli Italiani degli anni 80. Tuttavia, il lettore del terzo millennio non stenterà a riconoscersi in molti tratti del  ritratto preciso e ironico  che lo scrittore fa dei cittadini  del Bel Paese.

O no? Vale la pena di soffermarsi  a leggere questo libro, e davvero “il Mistero Italia” ci sorprenderà.

Procediamo per assaggi, partendo dal titolo dei singoli capitoli.

PUBBLICA MENZOGNA E VERITÀ PRIVATA

“In cosa credono gli Italiani? Di certo nella menzogna pubblica e nella verità privata. Ci credono perché davvero convinti che il prossimo ci creda? ma no, piuttosto pensano che il modo opportuno e concesso di vivere in pubblico sia mentire o tacere e si rifanno con le verità private[…]Gli umili mentono per necessità, i potenti per scaltrezza e per arroganza, i menestrelli e i propagandisti per mestiere e per abitudine:”

LA NAZIONE SCHIZOFRENICA

Per avere il voto delle masse bisogna regalare loro un sogno.

“Gli Italiani credono nella loro schizofrenia, cioè che sia doveroso, anzi necessario, rivolgersi prima al dogma, al verbo, alla verità rivelata, alla sacra scrittura, alla politica come scienza, alla Città del Sole, al Sol dell’avvenire e a tutte le astrazioni che non servono a vivere nell’ attuale, salvo poi tentare di correggerle, di tradurle in pratica ricorrendo  a un pragmatismo anarcoide, individuale, familista.” E segue un esempio illuminante: L’intellettuale vero per gli Italiani…

LE CORNA E IL DIAVOLO

 Sant’Antonio fa ritrovare gli oggetti perduti!

“Gli Italiani credono nelle corna, nel diavolo, nel gatto nero, nei morti che tornano, nei fenomeni e segni e significati che, per essere incerti e relativi, esercitano la loro ambiguità e flessibilità: debolezze ma anche qualità della nazione[…] L’esempio più incredibile e universale?  Il culto di Sant’ Antonio da Padova è superstizione? Certamente sì ma la Chiesa finge di non accorgersene, lascia che milioni di  fedeli credano nei poteri del santo. C’ero e forse ci sono anch’io fra essi: era un pomeriggio d’Agosto…”

TENGO FAMIGLIA

«SCRIVE Luigi Barzini: La famiglia italiana è una cittadella in territorio ostile: entro le sue mura e tra i suoi componenti, l’individuo trova consolazione, soccorso, consiglio, nutrimento, prestiti, mezzi, alleati e complici che lo aiutano nelle sue imprese. Nessun italiano che abbia famiglia è solo» E sì, la famiglia è l’unica istituzione che accomuna tutti: anarchici, democratici, belli, brutti, onesti disonesti e così via.”

ITALIANI BRAVA GENTE

“Gli italiani credono di essere buoni[…]Buoni nell’accezione di civili, convinti da esperienze secolari che la ferinità non paga. Mussolini manda i nostri soldati «a spezzar le reni alla Grecia» e l’armata « si agapò», si diede all’amore. La IV armata che occupava la Francia provenzale era nota come «l’armata profumo», si interessava più al commercio delle essenze uscite dagli alambicchi di Grasse o di Vence che di rastrellar partigiani ed ebrei[…]Comunque, buoni o cattivi che siano, gli italiani non sono sanguinari: chi praticava la tortura nella guerra civile era disprezzato da entrambe le parti…”

URLO DUNQUE SONO

“Gli italiani credono nella fortuna e nella felicità da fragore, celebrano le loro feste con botti, castagnole, petardi[…]Il fragore ci viene insegnato fin dalla più tenera età: la domenica i bravi genitori milanesi portano i loro bambini a Linate, sul terrazzo, perché si spacchino gli orecchi  ai fragori  orrendi dei jet in partenza. Il costruttore Berlusconi, dal canto suo, ha scelto proprio la fascia di territorio che sta sotto l’urlo dei jet per fabbricarvi i suoi  villaggi residenziali”

Seguono esempi quasi fantozziani. Oggi gli orecchi nostri e dei nostri bambini sono spaccati  da dispositivi elettronici demoniaci!

FRA L’EUROPA E IL CAMPANILE

“Gli europei che credono più fortemente nell’ Europa sono gli italiani, almeno a giudicare dalla loro partecipazione alle prime elezioni europee: Ravenna ha dato il massimo di voti come città, Ferrara come provincia. Le nostre strade sono piene di cartelli che, sotto il nome di un paese, aggiungono: comune d’Europa.”

