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S. Auci-I LEONI DI SICILIA. Tra le onde del Mediterraneo, le terre di Sicilia e d’Europa, i Florio tracciano il destino della modernità.

i leoni di Sicilia

I Leoni di Sicilia narra la storia della famiglia Florio, sin dalla prima dirompente e controversa tappa del proprio “destino”: il trasferimento da Bagnara Calabra a Palermo, con l’obiettivo di ampliare il traffico delle spezie.  Una volta raggiunta l’isola, la capacità imprenditoriale di Paolo e Ignazio va ben oltre la meta prefissata e comincia a spaziare in altri campi, fino ad occupare spazi commerciali e finanziari impensabili all’inizio dell’ impresa Siciliana.

Palermo

Palermo è parte di questa impresa. È una città cruciale, cuore del Mediterraneo, fondamentale nell’economia moderna. La vita palermitana dei Florio è il crocevia di eventi storici epocali per la Sicilia, per l’Italia e per l’Europa. 

“Palermo e la Sicilia si erano trasformate in un porto sicuro, lontane dall’influenza francese[…]E poi, soprattutto, erano al centro del Mediterraneo: questo aveva trasformato Palermo in una città che traboccava di commercianti e di marinai provenienti da tutta Europa.”

Amore

Per i Florio l’amore è una questione pubblica, ovvero legata alle sorti economiche della Casa, proprio come accade nelle famiglie ricche e nobili dell’epoca. Paolo vuole che suo figlio Vincenzo sposi un’aristocratica perché ha bisogno di un titolo nobiliare che dia prestigio alla sua ricchezza.  Vincenzo fa suo questo desiderio, ma l’amore vero lo porterà in tutt’altra direzione, una direzione di nome Giulia.

“Con il gomito appoggiato allo sportello, Vincenzo riflette…] Le[ parlerà della smania che gli fa nascere dentro; del fatto che, di notte, rimane sveglio pensando a lei; di come vorrebbe toccarla; di quanto vorrebbe vederla con i capelli sciolti sulle spalle nude. Lo farà perché sa benissimo che lei non riferirà a nessuno quelle parole, men che meno a suo padre. Lo farà perché Giulia nulla può opporre alla vertigine che, ne è certo, si è impadronita di lei. Lui la conosce bene, quella sensazione: la prova quando riesce a mettere le mani su un carico prezioso o quando un affare complicato va a buon fine. Però lei non è un carico di sommacco o una cantina. Un carico si vende e si passa a un altro; un affare si chiude e si passa a un altro. Invece quella femmina non passa, gli fa perdere la testa, lo fa ubriacare. Muore dalla voglia di averla nel suo letto, per Dio!”

Ignazio, prende le redini dell’impresa alla morte improvvisa del fratello Paolo. E con l’impresa eredita la responsabilità della sua famiglia. La cognata Giuseppina ne è il cuore. E rapisce il “suo” cuore, eppure Ignazio si tiene a distanza di sicurezza, continuando ad amarla in segreto, profondamente e con rispetto, fino alla morte.

“Ciò che prova per Giuseppina non ha più il sapore della passione. È qualcosa che ricorda la dolcezza delle sere d’autunno, con la consapevolezza che l’estate è alle spalle e che l’inverno attende dietro la porta.”

Viva l’Inghilterra!

Vincenzo viene accompagnato con molta cura e attenzione nella sua crescita professionale. Molto importante si rivela il suo viaggio nell’Inghilterra neo-industriale, con Ben Ingham, imprenditore e amico di Paolo e Ignazio. Viaggia nello Yorkshire, vive la meraviglia di posti così diversi dall’amata Palermo e prova stupore di fronte alle moderne macchine industriali. Guarda, ascolta e impara. E sarà lui che porterà all’interno della sua industria di lavorazione delle spezie i nuovi stupefacenti macchinari.

«Allora? Cosa ne pensate dello Yorkshire?»”- “Benjamin Ingham è seduto nella carrozza davanti a lui. Gli parla in inglese. Vincenzo ha il naso schiacciato contro il finestrino e osserva la campagna. «È bello, ma tutta l’Inghilterra è diversa da come me la immaginavo», risponde infine. «Pensavo fosse piena di città e case.» Lo guarda. «Non avevo mai visto così tanta pioggia, e in agosto, poi.» «Sono i venti dell’oceano che la portano», spiega Ingham. «Qui non ci sono montagne che frenano le nuvole, come in Sicilia.» Poi osserva l’abito del giovane e annuisce, soddisfatto. «Il mio sarto ha fatto un ottimo lavoro. Ciò che avevate portato da Palermo non era adatto a questo clima.» Vincenzo tasta il panno della giacca: è caldo, resistente, non permette all’umidità di passare. Ma ciò che lo ha davvero sorpreso è il cotone con cui sono realizzate le camicie. La sua biancheria aveva una trama grezza; questa, invece, è morbida, ottenuta da telai a vapore che Ingham gli ha descritto in toni entusiastici.”

Rivoluzione Industriale e bimbi al lavoro“«Ci sono più di trenta persone impiegate qui. Il lavoro ha un suo ordine ben preciso: di là si producono i filati che poi vengono lavorati in questo settore dello stabilimento.» Indica una parte del capannone che sembra più luminosa. Vincenzo scorge dei bambini seduti a cardare la lana. «Prima erano pastori o tessitori in casa; ora hanno un salario certo e un tetto sulla testa.»”

Casa Florio cresce e si trasforma

“«A te l’Inghilterra fa bene. E anche a noi.» Ignazio prende sottobraccio il nipote…”

Ignazio assisterà con amore e competenza la maturazione imprenditoriale e umana di Vincenzo. Tra mille difficoltà di ogni tipo, insieme faranno diventare Casa Florio una potenza.

“Usa il tono pacato di una constatazione, eppure i commercianti si scostano, sono confusi. Il mite Ignazio Florio non ha mai avuto parole di minaccia. Si allontana senza guardare in faccia nessuno. Se la sente bruciare dentro, la rabbia: corrosiva, ingiusta. A Palermo non basta lavorare e spaccarsi la schiena. Si deve sempre alzare la voce, imporre un potere, vero o presunto, combattere contro chi parla troppo e a sproposito. Conta l’apparenza. La menzogna condivisa, il fondale di cartapesta su cui si muovono tutti in un gioco delle parti. La realtà, la ricchezza vera, non te la perdona nessuno.”

Il solco è tracciato

Quando Vincenzo rimane solo con le “sue” responsabilità continua nel solco tracciato da suo padre e da suo zio. Al suo fianco c’è Giulia, borghese milanese che gli ha catturato l’anima e lo ha messo di fronte a delle scelte in contrasto con il desiderio di suo padre. Giulia è una donna moderna, risoluta, innamorata, che accetta la vergogna di fare l’amante dell’uomo potente, la mantenuta in una casa presa apposta per lei da Florio. Accetta perfino di diventare madre di due bambine fuori dal matrimonio. È irremovibile. Vincenzo lo è altrettanto e non vuole sposarla, ma quando nasce Ignazio, il tanto desiderato erede “masculo” cede, anche contro la volontà della madre e della società. Il loro è un sodalizio d’acciaio che sarà fondamentale per la prosperità di Casa Florio.

