ANTONIO PENNACCHI ci mancherà-CANALE MUSSOLINI. Ognuno “gà le so razón”

 

 

 

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Antonio Pennacchi, scrittore scoppiettante, incazzato, sanguigno, a volte spiacevole, sempre autenticamente se stesso, ha lasciato  questo mondo che avrebbe voluto in continuo cambiamento e miglioramento, imparando dagli errori fatti nel passato. Ci mancherà, ma fortunatamente restano di lui  testimonianze “eloquenti”.

 

canale mussolini pennacchi

Voce 

È la narrazione che prende in questo libro. La voce narrante, il suo interloquire con l’ascoltatore, ipotetico lettore, al bar, forse all’osteria perché no, davanti a una caraffa di vino della casa…

E ti sembra di sentire lo stesso Pennacchi, che con quella sua cadenza basso-laziale, intercalata da modi dire tipicamente “cispadano-veneto-ferrarese”, con quel tono di voce, a volte aggressivo e sgradevole, ti snocciola tutta la “saga dei Peruzzi” e del loro antico mondo agricolo, offeso e preso a calci nei fondelli da quota 90 dei Zorzi-Vila e spinto verso il Sud-Marocco dalla nuova povertà .

Forse, se non avessi sentito Pennacchi in televisione da Daria Bignardi, avrei letto la storia in un’altra chiave armonica. Forse non mi sarei fatta condizionare da un atteggiamento ear-driven… Mi suscita emozioni contrastanti.

Un’altra storia

Gli eventi narrati sono proprio un’altra “Storia”. E’ un punto di vista, quello dei Peruzzi che, un po’ da dentro, un po’ da fuori ci racconta frammenti di storia Mussoliniana. E sembra proprio che “abbiano tutti le loro ragioni”. Fortunatamente però l’interlocutore ci riporta, ogni tanto, alla nuda realtà delle cose, sebbene richiamata in forma di domanda.

La narrazione è un procedere a spirale, un filo sospeso del discorso continuamente riallacciato a quanto detto poco  prima. E questo mi piace. Lo trovo molto recursive, molto orientale e molto tradizionale. È il filò delle sere d’estate, al buio stellato, tra profumi e odori, a far tardi sul muretto.

La Storia, da dentro, sebbene parziale, risulta credibile, vera, terribile. E’ la vista del canyon e della rappresaglia di Debra Lebanon che fa apparire immediata davanti agli occhi del lettore le rappresaglie nazifasciste… e Debra Behran e le fosse comuni stracolme di chierichetti, feroci “assassini da sterminare”. 

“L’avessero fatta a noi cattolici una cosa così…” sottolinea il narratore. p.294.

Famiglia e Tradizioni

La Storia e le storie vanno avanti ricche di dettagli e siparietti  agresti, talora dolorosi: Il bambino che per badare al suo coniglietto muore e inonda di sangue e tragedia l’esodo verso l’Agro Pontino; Gli eucalipti che quasi ti soffocano con la loro meraviglia; i Pilgrim Fathers, fratelli di migrazione e di sofferenza, ma anche di speranza; La famiglia e i suoi riti agresti: le feste, i cappelletti alla cui preparazione i bambini partecipano festanti, eccitati all’idea trasgressiva di infilare nell’impasto succulento i bottoni.

Non uno solo come da tradizione, ma tanti da creare “imbarazzo”; le tagliatelle preparate con la tecnica del rotolo, che tante volte ho visto fare a mia madre, affascinata da quei fili che ne venivano fuori come stelle filanti! La mano veloce nel tagliarle come una piccola mitragliatrice ta ta ta ta ta ta tra legno e lama.

Il monolite famiglia! Ancora! Salvezza e perdizione; il “musso” da salvare nelle grotte dei marocchini di montagna. E torna ancora alla mente la scenetta che mi raccontavano i miei di Vera bambina, il suo asinello e i tedeschi cattivi che glielo volevano portare via.

Sfollati

E gli sfollati nelle grotte, proprio come ad Avezzano e Luco dei Marsi, nelle grotte di Nerone; La pistola proibita (dopo l’8 Settembre) tenuta in casa da papà e sottratta da nonnina con scaltrezza durante la visita terrificante della milizia. Storie di vita e di guerra, storie di sopravvivenza che attraversano l’esistenza di tanti italiani.

Figli? Tanti: frutto dell’amore, della disperazione, dell’incoscienza, dell’istinto di procreazione e sopravvivenza della specie. Guarda le api di Armida: che magia! Su tutto regna una “naturalità” disarmante. Quello che conta dai Peruzzi sono i ritmi della terra e del corpo. Ah! Zia Bissola e il suo privy!

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Il podere 517 e Canale Mussolini, protagonisti assoluti, ovviamente: via le zanzare, via il fango e la melma e su con il grano, con la frutta, con le bestie compagne di vita…

Hanno tutti ragione?

Coerenza? Cosa sei? Resistenza? Chi resiste a cosa? Tutto in questa storia sembra avere una sua collocazione comprensibile: Mussolini, le “pinciate”, le bravate. Gli architetti ebrei, i marocchini veri e “falsi”, le schioppettate, le guerre, gli armistizi.

Tobruk, Sabaudia e i racconti di mio padre, Buggerru e le cariche della polizia per soffocare i primi moti operai e ognuno “el gà le so razón”.

Eppure è tutto meno semplice di come appare. Traspare dal racconto più di un punto di vista “divergente”.

Tanta roba, di tutto e di più in questa storia, persino un riferimento didascalico all’ingegner Gadda e al suo mondo teorico e razionale.

Così tanto materiale che non è facile riassumerlo in modo efficace. Leggere questo libro è comunque un esercizio della memoria, un incontro con il proprio vissuto e con la consapevolezza di condividerlo con tanti altri: cispadani, marocchini, ferraresi, veneto-pontini etc etc.  Allo stesso tempo è un invito ad andare verso il futuro, con onestà e fiducia.

Concludendo

E per concludere: la scoperta della religione in casa Peruzzi, altra magnifica, lenta epifania sociale. Con la messa della Domenica come rito di accettazione sociale. Preti veri e finti, veneti e marocchini, fantasmi dal passato. Figure determinanti dall’inizio alla fine, fino alla scoperta dell’identità del narratore.

Quasi una chiusura del cerchio, una forma di espiazione a lungo desiderata e coltivata dalla madre, nonostante il manto nero che l’avvolge in sogno nei momenti bui.

Bellissima trovata letteraria.

Le piacevoli novità di Tuttolibri: il CRUCILIBRO

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Da tempo ho smesso di leggere  il quotidiano La Stampa. Oggi, non so  come mai, siamo tornati alle origini, forse perchè Tuttolibri ci ha strizzato l’occhio. Devo ammettete che sono rimasta piacevolmente colpita dalle sue novità editoriali, tra queste le pagine dedicate al crucilibro, questa settimana su L’età dell’innocenza di Edith Wharton, la bellissima recensione di Nadia Terranova  e la grafica Liberty.

Bisogna aver letto il romanzo per risolvere il cruciverba, bellissima idea. Speriamo che funzioni! Per chi  non  riuscisse a ricordare tutte le informazioni sul libro, la soluzione sarà disponibile nel prossimo numero di  Tuttolibri... Ottima promozione del romanzo, dell’inserto, del quotidiano e della cura per tenere il nostro cervello e il nostro cuore in allenamento.

La rilettura 

Nella recensione del capolavoro di Wharton Nadia Terranova illustra i timori e le reticenze di chi come lei  si appresta a rileggere un romanzo che li ha ammaliati da adolescente.