Ma il campanile chiama sempre imperioso, forte e chiaro, anche con le sue mille campane…

“Nei momenti di crisi, di transizione gli italiani ripiegano sul localismo[…]Quando il localismo vigoreggia e riduce la cosa pubblica a trattative bilaterali. Come si usa dire, fra i gruppi familiari e il notabile locale. Sindaco o parroco che sia., i sociologhi, che arrivano sempre a buoi usciti dalle stalle, vi spiegano il perché. In questi mesi abbiamo letto il Duverger francese e l’Alberoni nostrano e appreso che nel declino dei grandi valori nazionali, patriottismo, bandiera, esercito, re, medaglie al valore; nella crisi sempre più chiara dei miti progressisti come la buona scienza o l’esplorazione dell’universo; nell’ implacabile, soffocante tempesta dei mass-media che cercano di ridurre tutto ai comuni denominatori dei prodotti di largo consumo, milioni di persone in Francia come in Italia vanno in cerca di una loro identità nel localismo, ritrovano se stesse negli odori, nei sapori, nelle memorie, nelle forme del luogo natio”

Oggi siamo diventati molto meno Europeisti e il localismo sta assumendo la forma di un nazionalismo retrivo, cieco e pericoloso.

CREDENZE VARIE

“Dalle contraddizioni fondamentali fra menzogne pubbliche e verità private, fra ideologie astratte e pratica anarcoide, dalla continua escursione fra l’immaginato  sublime e il reale deludente[…],da queste e da altre contraddizioni nasce il il bisogno irrefrenabile dell’ autodenigrazione che fa da pendant al bisogno di esterofilia esagerate[…]Il verbo sistemare fa da contrappeso al sistemarsi: o qualcuno sistema te o tu minacci di sistemare chi non ti sistema o insidia la tua sistemazione…”

VIVERE NELLA STORIA

“Non so se sia corretto dire che gli italiani credono nella storia, sia pure alla loro maniera, fra grandi nostalgie e senso di fastidio, fra gli impossibili ritorni e il tira a campare delle guide turistiche. Ma penso si possa dire che gli italiani vivono dentro una storia che non ha paragoni in altre nazioni dell’occidente, tremila anni di grande e grandissima storia, la quale bene o male conta nella vita quotidiana, nel modo di pensare, di comportarsi.”

VIVERE NEL MITO

Gli italiani vivono nella storia e ci credono, ma in una storia così lunga da arrivare sino ai paesaggi incantati, ai giardini magici  del mito. E mi pare sia la Grecia italica a mostrare nel modo più evidente questa mescolanza di mito, storia, attualità, di ciclopi che continuano a scagliare rupi incandescenti nel mare, vicino al porto naturale di Siracusa dove il genio tecnico di Archimede varò la più grande nave del mondo antico.”

IL MISTERO ITALIA

“Allora gli italiani sono comunisti, socialisti, fascisti? No, sono soltanto insicuri, passati per secoli di miseria e delusioni;  non credono ancora nella stabilità di questo benessere; sono perennemente in cerca di assicurazioni, di ammortizzatori, di tranquillanti.”

 

Non è facile vivere nella storia, nel mito, e, nello stesso tempo affrontare le sfide del presente per costruire una prospettiva futura efficace, ma una certezza viene in soccorso del nostro popolo meraviglioso:

 

Sara Robin-Cantare chi sei…Ora la troviamo anche sul suo blog!

Benvenuta Sara nel mondo dei blogger!  Il nome è tutto un programma:

Sara Robin-Cantare chi sei

Ho appena letto il tuo post Fiducia.  Riconosco la tua grinta, la tua delicatezza, la tua intelligenza…

Settembre ha un profumo tutto suo. Profuma di terra umida e foglie ancora verdi, di aria fresca e sole che scotta. Ha il profumo dell’energia ripulita e delle idee rinnovate, sa di carta bianca e di volontà, sa di fiducia, almeno per me. Esattamente due anni fa entravo nella mia nuova casa con le gambe e il cuore ammaccati, ma bramosi di costruire, conquistare uno spazio in cui concedermi la libertà di essere…

Buon vento compagna di viaggio!

 


Settembre 2019- Sara Robin Quintet accompagna brillando la conclusione dell’Estate sotto le Stelle di Selvazzano.

L’attesa è più lunga del previsto. Per fortuna ci fa compagnia l’immensa Norah Jones! Poi finalmente arriva lei.

Voce calda e forte, quella di Sara Robin che ieri sera Sabato 8 settembre  ha illuminato con il suo gruppo “Sara Robin Quintet” l’Auditorium San Michele di Selvazzano, nell’ambito delle attività di Estate sotto le Stelle.

Il filo conduttore del  concerto è il racconto del viaggio di una donna. Le tappe sono quelle che ogni essere umano attraversa nella sua storia interiore: l’amore in tutte le sue declinazioni, dalla  fase dell’ innamoramento, alla maturazione di un amore solido  e gratificante, alla fine, con i tormenti indicibili  vissuti come la fine di tutto. Poi la lenta rinascita che passa dalla riscoperta del proprio corpo e del sé, e finalmente, di un “altro amore ” che  farà battere di nuovo il cuore, verso la vita e la speranza.

Le canzoni scelte, molte cantate in Inglese, riflettono questo percorso in un’alternanza bellissima tra antico e moderno, tra grandi  autori Italiani e Anglo-Americani. Incontriamo Amy Whinehouse-What is it about man, Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni, Amore che vieni amore cha vai di De Andrè, Se stasera sono qui di Luigi Tenco, La borsa di una donna di Noemi, Oggi sono io di Alex Britti, fino  al  suggestivo bis finale con You’ve got a friend di Carole King.