E Ignazio jr non può che continuare quanto il padre e lo zio hanno iniziato e lo fa con perizia e determinazione, incrementando ricchezza e potere, e acquisendo prestigio grazie al matrimonio con un’aristocratica che finalmente porterà un titolo nobiliare a casa Florio, a costi altissimi, come la dolorosa rinuncia  al grande amore francese. 

Scelte stilistiche

I Leoni di Sicilia si legge con il piacere che di solito provocano le saghe familiari complesse e avvincenti. I meccanismi narrativi che Stefania Auci adotta nutrono tale piacere accompagnando il lettore nell’ intenso viaggio all’interno dell’universo Florio:

– l’uso del presente storico avvicina il lettore ai protagonisti, quasi in una dimensione tridimensionale, ed è per questo molto efficace. Conferisce al racconto un bel ritmo sostenuto che non concede  neanche un attimo di stanchezza.

– Anche i proverbi giocano un ruolo importante nella storia. Le radici popolari dei Florio non possono non affondare nella cultura dei proverbi. Bellissima è l’idea di Auci di introdurre ciascun capitolo con un proverbio che riassume il senso della vicenda di quel segmento narrativo. A voi rintracciare nell’elenco l’argomento del capitolo che introducono:

Cu nesci, arrinesci. «Chi esce, riesce.» 16 ottobre 1779

Cu manìa ’un pinìa. «Chi si dà da fare non patisce.» 1799-1807

‘U putiàru soccu ave abbànìa. «Il negoziante decanta ciò che ha.» Estate 1810 inverno 1820

’U pisu di l’anni è lu pisu cchiù granni. «Il peso degli anni è il peso più grande.» 1820-1828

Addisiari e ’un aviri è pena di muriri. «Desiderare e non avere è una pena da morire.»1830-1837

Unn’è u’ piso và a balanza. «Dove c’è il peso va la bilancia.» 1837 1849

Nuddu si lassa e nuddu si pigghia si ’un s’assumigghia. «Non ci si lascia e non ci si sceglie se non ci si somiglia.» 1852 1854

Cent’anni d’amuri, un minutu di sdigno. «Cent’anni d’amore, un minuto di collera.»1860 1866

Di ccà c’è ’a morti, di ddà c’è a sorti. «Da una parte c’è la morte, dall’altra il destino.» Settembre 1868

La Sicilia in immagini e proverbi

Immediata e spontanea arriva la connessione con il progetto fotografico-editoriale di Stefania Scamardi, VERBO A FAVOR (Scamardistudio-Ed. Fortunaimage 2019), che incrocia proverbi siciliani e foto della Sicilia

Cosa sapevo dei Florio…

Cosa sapevo dei Florio prima di leggere I Leoni di Sicilia? Conoscevo La Targa Florio, storica corsa automobilistica tra le antiche strade della Sicilia e il marsala nello zabaglione, unica sporadica concessione “alcolica” a noi bambine. E il marsala è legato anche ad una splendida gita nella meravigliosa  Mozia, al piccolo e prezioso museo Whitaker (che ritroverò con i Florio). Dopo Mozia arriva la sbornia di marsala. Allegra, leggera e piena di ottimismo,  in una romantica notte d’ inizio estate, spinge un gruppo di persone, nella vita di ogni giorno austere e rispettabili, ad inneggiare a questo dolce vino ottocentesco per le strade di Marsala. La mia conoscenza dei Florio si ferma qui. Poi arriva il libro di Auci.

Una finestra spalancata 

I Leoni di Sicilia ha spalancato una finestra su un mondo antico e moderno nello stesso tempo, amante e rispettoso delle tradizioni e contestualmente trasgressivo, feroce, animato da una voglia di novità e di successo inimmaginabile.

Sensazioni contrastanti

Mi ha lasciato sensazioni contrastanti: talora sgradevoli nei confronti di Vincenzo, per esempio. Così coriaceo, freddo e prepotente, forse anche più del padre Paolo; talora ricche di ammirazione per la dolcezza di Ignazio, per la tenacia e la modernità di Giulia,  per la maturità e consapevolezza di Ignazio jr.

Incantesimo palermitano

Ha riacceso l’incantesimo che Palermo ha sempre esercitato su di me. Qualche tempo fa, tornando da San Vito lo Capo, siamo andati a Mondello per salutare i nostri amici storici di Palermo. Abbiamo attraversato una strada magica che conoscevo  già, ma che ho rivisto con occhi nuovi. Una strada, descritta anche nel romanzo, che taglia il Parco della Favorita e che ho ancora davanti agli occhi per la sua maestosa bellezza. Percorrendola mi sembrava di essere in una carrozza stile Florio,  illuminata dal sole caldo e impregnata dei dolci profumi di Settembre.

 

Assaggi

Donne e seta a Messina- “La seta non appartiene a Palermo. Appartiene a Messina. O, meglio, vi apparteneva. Dallo Stretto fino alla piana di Catania, famiglie di contadini allevavano bachi da seta all’ombra di gelsi secolari, le cui foglie erano usate per nutrire le larve. Erano soprattutto le donne a occuparsene, e a loro andava il compenso per quel lavoro puzzolente e ingrato. Erano più libere e indipendenti delle contadine o delle serve presso le famiglie nobiliari. Potevano tenere per sé il guadagno. Soldi preziosi, sudati, che le donne spendevano per acquistare il corredo o per comprare il mobilio della futura casa.”

Arriva la Cina e le cineserie-destino della seta messinese-“Poi la scoperta: in Estremo Oriente di seta se ne produceva di più, e a costi molto più bassi. Arrivano così le stoffe degli inglesi, che acquistano nelle colonie balle di filato per lavorarle in patria, oppure importano stoffe adorne di disegni esotici. Basta con le righe e i colori tristi che si stampano in Europa. Dopo i lunghi anni delle guerre contro Napoleone, c’è voglia di fantasia e di vitalità. Le esportazioni dalla Sicilia verso il resto dell’Italia cominciano a diminuire e poi quasi cessano. I gelsi cadono in abbandono. Inizia la mania delle cineserie: mobili, porcellane, avorio intagliato. E, ovviamente, stoffe.”

L’insegna dell’aromateria- “Ignazio indica una lunga insegna di legno dipinto: è appoggiata in terra, in fondo alla stanza. I colori sono vividi, ancora freschi. In basso, la firma sottile del pittore, Salvatore Burgarello, ben conosciuto a Castellammare.”