“Proverò le stesse emozioni? Ne scoprirò di nuove? Sarò delusa e triste per aver infranto un meraviglioso ricordo ?”

Di fronte ad una opera immensa come L’età dell’innocenza non poteva non succederle  ciò che è effettivamente successo: rileggere e rivivere con la stessa intensità e passione una storia universale che va nel profondo  dell’anima femminile  e del suo esistere nella società.

Jhumpa Lahiri-IN ALTRE PAROLE Quando scatta irresistibile il colpo di fulmine: Italiano mon amour!

In altre parole è la confessione intima di un amore profondo, cresciuto e maturato a dispetto dei tanti ostacoli incontrati durante il percorso. L’amore per un uomo? Per una donna? Per un bambino? Per un oggetto? Non esattamente, anche se tutti questi elementi ne fanno parte, in qualche modo.

La scrittrice “multilingue” Jhumpa Lahiri ci svela  il suo amore per la lingua Italiana. Italiano “mon amour”!, dal momento in cui sboccia e durante il suo lento sviluppo, attraverso  lo studio delle regole, la sperimentazione sul campo, le delusioni e i fraintendimenti, ma soprattutto  attraverso il forte conflitto interiore tra le  diverse anime  linguistiche e culturali dell ‘”apprendente”: il Bengalese,  lingua  dei genitori, imparato  soprattutto per far piacere alla mamma, l’Inglese/Americano  prima lingua di una scrittrice americana, l’Italiano incontrato all’università e poi dilagato nella sua mente e nel suo cuore.

Ma non le basta studiarlo su qualsiasi fonte le capiti di farlo, o  praticarlo con insegnanti madrelingua che vivono in America, Juhmpa vuole incontrare il suo amore sul suo “suolo natio”. Così l’Italia diventa per lei “terra di conquista linguistica e culturale”, prima per una settimana di  turismo, poi  luogo eletto di residenza per periodi molto più lunghi.

Vivere in Italia le permette di scoprire  i modi di dire, le  invenzioni contestuali, le sottigliezze e le raffinatezze profonde, i dialetti e soprattutto, i parlanti nativi in contesto! In Italia Juhmpa vive una continua meraviglia.

Ma nello stesso tempo il conflitto interiore si amplia, si radica giù nel profondo, tra alti e bassi, fino alla rigenerante consapevolezza che  mai potrà arrivare alle vette della conoscenza assoluta. E cita famosi scrittori e scrittrici italiani  alla cui fonte si abbevera. D’ altra parte tale traguardo è arduo, anche se si è madrelingua.

Uno spicchio di cielo e Verga

“Forse perché dal punto di vista creativo non c’è nulla di tanto pericoloso quanto la sicurezza. Mi chiedo quale sia il rapporto tra libertà e limitazioni. Mi chiedo come una prigione possa somigliare al paradiso. Mi viene in mente qualche riga di Verga che ho scoperto di recente: «Pensare che avrebbe potuto bastarmi quest’angolo di terra, uno spicchio di cielo, un vaso di fiori, per godere tutte le felicità del mondo, se non avessi provato la libertà e se non mi sentissi in cuore la febbre roditrice di tutte le gioie che son fuori di queste mura!» Chi parla è la protagonista di Storia di una capinera, una novizia di clausura che si sente intrappolata nel convento, che vagheggia la campagna, la luce, l’aria. Io, in questo momento, preferisco il recinto. Quando scrivo in italiano, mi basta quello spicchio di cielo.”

Triangolazioni e indipendenza

Le lingue di  Juhmpa entrano spesso  in conflitto: L’Inglese con il Bengalese, L’Inglese con l’Italiano, ma c’è un momento  della sua vita di  “language learner” in cui realizza che una triangolazione virtuosa è possibile, e porta verso l’indipendenza.

“I miei genitori volevano che io parlassi soltanto il bengalese con loro e con tutti i loro amici. Se parlavo inglese a casa mi rimproveravano. La parte di me che parlava inglese, che andava a scuola, che leggeva e scriveva, era un’altra persona.

Mi rendevo conto di dover parlare entrambe le lingue benissimo: l’una per compiacere i miei genitori, l’altra per sopravvivere all’America. Restavo sospesa, combattuta tra queste due lingue. L’andirivieni linguistico mi scompigliava; mi sembrava una contraddizione che non potevo risolvere[…]

Ho dovuto giostrarmi tra queste due lingue finché, a circa venticinque anni, non ho scoperto l’italiano. Non c’era alcun bisogno di imparare questa lingua. Nessuna pressione familiare, culturale, sociale. Nessuna necessità. L’arrivo dell’italiano, il terzo punto sul mio percorso linguistico, crea un triangolo. Crea una forma anziché una linea retta.

Un triangolo è una struttura complessa, una figura dinamica. Il terzo punto cambia la dinamica di questa vecchia coppia litigiosa. Io sono figlia di quei punti infelici, ma il terzo non nasce da loro. Nasce dal mio desiderio, dalla mia fatica. Nasce da me.

Credo che studiare l’italiano sia una fuga dal lungo scontro, nella mia vita, tra l’inglese e il bengalese. Un rifiuto sia della madre sia della matrigna. Un percorso indipendente.” 

Come la capisco!

In altre parole  mi è piaciuto molto anche perché ha toccato una corda vitale del mio essere. Le perplessità di Lahiri sono le stesse che  ho sperimentato nel mio rapporto con l’Inglese, lingua scelta per professione e poi divenuta lingua del cuore e della comunicazione familiare.

Condivido  la sensazione di fallimento ripetuto, di inadeguatezza, di sconforto di fronte  all’autenticità dei parlanti nativi.

Condivido la tentazione di buttare tutto all’aria per tornare nella “zona di conforto” della propria lingua madre.

Condivido, tuttavia, anche la serenità che si raggiunge quando si matura  la consapevolezza che si rimane comunque un apprendente straniero di una lingua non-madre. Ma non si getta la spugna e  si affronta il percorso con maggiore  umiltà e concretezza, lasciando spazio  al piacere di apprendere, di leggere, di scrivere, di scoprire e capire i meccanismi che regolano quella lingua, e di  cercare i punti in comune, quelli a cui  ti puoi agganciare per comunicare in modo più efficace.

L’utilità delle imperfezioni

Condivido il piacere  di scoprire le differenze e  i falsi amici, che a volte possono mettere  a rischio  la comunicazione e i rapporti interpersonali.

Mi piace insomma l’atteggiamento di Jhumpa nel vivere il suo processo di apprendimento dell’Italiano: rischiare, rischiare, rischiare,  anche di fare pessime figure, con consapevolezza. Noi  siamo convinti che dagli errori si impara  sempre, se si vuole.

“Grazie a loro, a Mantova (n.d.r. Festival della Letteratura), mi trovo finalmente dentro la lingua. Perché alla fine per imparare una lingua, per sentirsi legati a essa, bisogna avere un dialogo, per quanto infantile, per quanto imperfetto.”

Assaggi

Dovete assolutamente gustare questi assaggi, vi faranno venir voglia di mangiare tutto il menù/libro.

La metafora del lago- “Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma.”

A Firenze il colpo di fulmine- “Sento una connessione insieme a un distacco. Una vicinanza insieme a una lontananza. Quello che provo è qualcosa di fisico, di inspiegabile. Suscita una smania indiscreta, assurda. Una tensione squisita. Un colpo di fulmine. Trascorro la settimana a Firenze a due passi dalla casa di Dante. Un giorno, vado a vedere la piccola chiesa, Santa Margherita dei Cerchi, dove si trova la tomba di Beatrice. L’amata, l’ispirazione del poeta, sempre irraggiungibile. Un amore inappagato, segnato dalla distanza, dal silenzio.”