Il brano di Sara Colpi di tosse ci accompagna  verso la meravigliosa conclusione di una serata nata all’insegna di un omaggio  ad “un’amica speciale”. Dovunque si trovi ora, la sua amica  potrà certamente ascoltare e sentire la forza e la dolcezza di  queste note modulate dalla coinvolgente voce di Sara e dalla musica prepotente  del suo gruppo (Simone Bortolami, Alberto Lincetto, Federico Lincetto, Giacomo Albertelli).

Mi sarebbe piaciuto conservare il ricordo di questa intensa serata con un programma scritto  da portarmi a casa, con l’elenco delle canzoni e le motivazioni della scelta, insomma la scaletta magica che Sara ha tenuto sul leggio, saltandone forse dei punti  per improvvisare e lasciarsi andare all’onda dell’improvvisazione. Sarà per la prossima volta!

Goliarda Sapienza-IO, JEAN GABIN. La vita è lotta, ribellione e sperimentazione. E amore, da non poterne fare a meno!

Goliarda Sapienza- Io,Jean Gabin, ed Giulio Einaudi 2010

Agosto scorre con un’altra bella storia in cui  il “doppio” gioca un ruolo importante. Goliarda è e si sente  Jean Gabin. E lo  grida e lo scrive: Io, Jean Gabin (Ed Giulio Einaudi 2010).

Mai letta una storia così, che io mi ricordi. Una bambina si identifica con un grande attore francese, non bellissimo, ma intenso. Lo insegue, ne imita l’andatura, si abbandona alla sua malia mentre lo vede agire sul grande schermo. E si lascia avvolgere l’anima dalla sua nebbia-Nord Francia, mentre vaga estasiata per la Civita, dove invece, tutto  è nero lava  e  fulgore rovente.

La famiglia Sapienza-Giudice

 “La madre, Maria Giudice, figura storica del socialismo italiano ante Prima guerra mondiale, fu seguita giorno per giorno da una spia dell’Ovra per quasi vent’anni durante il suo soggiorno obbligato a Catania. Tutto ciò è documentato presso l’Archivio Centrale dello Stato. Da quando la lombarda Maria Giudice era stata mandata in missione sindacale segreta a Catania nel 1920, e poi costretta a rimanervi dal precipitare degli eventi politici, s’erano unite due famiglie, quella dell’agitatrice socialista vedova con sette figli avuti dall’anarchico Civardi, divenuto poi interventista, caduto in guerra e celebrato come eroe fascista, e quella dell’avvocato e sindacalista Peppino Sapienza, detto «l’avvocato dei poveri», vedovo con tre figli maschi, figura di primo piano del socialismo siciliano. Si erano congiunti in libera unione, Maria e Peppino, come si diceva allora, ed ebbero un’unica figlia, Goliarda, convivendo poi nella casa di via Pistone, un focolaio di resistenza durante tutto il ventennio, frequentata spesso da un Brancati in fase di rinascita morale. Quella casa fu un’oasi di controcultura, quando non era facile immaginarsi la fine di un regime che prometteva di durare mille anni.”

Seguire Goliarda nelle sue scorribande catanesi, nella vita familiare,  nei suoi pensieri arruffati e tenaci mi ha rapito e ha risvegliato l’immagine di altre piccole grandi protagoniste di storie lette di recente: Eugenia  (Un paio di occhiali di  Annamaria Ortese); Lila/Elena (L’amica geniale di Elena Ferrante) e Jean Louise-Scout (Il buio oltre la siepe di Harper Lee), tutte bambine “libere” che vanno incontro alla vita e all’avventura, coraggiosamente, con spavalderia in alcuni casi.

Donne come fiumi

Goliarda si appropria di comportamenti e immaginari maschili fino a identificarsi con Jean Gabin e, allo stesso tempo,  desiderare di essere una donna come quelle da lui amate.

Incipit-“Io, che con Jean Gabin ho imparato ad amare le donne, mi trovo ora con la fotografia di Margaret Thatcher davanti – sul giornale, beninteso, che da buona cittadina postrivoluzione francese compro tutte le mattine –, e comincio a pensare che qualcosa non è andato per il verso giusto in questi ultimi trent’anni di democrazia. Jean Gabin non ne sapeva niente di lady di ferro, donne poliziotte, soldate e culturiste. I suoi occhi azzurri – di Jean intendo – sognavano una donna che fosse come un fiume, un grande fiume languido e vertiginoso che andava a nutrire con le sue acque limpide il mare. Questo ho imparato da lui, e per me la donna è stata sempre il mare. Intendiamoci, non un mare delineato da un’elegante cornice dorata per fanatici del paesaggio, ma il mare segreto di vita, avventura magnifica o disperata, bara e culla, sibilla muta e risposta sicura; spazio immenso in cui misurare il nostro coraggio di individualisti incalliti, ladri al ricco e donatori al povero, tutti d’accordo su una precisa breve frase: «Sempre fuori da tutti i poteri costituiti», soli, ma con l’orgoglio di sapere la rettitudine che soltanto nell’outsider alligna.”

Un film memorabile

Diamo uno sguardo al film  Il Porto delle nebbie, un altro grande protagonista della storia  di Goliarda.