La pervicacia di Vincenzo- “Dunami tempo, dissi u’ surci a’ nuci, ca ti percio.» «Tu e i tuoi proverbi.» Carlo ride. «Sei più palermitano di certi palermitani di settima generazione. Che vuol dire?» «’Dammi tempo, dice il topo alla noce. Dammi tempo che ti buco.’ Io sono uno che non molla, Carlo.”

I politici- “Da quella faccenda della rivoluzione, Vincenzo si era riproposto una cosa: rammentare sempre che ai politici non bisognava dar fiducia. Usarli, manipolarli, comprarli, se necessario, perché ogni uomo ha un prezzo. Però mai, mai fidarsi ciecamente di loro.”

 L’ira dei rivoltosi– “«Per voi, io sono il signor Pasquale Calvi. La mia fede politica ricusa i titoli nobiliari. E con voi, certo, non abbiamo speranza che qualcosa possa cambiare.» Li fissa, e nei suoi occhi c’è un rancore incendiario. «Io e i miei compagni sognavamo una Sicilia libera, una terra indipendente e confederata con gli altri Stati italiani. Nessuno di voi ha creduto veramente a quest’ideale, nessuno! Ci siamo battuti per niente. E ora, a causa della vostra ignavia, pagheremo per tutti. Il mio nome è sulla lista degli esiliati. Io, costretto a lasciare la mia patria! Con la vostra paura, sì, avete condannato me e altri figli di questa terra a un destino di esuli. Se aveste avuto coraggio, se aveste accettato di armarvi e combattere, a quest’ora i napoletani non sarebbero alle porte della città.»”

Il conflitto di interesse- “«Sono la persona che paga più tasse in tutto lo Stato, che garantisce ricchezza con le sue importazioni, e che rifornisce l’esercito di medicinali e zolfo. Voi, invece, mi mettete alle strette. Mi avete persino confiscato gli argenti che il governo rivoluzionario mi aveva assegnato come pagamento nel 1848…» Si ferma, prende un respiro, beve un sorso di caffè. Sui volti degli altri due uomini c’è un profondo sconcerto. Ma nessuno parla. «Il governo mi deve molto», conclude Vincenzo. «Voi due mi dovete molto.»”

Pomelie nella villa dei Florio– “Nella sala e lungo la teoria di stanze, cesti di gigli, rose e pomelie, il fiore che è quasi un simbolo di Palermo,”

pomelie

Pomelie

 

A. Hesse-L’INTERPRETE- “Ciò che Auschwitz è stato”: il marchio dell’infamia che brucia anche l’anima dell’ interprete.

Hesse-L'interprete

La famiglia Bruhns di Francoforte si prepara per la festa. Siamo in Avvento e  ci avviciniamo festosamente a Natale. Papà Ludwig è un cuoco generoso, mamma Edith lo aiuta in cucina e si prende cura della famiglia, la figlia Annegret fa l’infermiera e ama bulimicamente mangiare, Stefan è il cucciolo di casa e ama giocare con soldatini e carri armati, e con l’adorato cane Purzel.

E poi c’ Eva, l’altra figlia,  la nostra dolente eroina, l’interprete curiosa e amante del suo lavoro.  La storia di Eva e della sua famiglia si svolge nel pieno del primo processo storico contro alcuni responsabili degli stermini nazisti.

“Si sedette al tavolo in modo da avere di fronte il signor Gabor e prese dalla borsa due dizionari, uno generale e l’altro tecnico-economico. Spostò il piatto con i biscotti e appoggiò al suo posto i dizionari: poi tirò fuori bloc notes e matita…”cominciano così i “tormenti di un’interprete”. 26

Eva sta vivendo  un momento topico anche  per la sua vita di  giovane donna moderna: scegliere tra lavoro e amore. La scelta di lavorare nel processo come interprete non piace al giovane Jürgen, suo fidanzato e uomo decisamente all’antica. Lui la vuole a casa a fare l’angelo del focolare. Ma Eva non è d’accordo, intravede infatti nel suo  lavoro una strada verso l’indipendenza  e la conoscenza. E non vuole rinunciarci.

Inizia il processo. Ed è come un viaggio esistenziale tra flashback e ritorni al presente. Durante le udienze Eva deve tradurre dal polacco le testimonianze di persone scampate allo sterminio, che raccontano con lucidità drammatica tutte le loro sofferenze e quelle dei loro cari. Eva le assorbe come una spugna e sente che in esse c’è qualcosa che le appartiene. Sguardi, mosse repentine, gesti inaspettati sembrano coinvolgerla.

Auschwitz

Durante questo tormentato viaggio deve affrontare inoltre le insidie del rapporto amoroso con Jürgen, anch’egli assillato da un segreto che interferisce in modo violento nella sua relazione con Eva.

Tutti i personaggi sono in qualche modo coinvolti nell’immane tragedia nazista. Eva li incontra tutti,  o ne sente parlare, a cominciare dalla sua stessa famiglia. Tutti  sembrano voler indossare una maschera di sopravvivenza, che li  aiuti  a  vivere  in modo accettabile e pulito nel nuovo mondo,  ricostruito  dopo il crollo. Anche Eva indossa la sua maschera, quella dell’interprete, quella che l’aiuterà a filtrare una  realtà dolorosa  e ad accettarne i limiti. 

Più leggo e più mi convinco che “tutti” i libri sono dei viaggi. E allora, se dovessi pensare ad una parola sostitutiva di Libro userei proprio Viaggio. E in libreria sentirei la mia voce chiedere:

“Scusi ce l’ha l’ultimo viaggio di Camilleri? O il viaggio di Gadda su…?”

Quello raccontato da Hesse è un viaggio nel viaggio, anzi, in diversi viaggi in luoghi fisici, nella Storia e nell’anima dei  personaggi alla fine dei quali i viaggiatori tornano a casa molto diversi, ma forse più completi, più adulti e più pronti ad affrontare la vita con occhi nuovi. Questo “viaggio” mi è piaciuto moltissimo.

“La conclusione di tutte le nostre ricerche sarà di arrivare dove eravamo partiti e di conoscere il posto per la prima volta.” Thomas Stearns Eliot

L’autrice

AnnetteHesse

Annette Hesse, autrice di serie televisive, di successo, come Ku’Damm 56 (Una strada verso il domani.) affronta con successo  la sfida del  “primo romanzo” con  L’Interprete, ed. NERI POZZA – BLOOM
Ku’ Damm 56 è stata per me una piacevole scoperta, un inatteso tuffo nel mondo tedesco post-seconda guerra mondiale, che, fino agli anni 60, era rimasto nell’ombra, almeno per me. Parla del Wirtschaftswunder, ovvero del desiderio dei tedeschi di ricostruirsi un mondo felice, lasciandosi il passato alle spalle, sepolto sotto la cenere ancora calda. Ho dunque affrontato il romanzo di Hesse con un piccolo bagaglio di conoscenze a disposizione. All’inizio mi sono chiesta:

“Mi stupirà come la serie TV?” 