Expat,  lingue e straniamento- “Quando si vive in un Paese in cui la propria lingua è considerata straniera, si può provare un senso di straniamento continuo. Si parla una lingua segreta, ignota, priva di corrispondenze con l’ambiente. Una mancanza che crea una distanza dentro di sé.”

Quante cose non conosco!- “parole sconosciute mi ricordano che c’è tanto che non conosco in questo mondo.”

Le parole che non conosco- “Quando incontro una nuova parola viene il momento di decidere. Potrei fermarmi un attimo per impararla subito, potrei segnarla e andare avanti, oppure ignorarla. Come certi volti tra la gente che si vede ogni giorno per la strada, alcune parole, per qualche ragione, risaltano, quindi lasciano un’impressione su di me. Altre restano sullo sfondo, trascurabili.”

Sono una perenne apprendista dell’Italiano- “In italiano sono una lettrice più attiva, più coinvolta, anche se più inesperta. Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato. Leggere in un’altra lingua implica uno stato perpetuo di crescita, di possibilità. So che il mio lavoro, da apprendista, non finirà mai.”

Il cestino magico-“Alla fine della giornata il cestino è pesante, traboccante. Mi sento carica, arricchita, frizzante. Sembrano più preziose dei soldi, le mie parole. Mi sento una mendicante che scopre un mucchio d’oro, un sacco di gemme. Ma quando esco dal bosco, quando vedo il cestino, rimane appena una manciata di parole. La maggior parte sparisce. Evaporano nell’aria, colano come l’acqua tra le dita. Perché il cestino non è altro che la memoria, e la memoria mi tradisce, la memoria non regge.”

Un percorso affascinante imparare l’Italiano- “In italiano scrivo senza stile, in modo primitivo. Sono sempre in dubbio. Ho soltanto l’intenzione, insieme a una fede cieca ma sincera, di essere capita e di capire me stessa.”

La disciplina del diario-  “Il diario mi fornisce la disciplina, l’abitudine di scrivere in italiano. Ma scrivere soltanto un diario equivale a rinchiudermi in casa, parlando con me stessa. Quello che vi esprimo resta una narrazione privata, interiore. A un certo punto, malgrado il rischio, voglio uscirne.”

Cos’è una parola?- “Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare, alla fine, la stessa cosa. Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile.”

Vivere ai margini di una lingua- “In italiano mi manca una prospettiva completa. Mi manca la distanza che mi aiuterebbe. Ho solo la distanza che mi ostacola. Non è possibile vedere il paesaggio per intero. Conto su certe vie, certi modi per passare. Qualche percorso di cui ormai mi fido, da cui probabilmente dipendo troppo. Riconosco certe parole, certe costruzioni, come se fossero alberi familiari durante una passeggiata quotidiana. Ma scrivo, alla fine, dentro una trincea. Scrivo ai margini, così come vivo da sempre ai margini dei Paesi, delle culture. Una zona periferica in cui non è possibile che io mi senta radicata, ma dove ormai mi trovo a mio agio. L’unica zona a cui credo, in qualche modo, di appartenere. Posso costeggiare l’italiano, ma mi sfugge l’entroterra della lingua. Non vedo le vie segrete, gli strati celati. I livelli nascosti. La parte sotterranea-”

Imperfezione e identità- “Identifico con l’imperfetto, perché un senso d’imperfezione ha segnato la mia vita. Sto provando da sempre a migliorarmi, a correggermi, perché mi sono sempre sentita una persona difettosa. Per colpa della mia identità divisa, per colpa, forse, del mio carattere, mi considero una persona incompiuta, in qualche modo manchevole. Può darsi che ci sia una causa linguistica: la mancanza di una lingua con cui possa identificarmi. Da ragazzina, in America, provavo a parlare il bengalese alla perfezione, senza alcun accento straniero, per accontentare i miei genitori, soprattutto per sentirmi completamente figlia loro. Ma non era possibile. D’altro canto volevo essere considerata un’americana, ma nonostante parlassi quella lingua perfettamente, non era possibile neanche quello. Ero sospesa anziché radicata. Avevo due lati, entrambi imprecisi. L’ansia che provavo, e talvolta provo ancora, proviene da un senso di inadeguatezza, di essere una delusione.”

Care figlie, vi sentite così?- “Quando la lingua con cui ci si identifica è lontana, si fa di tutto per tenerla viva. Perché le parole riportano tutto: il luogo, la gente, la vita, le strade, la luce, il cielo, i fiori, i rumori. Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un altro tipo d’aria, a una diversa altitudine. Si è sempre consapevoli della differenza. In”

I muri del pregiudizio- “Sono una scrittrice: mi identifico a fondo con la lingua, lavoro con essa. Eppure il muro mi tiene a distanza, mi separa. Il muro è qualcosa di inevitabile. Mi circonda ovunque vada, per cui mi chiedo se forse il muro non sia io. Scrivo per rompere il muro, per esprimermi in modo puro. Quando scrivo non c’entra il mio aspetto, il mio nome. Vengo ascoltata senza essere vista, senza pregiudizi, senza filtro. Sono invisibile. Divento le mie parole, e le parole diventano me. Quando scrivo in italiano devo accettare un secondo muro, altissimo, ancora più ermetico: il muro della lingua in sé. Ma dal punto di vista creativo questo muro linguistico, per quanto esasperante, m’interessa, mi ispira.”

Imparare per analogia e contrasto- “L’inglese e l’italiano sembrano i punti più vicini. Avendo in comune molte parole di origine latina, condividono un certo territorio. Inutile dire che mi capita spesso in italiano di incontrare una parola che conosco già grazie all’equivalente inglese. Non posso negare che la mia comprensione dell’inglese mi aiuti. Ma può anche ingannarmi. Ogni tanto penso di capire il significato di una parola in italiano grazie alla radice latina, ma quando devo definirla mi sbaglio, e mi rendo conto di non aver imparato bene il significato neanche in inglese. La mia comprensione dell’italiano più cresce, più svela una debolezza anche in inglese. Il processo approfondisce la mia comprensione di entrambe le lingue, per cui la fuga mi sembra anche un ritorno.”

Sibilla Aleramo-UNA DONNA. Un destino disseminato di trappole, ma l’anelito di libertà è più forte.

 


una donna feltrinelli

Una donna di Sibilla Aleramo  è il racconto di vicende familiari che potrebbero essere  quelle di molte altre donne, anche contemporanee. Non a caso l’autrice non fa nomi, I protagonisti sono   una donna,  suo marito,  suo padre,  sua madre, il figlio, le sorelle. E la gente intorno, più o meno vicina, come  i colleghi, il dottore, la suocera, la cognata, il profeta, l’amica e così via… Eppure  dalle prime righe così intense e vissute,  capiamo che siamo dentro un’autobiografia, dentro la storia di Rina Faccio, alias Sibilla Aleramo (Alessandria 1876 – Roma 1960). Alla fine del romanzo  la stessa narratrice ci  spiegherà le ragioni di questo libro.

“La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo alla realtà presente può far dileguare.”