“La nebbia che sovrasta tutto il film è il pericolo, è il destino, è l’avvertimento che tutto è travisato ed è ancora più difficile muoversi e decidere. Le case brutte, il caffè brutto, la gente brutta, è tutto un segnale di come sia impossibile persino la speranza. Gli uomini non determinano niente. È il destino a decidere tutto. Tutto questo nella poesia generale di un grande regista e un grande poeta che si integravano magnificamente. Carné e Prévert erano fra i padroni del cinema francese di quel momento. Perfettamente inseriti nella “moda” del Fronte Popolare, sofferenti come tutti gli intellettuali che erano stati sedotti dalle idee che venivano dall’Est e delusi dal non poterle effettivamente applicare. Dunque la miglior realizzazione di quel programma poteva stare nella solidarietà individuale e nell’amore. My movies-“

Tornerò da Goliarda, tornerò a seguirla in nuove storie. Scoprire il suo lavoro e godermelo è stata la cosa più stimolante che mi sia accaduta come lettrice  in questo  periodo faticoso.

Assaggi

Civita, regno del puparo- “grande Civita dalle straduzze intagliate nella lava, colma di personaggi vivi, acuti e saettanti fra teste di meduse, draghi alati, leoni, elefanti scolpiti anch’essi nella lava ma vivi della vita muta e perenne della scultura. Questa vita tracciata senza interruzione da basso a basso, da balcone a balcone, di giorno taceva ma la notte col muoversi delle fiamme dei lampioni intrecciava storie di passione, di delitti e di gioie improvvise.”

L’arte del rammendo- dagli Insanguine si lavora! “Rammendavamo punto dopo punto gli strappi dei manti causati dalla gran tenzone della sera prima. Da mamma Insanguine avevo imparato quell’arte di sanare piaghe aperte nelle vesti, nei manti, nei calzoni e non solo per fare apparire nuova da lontano una gonna stracciata, ma anche per riparare i vestiti comuni: a ritessere i fili strappati di calze, camicette, cravatte.”

Goliarda/Angelica/ “pupa”- “«Non è che non ne sei degna, non mi fraintendere, è che ci vuole tempo. Tempo e fatica e tu sei destinata ad altri progetti. Ognuno ha il suo destino unico e tu per altro nascesti… Ma per mostrarti ca non è che ti ritengo indegna di quest’arte, per prima cosa farò una pupa col tuo profilo e il tuo sguardo. È tanto che ci penso. Di profilo sei bella, davanti meno, o meglio davanti sei bella solo se sorridi. E non è cosa da pupe guerriere sorridere. Ma di profilo sei un’Angelica quasi perfetta. Farò di te un’Angelica coi fiocchi da mostrare a tutti con orgoglio». «E il mistero?» «È mistero, come dice la parola», rispose lui lasciandomi a bocca spalancata.”

Il mistero delle mani dei pupi, che storia!- “Proprio all’angolo della via presso la fontanella del drago e il grande androne di palazzo Musumeci, quello coi due mori per colonne che sorreggono tutto il primo piano, vidi le mani piú belle che mente umana possa immaginare, posate con grazia e calma reale sull’orlo d’un cestino pieno di panni lavati, stirati e profumati di tutti i fiori di zagara della Chiana. Queste mani, se possibile, erano piú bianche e delicate del lino dei fazzoletti e delle camiciole che quella ragazzina portava nel cestino poggiato su un fianco come in un abbraccio a sostenere il suo tesoro, l’altra mano posata sopra a proteggere… Non fece niente, lei,”

I poveri non si riscattano. Il professor Isahia sentenzia- “«Non credere alle balle liberali di tuo padre e di tua madre! Balle! Utopie di intellettuali viziati! Dalla miseria alla gloria… Nessuno esce dalla miseria, sinonimo di ignoranza, e diventa un genio. Se non ci credi, va’ a guardare da dove vengono tutti i loro scrittori, pittori, musicisti… Da famiglie agiate, se non ricche, agiate! Hai capito!? Per non dire di tua madre che era di una famiglia ricca. Anche tuo padre che si vanta tanto della sua origine plebea, lo sai come è riuscito a uscire dalla schiavitú dell’ignoranza? lo sai?» «No, professore, no, non si arrabbi». Sento ancora la mia vocina di un tempo belante come una pecora. «E mi arrabbio invece! Mi arrabbio e basta! Tuo padre, essendo il piú piccolo, ha beneficiato del lavoro dei fratelli che pur di farlo studiare si sono scannati a lavorare notte e giorno! A dare il sangue notte e giorno!»”