Forse non mi ha stupito, ma sicuramente, mi ha affascinato!

Assaggi

mercatino di Natale Francoforte

Cinema e mercatino di Natale “Eva e Jürgen sedevano nella seconda fila del Gloria-Lichtspiele, le teste appoggiate all’indietro per guardare in alto. Non erano riusciti a rimediare un posto migliore, il cinema era occupato fino all’ultima fila. Winnetou, il capo tribù degli Apache era appena arrivato nelle sale cinematografiche. […] Più tardi, dopo che il bene ebbe trionfato, Eva e Jürgen gironzolavano per il mercatino di Natale illuminato: il cielo era nero, l’aria gelida”.53

Procedure di de-nazificazione– “Eva si sedette al tavolo della cucina, stese il giornale e lesse. Si diceva che finalmente la questione sarebbe stata chiusa una volta per tutte: i ventuno imputati erano innocui padri di famiglia, nonni e cittadini onesti e lavoratori, che avevano portato a termine senza anomalie le procedure di denazificazione del Paese. In futuro, il denaro dei contribuenti avrebbe dovuto essere investito in modo più sensato[…] Il retro della pagina era interamente occupato dalle foto degli imputati: alcune Eva le aveva già viste nell’ufficio della procura: Ora poteva osservare quegli uomini dal verso giusto e con calma. Prese la lente d’ingrandimento della madre dal cestino del cucito e studiò un volto dopo l’altro. Uno era grasso, un altro magro, con la pelle liscia oppure rugosa. Uno sogghignava come il vecchio scimpanzè bianco dello zoo, quasi tutti portavano gli occhiali, parecchi erano stempiati. Uno era rozzo, con orecchie da pipistrello e il naso schiacciato, un altro aveva lineamenti raffinati”. 57 e 58

Elenco degli imputati: gente normale, come noi- “Quegli uomini ben rasati, puliti ed educati, a una prima occhiata non sembravano diversi da tutti gli altri uomini seduti nella tribuna riservata al pubblico[…]Davanti a sinistra sedevano quindi un esportatore, un cassiere della Cassa di risparmio, due agenti di commercio, un ingegnere, un negoziante, un agricoltore, un portinaio, un fuochista, un infermiere, un operaio, un pensionato, un ginecologo, due dentisti, un farmacista, un falegname, un macellaio, un fattorino di banca, un tessitore, e un costruttore di pianoforti. Questi uomini avrebbero dovuto rispondere della morte di centinaia di migliaia di esseri umani innocenti”.72 e 73

Il presepe vivente-Non aveva, lunga e confusa come in quel presepio vivente, nonostante alla fine tutto convergesse sull’altare. I bambini travestiti si raccolsero in cerchio intorno alla mangiatoia, si inginocchiarono sul freddo pavimento della chiesa e fecero un profondo inchino. Poiché li giaceva, adagiato sulla paglia, Gesù Bambino. Una meraviglia”. 90

I tormenti di un’ interprete- “Mentre ascoltava il silenzio proveniente dalla cucina, il silenzio della madre e della sorella, ammise con se stessa che il sentimento che da giorni sentiva crescere in sé non era altro che paura. Aveva cercato di capire quale fosse la causa principale. Dover parlare davanti a molte persone? La responsabilità di tradurre nella maniera più corretta? Il timore di non capire quanto avessero detto i testimoni? O forse di capire sin troppo bene? Aveva infilato la busta nella cartella di pelle che si era regalata tre anni prima quando avevo ottenuto la certificazione di interprete”. 104

Lo stanzino di Sissi- «Sai» disse mentre apriva una bottiglia di birra per David «ho uno stanzino qui dentro» e si indicò la pancia, esattamente sotto il cuore «ho infilato tutto qui, ho spento la luce e chiuso la porta a chiave. Lo stanzino a volte mi opprime e allora prendo un cucchiaio di bicarbonato. So che c’è, ma per fortuna non so più che cosa ci sia dentro. Cinque russi? Dieci russi? Mio marito morto? E quanti bambini morti? Non ne ho idea. La porta sta chiusa e la luce è spenta». 164

Effetto Beatles “Il giovane presentatore annunciò in falsetto che i Beatles avevano sfornato un nuovo simbolo gli ascoltatori avrebbero potuto sentirlo in esclusiva! «Can’t buy me lo-ove, Can’t buy me lo-ove!» Urlarono con impeto i Beatles, senza un’introduzione musicale, dal piccolo altoparlante. Al quarto love Jürgen spense la radio. Avevano già litigato una volta per i Beatles. A Eva piacevano le loro canzoni, trovava la musica coinvolgente, e quei quattro giovani inglesi le parevano sfacciati e attraenti. Jürgen aveva dichiarato che quella musica era semplicemente un rumore indistinto. Eva aveva replicato che era un provinciale, come i suoi genitori”. 164

Lentamente, verso l’ agnizione, l’epifania. Ci siamo quasi. La cicatrice dietro l’orecchio- “ Alla fine dell’udienza Eva rimase seduta al suo posto, mentre la sala intorno a lei si svuotava lentamente. Aveva mal di testa, la piccola cicatrice allungata sopra l’orecchio sinistro le bruciava, cosa che non accadeva da anni. Sedeva lì e cercava di raccogliere tutto il suo coraggio, senza sapere precisamente per cosa”. 184

La casa nel Lager, le rose strappate della signora col cappellino- “Ho vissuto in quel posto, mia sorella ci ha vissuto. Mio padre ci è andato a lavorare ogni giorno attraversando il cancello. Mia madre ha chiuso la nostra finestra, ha tenuto pulita la nostra casa dalla fuliggine del comignolo[…]Ed Eva improvvisamente si era ricordata. Era piccola. Le prudeva dappertutto, aveva punture di zanzara su braccia e gambe. Stava in piedi in giardino senza recinzione e si grattava a sangue. L’aria odorava lievemente di bruciato. Nel giardino c’era un’aiuola di rose, con i cespugli in piena fioritura. Giallo e bianco. Una bambina più grandicella, con un vestito di lino, era in mezzo a quell’aiuola e staccava la testa alle rose. Era Annegret che rideva, ed Eva rideva con lei. Poi cominciò anche lei a staccare i fiori. All’inizio fu difficile, poi trovò il verso giusto. Si tiravano addosso i fiori, e poi fu il turno dei boccioli. Ma improvvisamente Annegret si fermò, fissando qualcosa dietro la sorella; poi saltò come un coniglio fuori dalla aiuole, corse attraverso il giardino e scomparve in un boschetto. Eva si girò lentamente. Una signora con il camice si stava avvicinando, aveva la faccia da topo, un topo infuriato. Prese Eva per il braccio e le diede un sonoro ceffone. E ancora uno e poi ancora uno. Solo allora Eva percepì sotto la puzza di bruciato l’odore di tutte le rose strappate. All’epoca aveva quattro anni”. 223