Il pater familias è un professore che stanco del suo lavoro  si proietta verso nuove imprese. E una di queste lo porta a trasferirsi  verso Sud dove è stato chiamato a dirigere una fabbrica. La moglie, infelice e succube gli va dietro passivamente, trascinando anche i  figli  verso l’ignoto. La maggiore è molto promettente e brillante, ma deve lasciare la scuola. Il padre, molto amato e rispettato  dalla ragazza,  la porta a lavorare in fabbrica come sua segretaria. Una quasi bambina al lavoro! Qui conosce un impiegato più grande di lei  che decide di  “prendersela”. E la violenta, provocando un inevitabile matrimonio riparatore.

Sibilla giovane

È l’inizio della fine, o meglio è l’inizio di un lungo percorso di umiliazioni, violenze, malintesi, dubbi e ricerca di una via d’uscita, che la ragazza vivrà dolorosamente sulla sua pelle. Alla fine la via d’uscita viene trovata e la porterà a prendere la decisione più dolorosa che una donna nelle sue condizioni possa prendere: lasciare l’amatissimo figlio a suo padre che ne rivendica la patria potestà. Di fatto l’uomo mette in atto un vero e proprio ricatto: o rimani con me o perdi tuo figlio (siamo ancora con Anna Karenina?) E siccome le leggi del tempo  garantiscono al coniuge maschio diritti totali su figli, beni  e corpo della moglie, il gioco è fatto.

La mistica della maternità

“Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice.

Sibilla vecchia

Tensione narrativa

Il filo narrativo è ben teso e la lettrice se ne rende subito  conto dal momento che  non riesce a smettere di leggere e di seguire la donna nel suo percorso, se non all’ultima pagina quando inevitabilmente appare la parola FINE.  La lingua italiana di  Sibilla è  sorprendente, arcaica quasi, ma estremamente funzionale al  crescendo psicologico in cui i pensieri  si  susseguono, si accavallano, si disperdono, spesso non si traducono in azione ma in continue domande e dubbi: Che decisione prendere? Lasciare il marito? Abbandonare a lui violento e pericoloso il bimbo dolce di sei anni? Cosa fare? Riprodurre il modello materno che si è risolto con un ricovero in manicomio? Darsi la morte?

E l’amore, cosa è l’amore? Si ama solo se si va incontro ai bisogni  del marito, e solo allora si può pretendere amore? Giustificare comportamenti ingiustificabili, cercare qualche spiraglio di affetto tra le tante, troppe manifestazioni di odio è possibile? Si può sperare di essere amati quando invece si è continuamente umiliati, sottomessi e violentati  per mantenere una parvenza di superiorità sulla moglie? Bisogna sopportare lo scherno di fronte ai piccoli traguardi di carriera che lei si conquista con la sua intelligenza e il suo lavoro? La pace, desiderare solo la pace…Ma il cuore si ribella, e con lui il corpo e la mente.

Aleramo, forse prima tra le grandi scrittrici del 900, sposta il discorso oltre la singola donna e cerca di farsi paladina  di una rivendicazione di genere, di un’accusa precisa del patriarcato. Lo fa da un punto di vista forse “spirituale” elitario, intellettuale, che accompagna comunque anche con azioni precise. Nel romanzo come nella vita quell’azione di fronte alla quale si era sempre ritratta,  dubbiosa e spaventata, alla fine  viene realizzata, con indicibile sofferenza, ma sempre rivendicata con dignità e sguardo rivolto al futuro.

sibilla legge

“Femminismo! — esclamava ella. — Organizzazione d’operaie, legislazione del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico… Tutto questo, sì, è un compito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna! ,,

Donne di ieri e di oggi

Le emozioni che la storia mi ha provocato mi spingono a pormi delle domande: Oggi  le giovani donne sanno da dove vengono? Cosa abbia significato per quelle che ci hanno preceduto  vivere senza diritti? Vivere come proprietà del marito, del padre, del fratello e poter disporre di un’eredità solo se l’uomo di casa  dava  il permesso perché ciò avvenisse? Sibilla ha vissuto sulla sua pelle queste ingiustizie.

Erano gli inizi del XX secolo. Altri tempi quelli del romanzo? Ma è davvero così? in Sibilla-Rina-Narratrice  mi sembra di riconoscere il dramma di tante donne contemporanee abusate, annichilite, umiliate da uomini che non conoscono  altro metodo per stare con una compagna che la violenza fisica e psicologica e la sopraffazione.

Oggi  è veramente cambiata la vita delle donne? Si, certamente, almeno per ciò che riguarda alcuni  diritti, la legge sul diritto di famiglia Italiana (8 Marzo-N.39-1975) è una delle più avanzate, ma la società nel suo insieme  deve ancora fare passi avanti notevoli,  in fretta.  Lo spazio che intercorre tra la vita di Sibilla e la vita delle donne di oggi  a volte sembra enorme, a volte sembra nullo.  Basti pensare alla notizia che in  questi  giorni soffoca  la nostra anima:  Saman Abbas, giovane donna di origine pakistana è stata uccisa  dai familiari perché non voleva sottostare ad un matrimonio combinato, che rifiuta con forza reclamando i suoi diritti  di persona adulta e consapevole.

Sibilla in piedi tra i libri

Le ragioni della scrittura

Un libro può salvare la vita e portare a decisioni “sane” e allora,  Sibilla-Rina-Narratrice decide di scrivere perché un giorno suo figlio possa  sapere dalla viva voce del libro  cosa veramente ha provato, sofferto e sopportato l’amorevole mamma tanto da spingerla ad abbandonarlo tra le grinfie di un padre anaffettivo, ottuso e violento.

“Scrivo questo libro per mio figlio. Un giorno capirà- “Un giorno avrà vent’anni. Partirà, allora, alla ventura, a cercare sua madre? O avrà già un’altra immagine femminile in cuore? Non sentirà allora che le mie braccia si tenderanno a lui nella lontananza, e che lo chiamerò, lo chiamerò per nome? O io forse non sarò più… Non potrò più raccontargli la mia vita, la storia della mia anima… e dirgli che l’ho atteso per tanto tempo! Ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno.”

Mi piacerebbe conoscere  la reazione del figlio di Sibilla. A lei un libro ha ri-spalancato le finestre della vita, avrà avuto lo stesso effetto su suo figlio, il libro  della madre? È la stessa Aleramo che ci risponde:

“… Mio figlio mi pensa, stamane. Gli ho scritto qualche rigo, giorni fa. Tristezza irreparabile del nostro rapporto, dappoi che ci siamo rivisti dopo i trent’anni d’intervallo e invano abbiamo provato a sentire come una realtà il fatto ch’io sono sua madre e che lui è mio figlio.


(Un solo momento abbiamo avuto: la prima sera del ritrovamento; un singhiozzo profondo nel petto d’entrambi, abbracciandoci, e subito appresso, seduti di fronte, avviando un discorso qualunque, a frasi mozze, un sorriso in cui ci specchiammo a vicenda, in cui nel suo largo viso d’uomo già maturo io vidi affiorare e tremare, sorridendo timida e innocente, quella che so essere l’anima mia, la qualità nativa inalterabile dell’anima mia.

Un solo momento. Poi, tutto della vita ci ha fatti immediatamente apparire su due piani differenti, con l’impossibilità di qualsiasi scambio verace: incomunicabili, nonostante il sangue, nonostante l’uguale bontà della natura umana”. (Da: Sibilla Aleramo, Un amore insolito. Diario 1940/1944 [Milano: Feltrinelli, 1979] 57).

Assaggi

Col padre in fabbrica- “Pareva anche domandare il mio avviso. Ed io pensavo alla felicità di trovar pur io qualche cosa di nuovo da suggerirgli. La fabbrica diventava per me, come per lui, un essere gigantesco che ci strappava ad ogni altra preoccupazione, che ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva amare; — angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre credevamo di esserne i dominatori.” 