1944-Il quaderno, Roma, l’amica americana e Pollock– “Già, quel quaderno mi seguí fino alla soffitta delle suore francesi di via Gaeta a Roma, mi seguí fino alle parole di Jean, che non era Gabin, era un’americana rifugiata in quello stesso convento durante l’occupazione nazista[…] Sul mio quaderno pieno di bugie vere raccontate dai piú grossi bugiardi che mai mente umana poté immaginare, m’incanto e dimentico la fame, la sete, i tedeschi… Già, quel quaderno mi seguí fino alla soffitta delle suore francesi di via Gaeta a Roma, mi seguí fino alle parole di Jean, che non era Gabin, era un’americana rifugiata in quello stesso convento durante l’occupazione nazista. – Devi distruggerlo questo quaderno, Ester (mi sarei chiamata cosí un giorno da partigiana ricercata dalle SS), è pieno di nomi, se venissero a fare una perquisizione… Che dici, lo brucio? – Ma sí, brucialo, Jean. – Peccato, certe pagine sembrano un disegno di Pollock. – Chi è? – Oh, un grande pittore del mio paese. Quando saremo liberate te lo farò conoscere… Anche noi americani cominciamo ad avere i nostri pittori.”

L’America di Jean- “Oh sí, insieme, non come sciocchi turisti, e anche tu verrai con me nel mio paese. Vedrai le grandi praterie, i corsi d’acqua infiniti, le mandrie di cavalli, i cavalli, Ester… tu non sai la bellezza di un cavallo che corre libero per pianure smisurate, vedrai. Per quanto ami l’Europa… – sono metà scozzese, lo sai – ma qui in Europa si sta stretti, si soffoca ammassati uno all’altro, le città una dietro l’altra senz’aria… Oh, il vento delle grandi distese, l’odore del vento libero, non soffocato da chiese e campanili, libero e giovane vento delle mie praterie… Piange Jean in silenzio, un po’ mi si stringe il cuore, ma so anche che le fa bene. Potrei prenderla fra le braccia ma sarebbe un atto troppo carnale, lei non si aspetta questo, Gabin non l’avrebbe fatto. Da qualsiasi amore sei posseduto devi scrutare l’altro, sapere quello che la sua natura vuole, rispettarlo. Questo sentimento di rispetto ha in sé un compenso cosí grande che scalda il cuore e dilata i polmoni.”

Jean Gabin, l’amore contro tutto e tutti -“Carlo tante volte ho provato quell’emozione, sono gli strumenti a percussione che ti sbattono subito nel vivo del dramma con frastuono di ruote sfrenate a velocità pazza fra strade d’asfalto mitragliate di nera pioggia, di fari abbaglianti, ululare di cani, fischi acuti di poliziotti neri come la pece, dagli occhi di mastini addestrati ad azzannare qualcuno che il potere ha costretto a errare derelitto, affamato, al margine della strada… Ma questo qualcuno ha il passo calmo, equilibrato e pieno di forza orgogliosa malgrado la fame, la mancanza di sonno e d’amore. So cosa perderà il mio Jean, so ormai tutto, eppure attendo con ansia l’ennesimo amore che segnerà la sua fine, se non fosse per questo suo umanissimo bisogno che tutti ci accomuna, poveri, ricchi, fascisti e antifascisti e forse anche i reali. Che forse lei, la grande regina Cristina, non fu colpita dal bisogno d’amore come il semistraccione Gabin? Eh sí, l’amore deve essere qualcosa cosí essenziale alla nostra natura da non poterne fare senza, qualcosa come il pane, l’acqua, il sale…”

La magia del bianco e nero– “La consapevolezza di non essere capiti è un tranello mortale per sé e per gli altri. Anch’io forse caddi in quel tranello… Fermati Goliarda, non ascoltare il tuo futuro che s’apre come una fossa di fangose bugie tue e degli altri, non disturbare la bellezza di quelle gesta entusiasmanti, classiche in bianco e nero… Classica la musica in bianco e nero si svolge fra la pioggia fitta fitta punteggiata di bianchi sorrisi, sguardi chiari appena accennati, gesti lievi di colomba nel momento piú furente del dramma, quando il destino per atroce che sia si conclude in pochi gesti sobri.”

Carlo il socialista/purtroppo- “Ma tu, Carlo, io non ti capisco, sei socialista o no? – Purtroppo lo sono! – E perché purtroppo? – Perché purtroppo di tutte le porche menzogne che girano per il mondo è la meno porca, ecco tutto!”

Il messaggio di Jean Gabin-«La vita è lotta, ribellione e sperimentazione, di questo ti devi entusiasmare giorno per giorno e ora per ora. Vedi me, sono morto tante volte combattendo, eppure sono qui con te tranquillo a ricordare e gioire delle mie lotte, pronto a rinascere e a ricominciare. Ricominciare, – sussurra sorridendo Jean dal grande schermo, – questo è il segreto, niente muore, tutto finisce e tutto ricomincia, solo lo spirito della lotta è immortale, da lui solo sgorga quella che comunemente chiamiamo Vita».”

Ed ora un assaggino ad alta voce!

Affascinailtuocuore legge la ninna nanna molto speciale che l’avvocato-papà canta alla sua bambina super speciale, Goliarda.

Cosa leggo al solleone di Agosto?

 

alias Grace

Ho appena terminato la lettura di Alias Grace (L’altra Grace) di Margaret Atwood (a breve la recensio-riflessione) e subito penso a cosa leggere  per  sopravvivere al  gran caldo di Agosto, e alle malinconie Covid19 che hanno deciso di starmi al fianco, non richieste.