Jürgen va dal procuratore-Eva reagisce “Eva sedeva di fronte al biondino e ascoltava. «Il signor Schoormann è convinto che il lavoro scuota troppo la sua sensibilità, che lei non abbia i nervi saldi. Ha chiesto che la solleviamo dall’incarico». Eva ebbe la sensazione di cadere in un abisso indefinito”. 250

Visita alla casa del Lager, ora una famiglia giovane vive lì il pacchettino rosso della piramide natalizia. ”In corridoio non si sentì più sicura di trovarsi nella casa giusta. Sicuramente ne esistevano anche altre costruite nello stesso anno e con le cifre scolpite. Strinse la mano alla coppia, ringraziò e augurò loro ogni bene. In quel momento arrivò di corsa il bambino: aveva la mano destra chiusa e la allungò verso Eva. Lei esitò, poi mise la mano sotto il pugnetto. Il bambino aprì le dita e lasciò cadere qualcosa nella mano, qualcosa di piccolo e rosso. Il padre lo guardò « Ma che cos’è». Anche la madre alzò le spalle «Non so da dove arrivi. Credo che sia un regalo per lei » disse sorridendo. Eva deglutì e disse al bambino « Grazie mille» . Nella sua mano c’era il pezzo mancante della piramide, il dono di uno dei re Magi, il pacchettino rosso di legno”. 267

Edith, la madre cerca di convincere Eva- “È successo vent’anni fa. Quando abbiamo capito cosa stava succedendo lì, era troppo tardi. E non siamo degli eroi, Eva, eravamo spaventati, avevamo due bambine piccole. Una volta non ci si ribellava, era molto diverso da oggi”.280

La follia di Annegret in una siringa -“All’ospedale, Annegret aveva ripreso la sua screanzata abitudine, come la chiamava lei[…]Aveva bisogno di salvare vite e riceverne in cambio un ringraziamento. Solo questo le garantiva la profonda pace interiore che le consentiva di sopportare tutto il resto. Perciò portava di nuovo con sé la siringa di vetro riutilizzabile, piena di liquido marroncino contaminato da Escherichia coli, che mischiava con il latte o somministrava direttamente”. 281

La sentenza- “La voce stridente del presidente echeggiò: «Nei molti mesi della durata di questo processo, il tribunale ha partecipato spiritualmente a tutte le sofferenze e allo strazio che le persone hanno patito e a cui il nome di Auschwitz sarà legato per sempre. Alcuni tra noi per molto tempo non potranno più guardare negli occhi gioiosi e devoti di un bambino». La voce, in tutti quei mesi sempre ferma, iniziò a tremare «senza vedervi gli occhi incavati, interrogativi, terrorizzati, incapaci di comprendere dei bambini che ad Auschwitz compirono il loro ultimo viaggio». 295
Eva torna in Polonia, Salone Jaschinsky n.73 “Eva si senti nuda, ma continuò a parlare, decisa. « Noi ci conosciamo. Io ero una bambina e mia madre mi aveva portato con sé. Nel salone di parrucchiere. Nel Lager» Il signor Jaschinsky continuò a spazzolare lentamente. All’improvviso si bloccò e guardò la cicatrice allungata sopra l’orecchio di Eva, dove i capelli non crescevano. Lasciò cadere la spazzola, il viso gli divenne cinereo ed Eva temette, per un attimo, che sarebbe svenuto”. 310

La nuova Eva, il nuovo Jürgen all’aeroporto – “Eva bevve un sorso di caffè, che sotto la luce del bar sembrava blu. «E terribile» Poi raccontò della sua visita a Jaschinsky , quello che lui aveva detto e cosa aveva capito lei. Jürgen disse: « Non essere così dura con te stessa, Eva. Se molto coraggiosa». Lei lo guardò e di nuovo notò che era cambiato: le sembrò indifeso, come se si fosse tolto una pesante corazza”. 312

È di nuovo Natale. Flashback: i Re magi e la mirra “ Eva domandò: «A cosa serve la mirra?» «È una resina. In passato veniva usata per imbalsamare i cadaveri. Rappresenta la natura umana, le cose terrene. E amara e curativa allo stesso tempo». 313

E. Canetti-LA LINGUA SALVATA. Storia di una giovinezza. “Elias, sempre giovane e sempre ribelle!”

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 “Fin dal suo apparire, nel 1977, questa “storia di una giovinezza” è stata accolta da molti come un classico immediato, uno di quei libri destinati a restare, che coinvolgono profondamente ogni specie di lettori. Con la sua prosa limpida, tesa, vibrante in tutti particolari, Canetti è qui risalito ai suoi ricordi più remoti, cercando di ritrovare nella propria vita quella difficile verità che solo il racconto può dare. Dopo aver vagato per decenni fra migliaia di miti, di fiabe, di trame, si è rivolto a quell’unica storia che per ciascuno di noi è la più segreta ed enigmatica: la propria” quarta di copertina.

La diversità degli insegnanti

Comincia ora una parentesi intrigante, più utile di un titolato corso di preparazione alla professione docente. La diversità degli insegnanti: fantastici ritratti di tutti i professori di Elias, di tutti quegli aspetti che ne hanno resi alcuni indimenticabili, altri dimenticati; alcuni amati profondamente, altri rispettati e presi a modello di vita e serietà; altri ancora odiati o ignorati, quelli di cui si dimentica tutto, dal nome alla fisionomia. Leggete questo passaggio lo trovo commovente nella sua semplicità, e intellettualmente alto.

“La diversità degli insegnanti era sorprendente, è la prima forma di molteplicità di cui si prende coscienza nella vita. Il fatto che essi ci stiano davanti così a lungo, esposti in tutte le loro reazioni, osservati ininterrottamente per ore e ore, oggetto dell’unico vero interesse della classe, impossibilitati a muoversi e dunque presenti in essa sempre per lo stesso tempo, esattamente delimitato; la loro superiorità di cui non si vuole prendere atto una volta per tutte e che rende acuto, critico e maligno lo sguardo di chi li osserva; la necessità di accostarsi a loro senza rendersi le cose troppo difficili, dato che non ci si è ancora votati al lavoro in maniera esclusiva; e poi il segreto in cui rimane avvolto il resto della loro vita, in tutto il tempo durante il quale non stanno recitando la loro parte davanti a noi; e ancora il loro susseguirsi uno dopo l’altro, nello stesso luogo, nello stesso ruolo, con le stesse intenzioni, esposti con tanta evidenza al confronto-come tutto questo agisce e si manifesta, è un’altra specie di scuola, del tutto diversa da quella dell’apprendimento, una scuola che insegna la molteplicità della natura umana, e purchè la si prenda sul serio anche solo in parte, è questa la prima vera scuola di conoscenza dell’uomo.”p.204

Il terremoto di Messina nel tunnel degli orrori

 

stretto di Messina

 A Vienna nel tunnel degli orrori con Fanny la bambinaia, quando arrivava la cosa principale…Il terremoto di Messina:

Prima si vedeva la città in riva al mare azzurro, le molte case bianche sul pendio dei una montagna, un paesaggio placido e sereno illuminato dal sole; il trenino si fermava e la città sul mare pareva vicinissima, quasi sembrava di poterla toccare. In quell’istante io scattavo in piedi e Fanny, contagiata dalla mia paura, mi teneva stretto a sè afferrandomi per la giacchetta: si sentiva un boato terrificante, si faceva buio, si udivano sibili e gemiti spaventosi, la terra tremava e ci scuoteva tutti, tuonava di nuovo fra lampi accecanti: tutte le case di Messina erano in fiamme, in un chiarore divampante”(p.110).