La mamma invisibile-“Io non riesco a determinare nella mia memoria le fasi della lentissima decadenza avvenuta nella sua persona dal nostro arrivo in paese. Ella non aveva saputo sin dai primi giorni liberarsi da una certa timidezza che le impediva di andar sola o coi bimbi per la spiaggia o pei campi. Il paese non offriva altri svaghi: le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa, ignoranti, indolenti e superstiziose; le contadine lavoravano più che i loro uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare, riparando la notte nelle catapecchie che si ammucchiavano a cento metri dalla riva.” 

Le bugie del matrimonio“Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara.

Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era! Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre. E mio figlio nasceva in quell’ambiente !” 

Annichilimento consapevole-“Colla chiusura dell’odiosa vertenza mio marito divenne più calmo, sospese del tutto le peregrinazioni nel passato. Per qualche tempo ancora mantenne i suoi divieti, ed io continuai a non uscire, a passare i pomeriggi chiusa a chiave, ad aver i fogli di carta da lettere numerati, a non poter vedere che i parenti, il dottore e la domestica, il tutto sotto l’apparenza della più ampia libertà e con procedimenti d’un’ingenuità che mi avrebbe divertita se i miei ventun anni prossimi a scoccare non fossero stati irrimediabilmente chiusi al riso.

Badavo ad evitargli le cause di preoccupazione, a prevenire anzi le sue esigenze, ma ormai più per la volontà di tutelare la tranquillità mia e di mio figlio, che per impulso di pietà. Egli, come pel passato, era ridivenuto ottuso, cieco e tranquillo. Desideroso d’un placido benessere, finiva per felicitarsi dell’avvenimento che me gli aveva data nelle mani vinta, rassegnata, passiva. Io osservavo nel rapido ripristinamento della sua figura normale, senza sdegno. Ormai non poteva più nulla, né per me né per lui.” 

Un libro può salvare la vita-“In quei giorni di infinita solitudine, nel silenzio d’ogni richiamo umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un libro una causa di salvezza. Era il primo che prendevo tra le mani dopo molti mesi: un invio di mio padre, che mi vedeva raramente e mi pensava, certo, con amarezza, vittima silenziosa per non aver accolto il suo invito a rifugiarmi in casa sua, in quei giorni tragici. L’autore era un giovane sociologo di cui quel libro, uscito allora, diffondeva il nome in tutta Europa. Parlava di alcuni suoi viaggi in paesi giovani, e con una elegante vivacità traeva i profani e gli scettici a considerare dei problemi gravi che spuntavano dai contrasti fra due civiltà.”

Inutilità dell’assoluto-“Egli cerca un assoluto e nulla è più inutile, anzi nefasto… che l’assoluto, quando sappiamo che tutto muta, e che si muore. Egli cerca probabilmente una nuova prova dell’immortalità dell’anima, poiché le vecchie non reggono più. Ma gli uomini hanno creduto fino ad oggi a questa immortalità, e non sono divenuti migliori… ,,”

Donne e poesia –“Dicevo che quasi tutti i poeti nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perché continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo? Perché questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del sole? Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre cosi poco stimano tutte le altre donne.’” 

Magnifica Roma-“avviammo a piedi verso il borgo Santo Spirito, costeggiammo il muro dell’ospedale; dall’altro lato della strada fanciulli e donne in cenci interrompevano giochi e chiacchiere per guardarmi nella mia apparenza di forestiera e tendermi la mano. Cenci appesi lungo i muri, tanfo nell’aria. Per la salita di Sant’Onofrio ancora cenci, ancora bimbi ruzzolanti, ancora finestre d’ospizi, graticolate. Un gruppo di educande con alcune monache discendeva.

In alto, al sommo del Gianicolo, ci fermammo un po’ affannati. Garibaldi; figura di leggenda, campato nell’azzurro, guardava tranquillo la cupola enorme alla sua sinistra. Lo sfavillio della massa compatta di case, di torri, di alberi che mi si stendeva sotto gli occhi era intenso, quasi insostenibile. In fondo i monti si staccavano turchini sul cielo, e lungo i declivi le macchie candide dei Castelli mandavano anch’esse barbagli. Tra i monti e Roma la campagna, l’immensità.

Roma! Forse ogni giorno lì in cima al colle qualche anima sentiva affluire in sé le più possenti energie, vedeva lucidamente segnate le opere da compiere nell’ammasso meraviglioso di pietre così diverse per età e tutte ugualmente scintillanti e significative; ogni giorno forse qualche anima aveva la visione d’una Roma dalla quale, nel tempo, scomparirebbero ogni violenza e ogni laidezza, nella quale le linee armoniose del suolo e del cielo non sarebbero più turbate da un incomposto agitarsi d’uomini fra loro estranei, incompresi, ostili…”

Milano: il potere e la vitalità delle città-“Fin da bimba avevo sentito in modo confuso come nella città l’uomo dia una sfida incessante e superba alla natura per lui limitata e insufficiente. In verità, circoscrivendo in certo modo la sua prigione, l’uomo si sente tra le mura cittadine più libero e possente che sotto l’infinito cielo stellato, che dinanzi al mare e alla montagna incuranti di lui; ciò spiega anche l’ostentazione del progresso che le metropoli offrono. Certo, qui come a Roma, come nel villaggio, quasi sempre il motivo dello sforzo era egoistico: gli esseri si premevano, correvano e sembravano indifferenti gli uni agli altri.

Ma un sordo agitarsi di coscienze s’intuiva tra quella rete fitta e tumultuosa, nei grandi sobborghi operai, nelle scuole, nei comizi: coscienze che si orientavano verso una visione ancora confusa, che trovavano stimolo al lavoro in qualcosa di non tangibile, in un sentimento di reciprocità, di solidarietà col passato e coll’avvenire, in una vera estensione d’amore nello spazio e nel tempo. E alcuni uomini e alcune donne, con serena pazienza, promovevano quasi da soli tutta quella germinazione. Un’ideale corrispondenza era fra essi e la mia vecchia amica di Roma: già in lei avevo ammirato e invidiato il potere animatore e propulsore che una forte volontà altruistica può esercitare nella città moderna.” 

Treni letterari…un altro treno- “Mi trovai sul treno senza sapere come vi fossi venuta. I primi urti del carrozzone si ripercossero in me come se qualcosa si strappasse dalla mia carne. E il senso dell’ineluttabile m’invase ancor più quando mi vidi portata lontano su quella forza ferrea. Avevo camminato come una sonnambula. Ora la coscienza di quanto avevo compiuto mi appariva. Oh, la suprema agonia!”

Balena l’idea del suicidio, ancora- “svelle un altro per evitar la morte d’entrambi… Quanto durò l’orribile viaggio? Ad ogni stazione m’afferrava la smania di scendere, di aspettare un treno che mi riportasse indietro: poi, quando la corsa riprendeva, mi balenava a tratti l’idea del suicidio, cosi facile, lì, a quello sportello: istantaneo…”

sibilla sulla sefdia

 

Chi era la “scandalosa” Sibilla Aleramo, prima scrittrice femminista italiana avida di vita e d’amore

“Cinquantanove anni fa la morte di una delle più grandi autrici italiane del ‘900: “La sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino” leggi l’articolo di Stefania Parmeggiani-Repubblica.

L.Tolstoj-ANNA KARENINA. Era di Maggio e tutto brillava, come la bellezza di questo grandioso romanzo.