Ho bisogno di   Montalbano-Camilleri e dunque cedo alle lusinghe  di Riccardino.

Ma i  miei bigliettini sparsi, dove prendo appunti man mano che ascolto la radio, guardo la Tv e leggo i giornali, mi ricordano che c’è in sospeso un’avventura affascinante: Goliarda Sapienza

Come impostare la riflessione su Alias Grace? Click-Apro un file… mi interrompe,  urgente, il bisogno di cominciare a conoscere Goliarda, prima di iniziare la lettura dei suoi libri.

E trovo questa intervista che mi fa pensare, sorridere, entusiasmare. Lo sguardo  di questa donna è magnetico, il verde sorridente dei suoi occhi turba, cattura e coinvolge. Mi lascio trasportare dal racconto così ironicamente amaro  della sua vita, delle sue esperienze artistiche, delle sue conoscenze illustri, delle sue fragilità.

 

Sì, dopo Riccardino   mi dedicherò a lei. ma da cosa comincio?

L’arte della gioia?

L’università di Rebibbia?

Le certezze del dubbio?

Il filo di Mezzogiorno?

Io, Jean Gabin, 2010?

Voi, cosa mi suggerite?  

Benvenuto Luglio! Con il CALLEndario di Scamardistudio nella storia e nel cielo d’Andalusia. Lo sapevate che…

Nuvole birichine sulla storia di Siviglia

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¿SABÍAS QUE…
LA CALLE HOMBRE DE PIEDRA es conocida con este nombre desde el s.XVIII – y probablemente antes – por una estatua de mármol empotrada a ras del suelo en una fachada. La estatua romana pertenecía a unas termas, las cuales los árabes mantuvieron con el nombre de baños públicos de la «estatua».
Este torso ha dado lugar a una leyenda recogida por González de León, según la cual un hombre fue convertido en estatua de piedra por blasfemo.
La leyenda se remonta a una fresca noche del siglo XV en la que bebía a saco Mateo el Rubio con sus amigos en una taberna...read more 

20 Giugno 2020- Giornata Mondiale del Rifugiato, in versi. REFUGEE BLUES di W.H. Auden

 

 

20 Giugno 2019- World Refugee Day

world refugee day 2020

 

Oggi il nostro pensiero va a tutti i rifugiati del mondo, uomini, donne, bambini in cerca di un posto  che li accolga e li faccia vivere come persone libere.

No other words than Auden’s ones, in English, because only the original language of the poem  makes you  “breathe and sense” the sad rhythm of “Blues”.

Refugee Blues

by W H Auden (1939)

Say this city has ten million souls,
Some are living in mansions, some are living in holes:
Yet there’s no place for us, my dear, yet there’s no place for us.

Once we had a country and we thought it fair,
Look in the atlas and you’ll find it there:
We cannot go there now, my dear, we cannot go there now.

In the village churchyard there grows an old yew,
Every spring it blossoms anew;
Old passports can’t do that, my dear, old passports can’t do that.

The consul banged the table and said:
‘If you’ve got no passport, you’re officially dead’;
But we are still alive, my dear, but we are still alive.

Went to a committee; they offered me a chair;
Asked me politely to return next year:
But where shall we go today, my dear, but where shall we go today?

Came to a public meeting; the speaker got up and said:
‘If we let them in, they will steal our daily bread’;
He was talking of you and me, my dear, he was talking of you and me.

Thought I heard the thunder rumbling in the sky;
It was Hitler over Europe, saying: ‘They must die’;
We were in his mind, my dear, we were in his mind.

Saw a poodle in a jacket fastened with a pin,
Saw a door opened and a cat let in:
But they weren’t German Jews, my dear, but they weren’t German Jews.

Went down the harbour and stood upon the quay,
Saw the fish swimming as if they were free:
Only ten feet away, my dear, only ten feet away.

Walked through a wood, saw the birds in the trees;
They had no politicians and sang at their ease:
They weren’t the human race, my dear, they weren’t the human race.

Dreamed I saw a building with a thousand floors,
A thousand windows and a thousand doors;
Not one of them was ours, my dear, not one of them was ours.

Stood on a great plain in the falling snow;
Ten thousand soldiers marched to and fro:
Looking for you and me, my dear, looking for you and me.

 da Affascinailtuocuore, qualche spunto in più su  Auden e su Another Time

 

9 Maggio 2020- Festa dell’Europa-Covid 19, difficoltà economiche, crisi esistenziali, dolore. Ma l’Europa c’è.

 

europe_day2001_it

 

Il momento  non sembra particolarmente adatto a festeggiare. Troppi lutti stanno investendo la nostra amata Europa a causa del  Corona virus. Il confinamento  ci sta sfiancando e ci spinge a guardare il futuro con occhi  un po’ annebbiati. 

E tuttavia, proprio in momenti di grande difficoltà diventa necessario “festeggiare”  insieme l’Europa e tutto  ciò che rappresenta per noi cittadini: democrazia, libertà, cultura, benessere economico.  Noi siamo l’Europa.