Aspettando il Rex

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L’immagine del battello illuminatissimo sul lago, mi ricorda le luci del Rex di Fellini in Amarcord; L’idea delle moltitudini nello spazio interiore dell’uomo  riporta a Walt Witmann e al suo “I am large, I contain multitudes…”.

 A Manchester con un bagaglio ricco di tante lingue: Inglese, Tedesco-lingua-materna; Spagnolo, Francese. Il valore della multiculturalità e del multilinguismo, l’importanza di conoscere tante lingue come segno alto e distintivo di cultura e di grande umanità; Inghilterra, terra di Libertà.  Napoleone visto nell’ottica Inglese come crudele tiranno… e la morte del padre glielo fa odiare ancora di più.

E quando il padre muore, la cura della madre. Affascinante questo rapporto amoroso con la Madre, garante di un equilibrio affettivo innocuo, salvo le sfuriate di gelosia di cui Elias si rende conto e nelle quali intuisce significati più reconditi che rimarranno nascosti fino alla cacciata dal Paradiso. La madre è Eva? Il ragno nero è il Serpente Tentatore? I vari ruoli della madre e del padre e delle famiglie come vincolo e nutrimento allo stesso tempo.

Ed è lieve il riferimento all’essere ebreo, al non voler svolgere il ruolo stereotipato del “commerciante”.

L’ ipocrisia nella preghiera così ripetitiva e superficiale! Forse è il suo senso poco vissuto ma profondo della religiosità che lo porta a evidenziarne i limiti, le superficialità rituali.

Tranquillizzante è il ruolo della natura sebbene filtrato dalla sua essenza di “materia di studio”. Studio come esigenza vitale, linfa da succhiare per continuare a vivere. Scoprire autori odierni è scoprire la realtà? La contemporaneità? E il sesso? Cosa è? Cosa ha di diverso e affascinante che un buon libro non possa dare? Dov’è? Dove è stato rimosso? Domande adolescenziali?

Il Narratore

Il narratore è in prima persona, ma spesso richiama nella sua struttura l’autore forse più amato dal giovane Elias, Charles Dickens, con quel suo rivolgersi al lettore, talora in modo un po’ didascalico, per condurlo con sé, quasi tenendolo per mano, alla scoperta della vita.

Capitoli strutturati in episodi legati tra loro da una spirale ideale. Eventi e situazioni ripresi e ricollocati nel nuovo focus dell’episodio/capitolo.

E tanto altro in questo magico libro…Una scoperta, un’illuminazione, un’esperienza di piacere indimenticabile.

Bellissima la conclusione: “La cacciata dal Paradiso” dell’innocenza, della mancanza di conflitto e dell’esistenza di mondi fantastici, mitici in cui rifugiarsi per sfuggire alla realtà sofferente. Fantastico romanzo di formazione (Bildungsroman).  

Grazie Paola per il meraviglioso “consiglio di lettura”. Giornate di vacanza in un posto meraviglioso, Bol (Isola di Braĉ), rese ancora più belle e intense da questo libro.

M. I. Mariotti – LA BORSETTA e IL CAPPOTTO DELL’AMBASCIATORE. Piccole storie Dolomitiche…

Mariotti-borsetta e cappotto

La Borsetta e Il Cappotto dell’Ambasciatore (Ed. Amor del libro-Sedici per Sedici-Venezia1995) sono due racconti brevi di Maria Irma Mariotti, una viaggiatrice moderna, eppure legata alla tradizione di cui è figlia. Traspare infatti dalle sue parole veloci una profonda ispirazione territoriale, nutrita dall’ alito del suo vento dolomitico. Le due storie hanno il sapore di esperienze vissute, che diventano l’ aspetto più gradevole della lettura.

La borsetta è la protagonista della prima storia. Viene rinvenuta a ridosso del sagrato della chiesa da una ragazza piena di sogni e frustrazioni. Altrettanto piena di gioielli e oggetti costosi e profumati è la borsetta alla moda ”dimenticata” in quell’ improbabile nascondiglio. L’oggetto non scatena desideri, ma un conflitto interiore d’altri tempi. La ragazza non desidera altro che farla riavere alla sua proprietaria, anche se qualche tentazione l’ha assalita di fronte a tali bellezze. E il caso giocherellone le presenta l’opportunità di fare la cosa giusta. La proprietaria è donna di tutt’altra natura, e la sua reazione di fronte al gesto di onestà…beh scopritela voi.

D’acchito Il Cappotto dell’Ambasciatore richiama ben più famosi cappotti, da quello drammatico e superbo di Gogol a quello teatrale e umano di Totò/ Sciosciammocca (Miseria e Nobiltà di E.Scarpetta). Quello dell’ambasciatore ci porta invece all’interno di una squallida farsa moderna. Sembra un costume di carnevale indossato da un guitto che si inventa un mare di fandonie per apparire quello che forse non è.

La sorpresa finale, nel caso dell’ ambasciatore e del suo improbabile cappotto, non stupisce più di tanto, anzi, lascia semplicemente un certo amaro in bocca.
Nel caso della borsetta, il finale è più indulgente e si scioglie nell’abbraccio vellutato di un fascio di rose rosse, per una donna che in vita aveva suscitato solo disprezzo e conflittualità.