 

Anna karenina Einaudi
Traduzione di Claudia Zonghetti, Prefazione di Natalia Ginzburg

 

Non so da dove cominciare. O sì, comincio da dove l’autore di Anna Karenina, Lev Tolstoj, ha cominciato:

“Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna modo suo”

Tutti i personaggi del capolavoro russo sono inseriti all’interno di una famiglia: quella d’origine, quella creata con un matrimonio più o meno combinato, quella creata al di fuori del matrimonio ma di fatto organizzata secondo le stesse dinamiche. Tutti i personaggi  di questo immenso romanzo sono a loro modo alla ricerca della felicità “familiare”.

Provano e riprovano, seguono la corrente o vanno contro le convenzioni come Anna e Vronskij, tradiscono, manipolano, soffrono, amano, odiano.  Tolstoj sembra proporci l’unione di Kitty e Levin come quella che meglio risponde ad un ipotetico  modello da seguire.

La scoperta della realtà porta alla felicità

La vita coniugale di Levin e Kitty è fatta di tante cose. Non solo  voli pindarici, non solo passione incontenibile, ma un rapporto  maturo con la realtà delle cose, la conquista di un equilibrio che porta a comprendere i bisogni l’uno dell’altro, senza rinunciare a sé stessi, alla propria individualità e alla libertà spirituale.

Storia diversa è quella di  Anna e Vronskij, i due amanti intorno a cui si dipana la storia. Felicemente e passivamente sposata con il grigio Karenin lei, nobile, celibe farfallone, amante della bella vita lui. Si incontrano per caso, si innamorano follemente l’uno dell’altra.  La loro ricerca della felicità è sofferta e pericolosa,  come una giostra fatta solo di montagne russe, di fiato sospeso, di passioni estreme. È complessa, perché poggia su un terreno fragile, pieno di fratture, di rinunce  e di ostacoli.

Non è facile uscire da un matrimonio strutturato secondo le più canoniche regole borghesi, scritte  per  mantenere l’apparenza integra in una società dove la corruzione e il tradimento sono all’ordine del giorno. Se ne può parlare, ci si può spettegolare sopra, ma non si deve mai rompere il patto che mantiene integra la facciata.

 

Anna Karenina il treno

 

Anna incontra Vronskij per la prima volta sul  treno dove ha viaggiato con la madre del bel conte. Il treno! Questo affascinante mostro  di ferro  roboante che gioca con la vita di Anna.

“Addio a voi, mia giovane amica, – rispose l’altra. – E fatevi baciare quel bel visetto. Ve lo dico con franchezza, da vecchia signora quale sono: mi avete davvero conquistata. Era, con ogni probabilità, una mera frase di circostanza, ma la Karenina parve credervi di tutto cuore e ne fu felice. Arrossí, si chinò leggermente per porgere il viso alle labbra della contessa, rialzò la testa, e con il solito sorriso che le guizzava fra le labbra e gli occhi porse la mano a Vronskij. Costui strinse la graziosa mano che gli veniva porta e si rallegrò, stupito, della presa energica e disinvolta, del vigore con cui sentí scuotere la propria. Poi la Karenina scese. Lesto, il passo reggeva con inusitata facilità le sue forme alquanto floride.” 

Data in sposa a Karenin molto giovane con un matrimonio combinato, quando Anna si rende conto  di essersi innamorata veramente e di non poter sopportare una vita di menzogne, sceglie un percorso di vita molto accidentato. Ma quanta sofferenza le costa! Tolstoj ci  mostra, come in una cronaca in diretta, quello che accade nella sua vita  e nella sua psiche. E con lui, anche  noi lettori,  accompagniamo Anna  verso il suo destino, passo dopo passo.

Anna ama leggere e capire

“Anna aveva comunque molta cura di sé e molto tempo dedicava alla lettura dei libri piú in voga, che fossero romanzi o opere serie. Si faceva mandare ogni singolo tomo che avesse meritato parole di lode nelle riviste e nei quotidiani stranieri ai quali era abbonata, e li leggeva con l’attenzione che solo la solitudine è in grado di concedere. Libri e riviste, inoltre, le servivano per approfondire ciò di cui si occupava Vronskij, tanto che era con lei che questi finiva spesso per consigliarsi su questioni di architettura e agronomia, sí, ma anche per lo sport o l’allevamento dei cavalli di razza. Pur stupito dalle competenze e dalla memoria di lei, da principio Vronskij si era mostrato diffidente e le aveva spesso chiesto conferma delle sue affermazioni, che Anna era comunque lesta a rintracciare fra i libri e a mostrargli.”

Dopo l’ammissione  della sua nuova situazione sentimentale, la storia del rapporto  tra Anna e suo marito Karenin testimonia in un modo, in fondo  molto attuale, le conseguenze sociali e individuali di una frattura amorosa. Tutto precipita all’interno della coppia e fuori: via l’amato figlio, via il riconoscimento sociale, via la certezza di un amore nuovo e duraturo; 

avanti invece con il disgusto crescente per il mondo  che circonda Anna, il distacco affettivo dalla piccola Annie avuta con Vronskij, la gelosia feroce, la consapevolezza che ormai  un’unica cosa rimane da fare: darsi la morte.  Anche per far soffrire l’amato per tutta la vita lasciandolo in preda a sensi di colpa che nessuna impresa riuscirà a cancellare. Nulla potrà mai cancellare dalla mente dell’uomo  il corpo straziato e sanguinante dell’amata Anna.

Punti di vista

Ovviamente ho seguito  le vicende narrate dal mio punto di vista femminile,  cercando un riscontro con quello  di un grande della letteratura mondiale  alle prese con la vita e le scelte delle donne. Mi sono ritrovata in alcuni atteggiamenti e stati d’animo  di Anna, Kitty, Dolly, Varenka, ho dunque condiviso la costruzione dei personaggi e la loro efficacia. In altre figure femminili, come le principesse e nobildonne salottiere e pettegole  manipolatrici, ho riscontrato  un’attitudine narrativa più “stereotipata”, che le rende quasi simboli senz’anima di un gruppo sociale,  ben lontani dalla profonda introspezione psicologica, soprattutto di Anna.

Storie in parallelo

Seguire la storia di Anna e quella di Levin  mi ha dato l’impressione di navigare due fiumi che, quasi per caso, a volte si incrociano, mantenendo sempre il proprio percorso. Mi aspettavo l’unica grande vicenda di Anna Karenina e ho trovato invece l’altra storia, quella di Levin e del suo mondo “naturale e spirituale” che mi ha affascinato  in egual misura.

Levin ci saluta così

“Questo mio nuovo sentimento non mi ha cambiato, non mi ha reso piú felice, non mi ha illuminato come sognavo. È stato come l’amore per mio figlio. Non ci sono state sorprese. E non so nemmeno se sia davvero fede, la mia. Di sicuro è un sentimento che ho conquistato con sofferenza e che ormai ha messo radici salde nel mio cuore. Continuerò ad arrabbiarmi con Ivan, il cocchiere, e continuerò a discutere e a fare commenti a sproposito, e anche il muro fra quanto ho di piú sacro io e quanto di sacro hanno gli altri, mia moglie compresa, resterà dov’è; continuerò a rimproverarla per le mie paure e a pentirmene subito dopo, e continuerò a pregare senza che la ragione possa capire perché lo faccio. D’ora in avanti, però, la mia vita – tutta quanta, ogni suo istante e indipendentemente da ciò che mi dovesse capitare – non solo non sarà insulsa come un tempo, ma farà del bene che saprò istillarvi il suo significato unico e imprescindibile».”