Abbiamo fatto degli errori lungo un cammino faticoso e accidentato, ma abbiamo  modo e tempo di rimediare. E lo stiamo facendo, con  resilienza, orgoglio, chiarezza di visione e rispetto  gli uni  degli altri. A maggior ragione in un momento tragico come quello che stiamo vivendo.

Sarò  inguaribilmente ottimista, ma io continuo a crederci, perché ho fiducia nella capacità umana di imparare dagli errori.


Distanziamenti sociali- #Scamardistudio- DE DOS EN DOS. Dal corpo al simbolo: una fotografia su due livelli.

 

atardeces de dos in dos

Scamardistudio-Atardeces de dos in dos. Plaza Alameda de Hercules Seville

Due i piani di interpretazione di questa suggestiva foto:

Denotativo, ovvero la luce del tardo pomeriggio che accende la pavimentazione ocra dell’Alameda di Siviglia che colpisce le protagoniste di questa storia illustrata: (foreground) la coppia di donne che seduta comodamente su un selciato bollente scambia quattro chiacchiere; (background) le due bambine (figlie delle due conversanti adulte?) che parlano e giocano all’ombra di un Ercole possente sulle colonne da Fine del Mondo. La città e i suoi ritmi sordi, su uno sfondo lontano, intuito;

Connotativo:  foto ricca di simboli che non possono sfuggire, come  la piazza, le donne, i vestiti segno di un’appartenenza, la postura raccolta e tesa all’ascolto; e poi le colonne d’Ercole che sembrano tenere il resto del mondo  fuori da questo squarcio comunicativo, per proteggere tra le sue “braccia possenti” le due coppie, aperte all’umanità della comunicazione. Chi sono queste donne? Da dove vengono? Cosa aspettano in questo bollente pomeriggio Andaluso?

La piazza, tradizionalmente accogliente, abbraccia queste sei creature del tempo, in coppia: La vetustà nobile delle colonne di Ercole; il gioioso futuro dell’infanzia; l’incalzante presente della maturità: De Dos en Dos. E le racchiude tutte tra le ombre allungate degli alti fusti, quasi grata di una prigione luminosa.

Oggi  1 Maggio 2020, si può aggiungere un’ulteriore interpretazione che lasciamo alle parole della fotografa:

Hoy 1 de Mayo de 2020 el sentido de esta fotografía podría invitar a pensar en esta abrumadora distancia social que tendremos que respetar para un tiempo.

Pero no! Reveindico su sentido primario: a la sombra de las dos columnas de los leones,
el juego de dos mujeres de origen árabe charlando sin prisa en la calma de una tarde sevillana en plena feria, que es cuando la Alameda está vacía pero preciosa.

Al fondo, dos niñas también sentadas, como una proyección o una síntesis de la historia de este lugar. StefaniaScamardiFacebook

 

Lo sguardo di Scamardi coglie questo magico microcosmo esaltandolo con il suo scatto illuminato.

Bella. Non una parola di più non una di meno.

LA MACCHIA ROSA- Fiori rosa, fiori di…ritorno ai giochi. Ci siamo quasi! Buon 25 Aprile.

Dalla mia finestra vedo spuntare con forza e allegria una piccola macchia rosa nel prato disordinato del parchetto vicino casa. Fiorellini che sprizzano energia e voglia di vita e giochi!

Buon 25 Aprile di memoria, speranza e resistenza!

 

25 aprile collage

J.Fante-ASK THE DUST (Chiedi alla polvere). Polvere su tutto, sugli abiti, sugli occhi, sul cuore…

Einaudi-Fante

L’8 aprile del 1909 nasceva John Fante. Noi lo festeggiamo rileggendo “Chiedi alla polvere”, in cui appare questa citazione perfetta per descrivere il nostro presente. Ed.Einaudi

 

Stiamo andando a Londra e mentre Stefano guida, ascoltiamo Paolo Conte ed il suo Happy Feet. Come sempre nei nostri lunghi viaggi verso l’amore di figlie e nipoti, ascoltiamo tanta, tanta musica. I generi sono quelli che amiamo da sempre, quelli che ci hanno accompagnato  prima in cassetta, poi in Cd, ora di nuovo in cassetta, lungo l’arco del nostro lungo cammino insieme, vagabondando con meta, da un punto all’altro dell’ Italia e dell’Europa.

Happy Feet, o Camilla’s ragged shoes (che avvolgono piedi magici, danzanti mentre da un tavolo all’altro, va a servire i clienti) contiene una  frase magica:

“… con che libro affascini il tuo cuore?” .

La trovo sublime per più motivi: il cuore al centro della lettura, il libro al centro della lettura e della fascinazione sul muscolo più emozionale del nostro organismo.

Ask the Dust  ha affascinato il mio cuore in questo ultimo mese.

Leggo il libro, un po’ alla volta, a piccole dosi, perché non finisca subito e l’emozione che mi procura continui nel tempo, con quel mio tornare indietro e andare avanti per pagine, per capitoli, per episodi, per descrizioni.

Los AngelesPolvere e polvere e polvere, dal deserto, sul deserto, su Los Angeles, nelle stanze d’albergo, sugli abiti, sugli occhi, sul cuore…Come liberarsi della polvere, se si vuole? Camilla non ha voluto e il deserto l’ha fagocitata. Lì la polvere è casa sua, e il suo puppy Willie, ovvero il mondo della dimensione affettiva, scompare con lei. Non le serve altro.