E. E. Schmitt-MONSIEUR IBRAHIM-I fiori del Corano-Profumo vitale sull’esistenza di Momo.

 

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MONSIEUR IBRAHIM- I fiori del Corano è una storia di incontri. Siamo a Parigi, in un momento particolare di splendore antico e universale della città:

“Ci piace, per esempio, di Eric-Emmanuel Schmitt la sua intenzione dichiaratamente didascalica, e l’onesta collocazione della vicenda che narra in un’epoca in cui Parigi (e la rue de Paradis) era ancora Parigi, in un’atmosfera da tardi anni Cinquanta idealizzata e ricostruita con l’aiuto, appunto, delle concretizzazioni estetiche, dei luoghi comuni. Un odore di antico o di vecchio di cui il racconto trasuda e che suggerisce rimandi, associazioni, lampeggiar di figure, cenni di suoni ” G. Fofi La città degli incroci p. 105

Mosè adolescente inquieto di famiglia ebrea ha un padre apparentemente freddo e anaffettivo, più legato alla figura di un fantomatico Popol,  che Mosè crede sia il suo fratello maggiore fuggito chissà dove, forse con la madre che lo ha lasciato quando lui era ancora piccolo piccolo. Questo papà non perde occasione per far sentire Mosè una nullità. E tuttavia, questo padre ha sul suo cuore  un macigno di cui non riesce a liberarsi…

Come tutti gli adolescenti il ragazzo si rifugia nella trasgressione silenziosa, comincia a rubacchiare nel negozio di Ibrahim, l’ “arabo-aperto-tutta-la-notte” e va a scoprire la sua sessualità nel bordello di fronte. Ruba oggi e ruba domani Ibrahim e Momo, come lo chiama il proprietario del negozietto pieno zeppo di merce, cominciano a parlare, ma soprattutto a comunicare, a sentirsi.

Intanto il padre viene licenziato e in preda ad una depressione profonda decide di andarsene di casa. Parla con il ragazzo di questa sua scelta di rinuncia. E così Mosè viene abbandonato per la seconda volta, prima dalla mamma, poi dal padre, ovvero da quegli adulti che avrebbero dovuto occuparsi di lui. Ma che ci sia qualcosa di sbagliato in lui che spinge le persone a fuggire via?-Si chiede.

Da questa mancanza nasce una presenza forte, quella di Ibrahim, che finirà con adottare il ragazzo triste e problematico (“ero il figlio di colui che avevo scelto”) e fare con lui un meraviglioso viaggio di scoperta di sé stessi e del mondo. Con lentezza, Ibrahim porta Momo a capire come vivere e come relazionarsi con le persone. Bellissima è la scoperta del sorriso, arma assoluta:

«Ecco. Educato va bene. Cordiale è meglio. Prova a sorridere e vedrai» Il giorno dopo, sembro un malato che si sia beccato il virus durante la notte: sorrido a tutti[…] E zac! Un sorriso…E mi danno tutto quello che chiedo. Più niente mi resiste[…] L’euforia è totale. Monsieur Ibrahim mi ha dotato dell’arma assoluta. Mitraglio il mondo intero con il mio sorriso. Nessuno mi tratta più come una merda» p.29

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Partono insieme per il viaggio della vita, a bordo della macchina nuova acquistata in contanti e con due passeggeri che non hanno la patente, uno dei quali minorenne! La meta è “il mare di Ibrahim”, quello da cui lui proviene:

“Poi è arriva l’estate, e il viaggio è cominciato. Migliaia di chilometri. Traversavamo tutta l’Europa verso sud. Finestrini aperti, andavamo in Medio Oriente. Era fantastico scoprire come tutto diventava interessante viaggiando con monsieur Ibrahim. “p.74

Il racconto di Schmitt, come è accaduto con Oscar e la dama in rosa, mi ha lasciato una sensazione di calma e di fiducia in tutto ciò che di positivo la vita sa offrire, sorprendendoci. Il messaggio della storia è evidentemente edificante, rassicurante, ma non così scontato. Rappresenta infatti il raggiungimento di una meta temporanea, l’incontro e il viaggio esistenziale di Momo e Ibrahim, in un percorso lungo e sofferto verso la conoscenza reciproca e del mondo.

“ La sua favola si dà per tale, ma anche, subito, per parabola ammaestratrice, per lezione di vita, e per l’esaltazione di qualità ormai rare come la curiosità per gli altri, la generosità verso il prossimo, un dare-avere che non è idilliaco ma sempre condizionato da bisogni molto precisi- dal bisogno di riempire quei vuoti che un essere umano non può tollerare pena l’inaridimento degli affetti, l’oscuramento della fiamma di vita” Fofi p. 107

Assaggi

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Dervisci rotanti-istanbulperitaliani.com

La conoscenza del Padre dal passato tragico- “ Tuo padre non aveva modelli. Ha perso i suoi genitori da piccolo, presi dai nazisti e morti in un campo di concentramento. Tuo padre non aveva mai superato il fatto di essersi salvato. Forse si sentiva in colpa per essere rimasto vivo. Non a caso è finito sotto un treno…” p. 60

L’ immondizia. Anche qui come nel libro di De Crescenzo la spazzatura dice molte cose sulla ricchezza e sulla povertà-“Quando vuoi sapere se il posto dove ti trovi e ricco o povero, guarda la spazzatura. Se non vedi immondizia né pattumiere, vuol dire che è molto ricco. Se vedi pattumiere ma non immondizia è ricco. Se l’immondizia è accanto alle pattumiere, non è né ricco né povero: è turistico. Se vedi l’immondizia e non le pattumiere, è povero. E se c’è la gente che abita in mezzo ai rifiuti, vuol dire che è molto molto, povero. Qui sono ricchi” p. 75

L’odore religioso- “Facevamo un sacco di giochi. Mi conduceva nei luoghi di culto con una benda sugli occhi perché indovinassi la religione dall’odore. «Qua c’è odore di ceri, è cattolico» «Sì, è Sant’Antonio». «Qui c’è odore d’incenso, è ortodosso». «È vero, è Santa Sofia»… 78

Al Tekke  ballano i Dervisci– «Ora ti voglio portare a ballare» «Ballare, monsieur Ibrahim?» «Dobbiamo. Assolutamente. ˝ Il cuore di un uomo è come un uccello rinchiuso nella gabbia del corpoˮ.  Quando danzi, il cuore canta come un uccello che aspira a fondersi con Dio. Vieni , andiamo al Tekké” . p.80

Momo e due professori di lingue molto speciali. «Una  sera mi piacerebbe invitarti a cena, Mohammed (la madre di Momo fa finta di credere che lui sia Mohammed e non il suo Mosè). Anche mio marito sarebbe contento di conoscerti». «Cosa fa?». «Professore d’Inglese». «E lei?». «Professoressa di Spagnolo». «E in che lingua parleremo durante la cena? No, scherzavo, va bene». Lei sprizzava gioia. Davvero, faceva piacere a vederla: sembrava che le avessi appena allacciato l’acqua corrente”.p. 92

E chiudo con il  pensiero, condiviso, di Goffredo Fofi tratto dal breve saggio che chiude il libro, La città degli incroci.

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Religioni nel mondo-Imparare il rispetto. Il quotidianoinclasse.it

 

Il mondo delle religioni e l’uso strumentale di esse– “Il mondo delle religioni è assai più complicato di quanto non pensino i leader di chiese che si fanno partiti o addirittura stati, di stati o partiti che si servono di una religione per porsi in contrasto con altri stati o partiti con la scusa della religione. In quelle vicende, che chiamiamo “politiche”, il sacro finisce per entrarci ben poco” p. 109

DONNE A SCUOLA-150 anni dell’Istituto “Pietro Scalcerle” di Padova. Una scuola in festa per celebrare la lungimiranza di un giovane Garibaldino.