Anna, disperata, ci conduce verso il treno del suo destino

“Tutto brillava, al sole di maggio: i tetti di lamiera, la pietra dei marciapiedi, i ciottoli della strada, le ruote e anche il cuoio, il bronzo e la latta delle vetture. Erano le tre, l’ora in cui le strade sono piú affollate.[…] «Dov’ero rimasta? All’impossibilità di immaginare una vita senza dolore e a noi che tutto sappiamo ma che cerchiamo ogni mezzo per illuderci del contrario. Una volta che l’hai vista, però, la verità, che fai?» 

Conclusioni

“Come opera d’arte, Anna Karenina è la perfezione e nulla può esserle paragonato​​. Fëdor Dostoevskij»

Mi ritrovo completamente in questa definizione dell’opera. Anna Karenina è un universo letterario di  alta spiritualità, che soddisfa le esigenze dei lettori che amano scoprire le ragioni  di una scelta esistenziale, il ritmo della natura, le distorsioni  sociali, le grandi spinte politiche, il gioco  delle lingue e della comunicazione, il  gioco dei sessi, le dinamiche sociali che interferiscono  nelle vite private di uomini e donne. Insomma il romanzo di Tolstoj ti lascia un senso di ”sana sazietà”.

Tolstoj a Jasnaja Poliana

Non parlatemi più dei  film su Anna Karenina, ne ho visti diversi, ma tutti ormai mi sembrano così riduttivi!  E non è questione del trito refrain “il libro è meglio del film”, è proprio un altro universo! Il romanzo è ricco e articolato, la tensione narrativa non si allenta mai, in nessuna sua parte, ma ti accompagna in un percorso  lunghissimo tenendo  sempre acceso il desiderio di  vedere cosa succede alla pagina successiva.

E mi dispiace che sia finito. Giorno dopo giorno mi ero abituata alla compagnia  di Levin, Anna, Kitty, Oblonsky, Dolly, Laska  e principi e principesse, contadini e burocrati, bambini e bambine…cavalli, cani, paesaggi e odori che mi hanno sfiorato l’anima.  Un mondo  sfaccettato che emana una sola, unica luce di bellezza.

 

Frammenti da gustare 

La scelta è fatta. La lettera di Karenin a Anna, sua moglie

Nel corso del nostro ultimo colloquio Vi ho notificato la mia intenzione di comunicarVi quanto avrei deciso in merito all’oggetto della conversazione suddetta. Dopo attenta riflessione, è per onorare tale promessa che Vi scrivo questa mia. La decisione che ho preso è la seguente: quali che siano state le azioni da Voi commesse, non mi ritengo in diritto di sciogliere vincoli che ci uniscono per volontà divina. Non c’è capriccio, arbitrio o colpa di uno dei coniugi che possa segnare la fine di una famiglia, dunque la nostra vita riprenderà il suo corso consueto. È necessario a me, è necessario a Voi ed è necessario a nostro figlio. Sono assolutamente convinto che siate già pentita e a lungo Vi pentirete di quanto ha funto da pretesto a questa mia, e che non esiterete a offrirmi il Vostro appoggio per estirpare, per sradicare la cagione dei nostri dissapori e dimenticare quant’è accaduto. Se cosí non fosse, lascio che immaginiate quale destino attenda Voi e Vostro figlio. Di tutto, però, conto di poter discutere al nostro prossimo incontro. Giacché la stagione della villeggiatura si avvia alla sua conclusione, Vi esorto a fare ritorno a Pietroburgo il piú presto possibile e non oltre martedí prossimo venturo. Provvederò a disporre ogni dettaglio del Vostro viaggio. Vi prego di considerare che tengo particolarmente a che quest’ultimo mio desiderio venga esaudito. A. Karenin P.S. Allego a questa mia i denari per eventuali spese.” 

Niente liceo per le donne, parola di  Vronsky

A lungo non si capacitò di come parole inoffensive e di nessuna importanza per entrambi avessero scatenato quel putiferio. Invece era proprio cosí. Tutto era iniziato perché lui si era permesso un commento sprezzante riguardo ai licei femminili – che reputava inutili – mentre lei ne aveva preso le difese. Oltre ad aborrire l’istruzione femminile in genere, Vronskij aveva aggiunto che Hannah, la piccola inglese che ormai era la pupilla di Anna, non aveva alcun bisogno di conoscere la fisica. E lei si era sentita punta sul vivo. In quelle parole aveva colto lo scherno profondo di lui verso ciò a cui lei si dedicava con passione, dunque si era sforzata di trovare una battuta che lo ripagasse per il male che le aveva fatto.

La scuola

 “Il popolo russo è a un livello talmente infimo dell’evoluzione morale e materiale, che non può che opporsi a ciò che non conosce. In Europa le cose funzionano perché anche la gente comune ha una certa istruzione. Insomma, dobbiamo mandarli a scuola, i russi. – E come facciamo? – Ci servono tre cose: scuole, scuole e ancora scuole.” 

Il vecchio e il nuovo, questione di giacche e di divise

“Anche quanto all’aspetto gli astanti si dividevano in due gruppi ben distinti: i vecchi e i nuovi. I vecchi indossavano per buona parte vecchie giacchette abbottonate fino all’ultima asola con tanto di spadino e cappello, oppure strane uniformi militari della Marina, della Cavalleria o di Fanteria. Erano tutte divise che si usavano una volta, con le maniche un po’ a sbuffo, ed erano tutte troppo corte e troppo attillate, quasi che chi le portava ci fosse cresciuto dentro all’improvviso. Le giacche dei giovani, invece, erano lunghe in vita, larghe sulle spalle e aperte su un panciotto bianco, e finivano con colletti alti e neri ricamati con il lauro del ministero della Giustizia. Ai giovani appartenevano anche le poche uniformi di corte che occhieggiavano qua e là tra la folla. Tuttavia, la ripartizione fra vecchio e nuovo non dipendeva dall’età e con l’età non coincideva. Per quel che vedeva Levin, alcuni giovani sostenevano il partito del vecchio mentre alcuni fra i piú vecchi confabulavano con Svijažskij ed erano, si vedeva, accesi fautori del nuovo.”

Politici e processi, le cose non cambiano

“Come? – Che cosa? – Chi? – La delega? – Di chi? – Come come? – L’hanno respinta? – Non è questione di deleghe, no… – Hanno escluso Flerov… – Perché è sotto processo, dite? – Scusate, ma di questo passo nessuno potrà piú presentarsi! Che porcheria! – Porcheria? È la legge!”

La stampa!