Mi ha affascinato l’aspetto inter-multiculturale in una Los Angeles soffocante. Chi è di origine Italiana è un gradino più su dei Mexicans nella considerazione, ma entrambi sono delle nullità nel grande scintillante mondo W.A.S.P. della California. E allora, anche se per piccoli episodi, questo anello in cui le “inferiorità” etniche si rincorrono, troviamo Arturo e Camilla e Sammy e gli altri.

Poi Vera, la prima donna. Che figura sconvolgente! Tanto da avere le caratteristiche giuste per diventare il personaggio centrale del primo romanzo di Bandini.

terremoto LAquilaE lo spaccato reale e simbolico del terremoto che tutto travolge, mette sottosopra, irrispettoso dei sentimenti, della cura con cui uno si è costruito e arredato e vissuto la propria casa, letti penzolanti dai muri, urla, sangue: umanità sofferente. E Arturo lo interpreta come segno della punizione divina del suo peccato.

Tutta da sviscerare la religiosità di Bandini e l’educazione sessuofobica ricevuta nella sua cattolicissima famiglia, i sensi di colpa insinuati nel suo cuore e nel suo cervello sin dalla più tenera età.

Quante cose ritrovo in questo romanzo.  anche il terremoto d’Abruzzo e poi  lui e la sua abruzzesità:

“Gli abruzzesi che leggono Fante ci trovano tutto l’ Abruzzo del padre (e di John), il lavoro duro da muratore di Nick, il freddo delle montagne, le umiliazioni degli emigranti di inizio secolo, la voglia di emergere, la forza della disperazione e l’ orgoglio. Fante è uno scrittore le cui radici abruzzesi pervadono tutta la sua opera. Il padre, Nicola (Nick), lasciò Torricella Peligna, il piccolo centro in provincia di Chieti, nel 1901. John nacque in Colorado (tra i monti innevati, tanto simili a quelli abruzzesi) nel 1909…”[1]

Arturo vuole in un certo senso riscattarsi e diventare uno scrittore famoso, vuole capire come incanalare le sue esperienze ed emozioni in un centinaio di pagine del suo libro o, in più raccolte, succose ed efficaci Short Stories.

askthedust-filmSiamo proprio in viaggio: con Camilla, assolutamente round nel suo percorso di trasformazione totale (anche attraverso la marijuana) e di fuga verso la sua libertà; con Arturo, lo scrittore e il suo viaggio verso l’empatia, l’uscire da sé e capire le sofferenze del mondo, di Camilla, di Sammy nel suo viaggio a ritroso, dentro se stesso, in attesa della morte.

E viaggia con  Vera e il suo stratosferico complesso di inferiorità, grande tanto quanto il suo bisogno di essere amata; e  con Hellfrick e la sua ossessione di cibo che lo porta ad assassinare il tenero vitello di fronte agli occhi e alla disperazione della sua mamma-mucca, in una nottata da imboscata che segna la fine di uno strano rapporto basato sulla fame, sul bisogno di cibo, anche rubato con violenza. A cominciare dal latte in bottiglia, sottratto furtivamente dal furgoncino del fornitore dell’alberghetto in cui Arturo vive.

E quella strana forma di amore? Non ci sono parole per descrivere la sua nascita, la sua evoluzione, il suo gonfiarsi a dismisura, diventando amore e pietà per chi soffre.

E il gioco di luci, ombre, tramonti, albe… a Los Angeles e dintorni. In fondo traspare un amore “dettagliato” per questa città.

C’è tanto ancora in questo libro che ha affascinato il mio cuore, anche la fine, così melodrammatica e simbolica; quel lancio del romanzo con dedica verso la direzione da cui è scomparsa o fuggita Camilla…Quasi a voler fare questo estremo regalo al suo amore per lei, ma anche a voler mettere un segno di fine a questa storia così intensa.

Il mio cuore gode ancora del fascino che Arturo-John ha esercitato su di lui.

To John with love

Pubblicato per la prima volta nel 1939 è uno dei primi romanzi dello scrittore italo-americano, riscoperto in Italia e in Francia alla fine degli anni Ottanta dopo un lungo periodo di dimenticanza. La saga dello scrittore Arturo Bandini, alter ego dell’autore, giunge in questo romanzo al suo snodo decisivo. L’ironia sarcastica e irriverente, la comicità di Arturo Bandini si uniscono alla sua natura di sognatore sbandato, che ne fa il prototipo di tutti i sognatori sbandati che hanno popolato la letteratura dopo di lui. Al centro della vicenda è il percorso di Bandini verso la realizzazione delle sue ambizioni artistiche e la sua educazione sentimentale dopo l’incontro con la bella e strana Camilla Lopez…Descrizione IBS


[1]Paolo di Vincenzo,  Colin Farrell interpreta John Fante, in

il Centro, Cultura & Società, 11 dicembre 2003

 http://www.john-fante.com/it/reviews/20031211.htm, ultima visita 28 Ottobre 2009

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