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Il 29 Novembre 2019 parte il programma di celebrazione dei 150 anni dell’Istituto “Pietro Scalcerle” di Padova. È un evento importante per la comunità scolastica Padovana e per il mondo civile della nostra Italia.

Già nell’atrio si percepisce l’anima di questa scuola. Tanti docenti, che hanno vissuto in prima persona il fermento innovativo di questa realtà, si ritrovano e si rispecchiano in questo spirito. L’emozione è forte ed è alimentata da sorrisi e abbracci, che contengono la fatica e il piacere delle lunghe ore di lavoro, studio e progettualità condivisi.

L’ Auditorium, che negli anni è stato testimone accogliente della vita scolastica, si anima di una marea di gente: studenti, docenti giovani e vecchi, ex alunni, genitori, segretari, collaboratori, autorità…

festa scalcerle 2019

E si inizia con il botto: L’inno di Mameli. Ci alziamo tutti in piedi, per cogliere insieme questo attimo di sacralità indiscutibile. È bello cantare l’inno nazionale dentro una scuola, all’interno della celebrazione di un gesto che rappresenta il miglior patriottismo, e non solo perché il protagonista muore per difendere la Repubblica Romana a soli diciannove anni, ma perché è proprio questo giovane che sa cogliere il significato fondamentale dell’istruzione, e in particolare di quella delle donne.

studentesse Scalcerle

Il “marziano” Pietro Scalcerle è il protagonista di un’ intelligente pièce organizzata dal gruppo di teatro della scuola. Al centro della scena c’è lui, il coraggioso Garibaldino, il giovane dallo sguardo lungo e dal cuore forte. Ai lati alcuni tra i più importanti protagonisti della vita culturale e religiosa del nostro paese, (Dante Alighieri tra gli altri). Tutti uomini, tutti uniti nella visione unica della donna angelo del focolare.

Nonostante gli ostacoli che incontra sulla sua strada le idee di Pietro procedono, lentamente ma con determinazione, fino alla piena realizzazione. Scalcerle lascia in eredità alla città di Padova, dove compie i suoi studi, una somma ingente di denaro per fondare una scuola aperta al futuro che spalanchi finalmente le porte alle donne.

I recalcitranti finiscono con il comprendere il progetto di Scalcerle, contaminandosi con le sue idee e diventando “tutti Pietro”, con in testa lo stesso cappello, simbolo del percorso fatto. Uno spettacolo compatto, ricco di ironia, che arriva con efficacia alla testa e al cuore.

Nasce così l’Istituto Femminile Scalcerle, che nel tempo verrà definito in modi diversi, si trasformerà adattandosi ai tempi preservando sempre la mission di Pietro: sguardo al futuro e opportunità formative per le donne.

Interessante l’excursus storico fatto dai presidi che si sono avvicendati nel tempo. A turno, hanno preso idealmente per mano i presenti conducendoli, attraverso vari passaggi, verso la meravigliosa realtà odierna dell’istituto, nel segno dell’innovazione, della lungimiranza, del complicato lavoro di squadra in un mondo professionale dove l’individualismo è sempre stato un elemento caratterizzante e non facile da gestire.

Sono una testimonianza moderna ed efficace del progetto formativo targato Scalcerle i video-messaggi di due ex-studentesse, oggi affermate professioniste in settori importanti della società, in cui illustrano con entusiasmo, leggerezza e convinzione come il percorso di studi allo Scalcerle abbia fornito loro il necessario bagaglio per affrontare con successo le sfide del mondo del lavoro e della vita in generale.

Tenera e significativa è l’intervista alla signora Failla, novantenne lucida, orgogliosa e piena di meravigliosi ricordi della sua esperienza scolastica allo Scalcerle, diploma originale incluso!

Ho vissuto in questa scuola uno dei periodi più importanti della mia vita e per questo sono profondamente grata ai miei compagni di viaggio: studenti, colleghi, preside, personale non insegnante, che mi hanno permesso di arricchire il mio mondo per continuare a condividerlo, in uno scambio continuo di esperienze e conoscenze.

La serata volge al termine. Che partano i festeggiamenti. Cin cin! Viva Pietro Scalcerle e Viva la scuola che porta degnamente il suo nome!

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Scalcerle- scuola

Per saperne di più:
Studiare una scuola per fare scuola. L’istituto Scalcerle in Padova dal 1869
P. Zamperlin, F. R. Lago, A. L. Pizzati (a cura di)

25Novembre-RESILIENZA-Artiste contro la violenza. In mostra a Palazzo Maestri- Selvazzano Dentro

 

Volantino25 Nov Selvazzano

Lunedì 25 Novembre  celebro la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne  con la partecipazione a due delle attività organizzate nel mio  comune, Selvazzano Dentro:

-Visita alla mostra:  RESILIENZA-Artiste contro la violenza curata dall’ associazione Artemisia  e dal Circolo Allende, di Padova;

-Spettacolo musicale DONNE…OLTRE con Les Fleurs Ensemble e un vivace gruppo di giovanissimi musicisti.  

ISTALLAZIONE MOSTRA RESILIENZA-PALAZZO MAESTRI SELVAZZANO DENTRO 2019

La mostra è un gioiello incastonato  nella sala dedicata della Biblioteca Comunale. Raccolta, intima, ma con un respiro ampio, sembra raccogliere nelle evocative. opere esposte, la sofferenza e la speranza di tutte le donne maltrattate.  

È sera, la giornata volge al termine e le celebrazioni si concludono (almeno per oggi) con Les Fleurs Ensemble che diffonde nello spazio suggestivo dell’Auditorium San Michele note armoniose, classiche e moderne, rivisitate e “condite” con giovane entusiasmo sorridente  e una sottile  vena di ironia che coinvolgono il pubblico.

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Il programma culturale, voluto e sostenuto dalla sindaca Giovanna Rossi, coadiuvata da un gruppo di cittadine meravigliose, ha fatto vivere a Selvazzano Dentro  un momento  felice di  consapevolezza, allegria e  condivisione. Ha inoltre  aperto una strada che, sebbene ancora incompleta e  con qualche “ciottolo” da risistemare,  sicuramente permetterà alle donne e agli uomini che la devono percorrere, un viaggio  più semplice e meno doloroso.

 

Il piccolo gioco della Galleria…

 

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Andate a visitare la mostra e scoprirete “l’abbinamento” Artista-Opera:

IDENTITÁ RICOSTRUITE di Laura Sarra, SFIDE di Nicoletta Furlan, WILLFULNESS di Vanilla Ragana, ARCANA RESILIENZA-Tutto ricorda il mare di Olga Gutu, CICATRICI di Sandra Bertocco; VISIONE DI UN EQUILIBRIO POSSIBILE di Laura Spedicato.

 

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