 “L’unanimità della stampa è della stessa risma. Scoppia una guerra e le tirature raddoppiano: cosí mi è stato spiegato. Dunque perché non scrivere dei destini del popolo, degli slavi tutti e via discorrendo? – Molti giornali non godono dei miei favori, ma quanto dite è ingiusto, – obiettò Sergej Ivanovič. – Fosse per me, metterei una condizione, – continuò il principe. – E l’ha scritto benissimo Alphonse Karr prima della guerra con la Prussia: «Credete che la guerra sia necessaria? Benissimo. Chi chiama alla guerra si arruoli in prima linea, in un apposito reggimento, e vada all’attacco! In testa a tutti gli altri!» – Li vorrei vedere, i giornalisti! – rise fragorosamente Katavasov, immaginandosi certi suoi amici in quel frangente. – Scapperebbero a gambe levate! – disse Dolly. – E sarebbero solo d’intralcio. – Vorrà dire che chiuderemo le vie di fuga con una mitraglia o uno squadrone di cosacchi con la frusta in mano, – disse il principe. – Mi scuserete, principe, ma la vostra è solo una battuta, e anche di pessimo gusto, – disse Sergej Ivanovič. – Non credo affatto che sia una battuta, – esordí Levin, ma il fratello lo interruppe. – Ognuno è chiamato a svolgere il proprio ruolo all’interno della società, – disse. – Quello degli uomini di pensiero è di dare voce all’opinione pubblica. Mentre il grande merito della stampa è l’espressione piena e unanime della pubblica opinione, che è già un fenomeno apprezzabile di suo. Vent’anni fa non avremmo osato aprire bocca, ora invece alziamo la voce, siamo pronti a levarci come un sol uomo e a offrirci in sacrificio per i fratelli oppressi. È un passo importante ed è indizio di forza. –”

Gli interessi  e le capacità di Anna: l’ospedale

“ Anch’io me ne interesso, certo! – rispose Anna a Svijažskij, che si mostrava stupito delle sue competenze. – Il nuovo edificio deve armonizzarsi con l’ospedale. Invece è stato pensato in seguito e iniziato senza un progetto preciso. Vronskij finí di parlare con l’architetto, raggiunse le signore e le condusse all’interno dell’ospedale. Se fuori stavano ancora intonacando il pianoterra e rifinendo i cornicioni, il piano superiore era ultimato o quasi.

Salito l’ampio scalone di ghisa, entrarono in una prima sala molto ampia. Le pareti erano stuccate a imitazione del marmo e le finestre – enormi, in pezzo unico – erano già al loro posto; restava soltanto da ultimare il pavimento in legno. Gli operai che ne stavano giusto piallando un riquadro lasciarono il lavoro per sciogliere i legacci che avevano ai capelli e salutare i signori. – Questa è la sala d’aspetto, – disse Vronskij. – E qui metteremo il bancone, un tavolo, uno scaffale e niente piú. – Per di qua. Sta’ lontana dalla finestra, Dolly, –disse Anna, che controllò se la vernice era ancora fresca. – È asciutta, Aleksej, – aggiunse. Dalla sala d’aspetto guadagnarono il corridoio. Lí Vronskij mostrò loro un nuovissimo sistema di ventilazione.

Fu poi la volta delle vasche in marmo e di letti con strane molle. Poi, uno dopo l’altro, toccò alle varie corsie, alla dispensa, al ripostiglio per la biancheria, alle stufe ultimo modello, a carrelli che avrebbero portato il necessario senza fare il minimo rumore e a molto altro ancora. Da seguace ed esperto di ogni modernità, Svijažskij ebbe parole di lode per ogni cosa. Dal canto suo, Dolly sgranava gli occhi di fronte a ogni novità e, desiderosa di comprendere, non lesinava domande a Vronskij, che le accoglieva con palese compiacimento. – Credo che sarà il primo ospedale costruito con tutti i crismi in Russia, – sentenziò Svijažskij.

continua a leggere Anna Karenina-Piccoli assaggi sparsi

Nuovi significati per parole vecchie, al tempo del Covid: LANGUISHING nel monologo COME MI SENTO? BOH, di Stefano Massini. Ma che vuol dire?

 

dizionari per massini

 

Cambridge Advanced Learner’s Dictionary– da To languish: to exist in an unpleasent and unwanted situation, often for a long time.

Il Ragazzini 2007To Languish: Languire, venir meno, infiacchirsi, struggersi.

 

Massini

 

Le due definizioni si integrano perfettamente nel monologo  “Come mi sento? Boh” – Il racconto di Stefano Massini (la7.it)

In questo lungo periodo COVID ci sentiamo proprio così: 

infiacchiti e languidi,

esistiamo,

dentro una realtà 

sgradevole e indesiderata,

da troppo tempo ormai! 

eurofestival

Ma arriverà sicuramente la “scossa” che ci ridonerà l’energia  fisica e mentale  per vivere al meglio.  Un piccolo brivido è già arrivato con il rock dei Maneskin, vincitori assoluti dell’Eurofestival!

 

A. Sallusti-L. Palamara- IL SISTEMA. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura italiana-Un libro che fa soffrire…

palamara-sallusti-

 

Una recensione amara mi arriva da una persona cara, appassionata  e profondamente onesta. Quando il marcio  tocca le istituzioni alte del nostro paese si rischia di perdere il senso dell’orientamento civile e la speranza nell’umanità. 

 

Credimi, è la prima volta che provo un tale schifo e ho grosse difficoltà ad arrivare alla fine del libro. Vivo una profonda crisi di fronte a  magistrati che devono essere per loro natura di un’onestà specchiata e che invece sono pronti a vendersi al miglior offerente e a farsi ricattare con basse storie di donne portate a letto. In chi credere?

Sono stata spesso tentata di mettere fine a questa sudicia lettura, eppure mi sto sforzando di arrivare all’ultima pagina correndo il rischio di non credere davvero più a nessuno e a nulla. A volte mi sento sperduta e diversa. Vorrei vivere in una gabbia di vetro, ma bisogna andare avanti e sperare che ci sia ancora in giro qualcuno moralmente corretto.

A FRANCO BATTIATO-Avremo CURA di tutte le meravigliose emozioni che ci hai lasciato.

Ciao Franco!

Grazie per tutte le meravigliose emozioni che la tua musica e le tue parole ci hanno lasciato. Molti momenti  del nostro cammino in questo mondo complicato  sono stati arricchiti e allietati dalle tue canzoni. Momenti belli, momenti di crisi, di socialità, di bellezza  e di tristezza. Custodiremo  questa eredità con cura, come si custodiscono  i ricordi più dolci  della nostra vita.

R.I.P.  e che la  tua meravigliosa terra di Sicilia ti accolga  tra i suoi frutti migliori

IN LETTURA-Tra Aprile e Maggio immersione totale nel capolavoro di Tolstoj

  

 

April is the cruellest  month

canta T.S.Eliot, in apertura di The Waste Land.[i] Crudele, sì, perchè apre l’animo alla speranza  d’amore, di vita, di rinascita, che Aprile e la primavera portano con sé. Sperare significa però anche rischiare la delusione e  la sconfitta delle aspettative. Direte forse:

“Ma cosa c’entra tutto ciò con quanto stai per dire?”

C’entra  perché quel che resta di Aprile e lo splendore di Maggio mi vedranno piacevolmente persa tra le pagine di una storia immortale, lontano dalle atmosfere ancora disarmanti di questa nostra “Pandemic Waste Land 2021″

C’entra perché il romanzo che sto leggendo da speranza e fiducia nella creatività umana,  mai disattesa.

C’entra perché questa storia immensa ti  permette di rifugiarti in un angolo tutto tuo, eppure universale e  meravigliosamente fertile.

Leggere Anna Karenina di Lev Tolstoj sta producendo questi effetti. E siamo solo all’inizio!

 

Anna Karenina

[i] The Waste Land fu scritta nel periodo successivo alla devastante pandemia causata dalla febbre Spagnola. “liot wrote his famous poem in the aftermath of the last global pandemic to shut down the world. He and his wife caught the Spanish Flu in December of 1918, and he wrote much of the poem during his recovery…Michael Austin”


25 Aprile 2021-Quando i campi di papaveri raccontano la Storia.

Quest’anno il 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, lo  celebriamo per immagini. La Storia si muove  nei campi di  papaveri andalusi, catturati da ScamardiPhoto.

E mentre scorrono  i gioielli rossi, alla luce dell’incerto cielo primaverile, riflettiamo.

 

 

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