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Ă la narrazione che prende in questo libro. La voce narrante, il suo interloquire con lâascoltatore, ipotetico lettore, al bar, forse allâosteria perchĂ© no, davanti a una caraffa di vino della casaâŠ
E ti sembra di sentire lo stesso Pennacchi, che con quella sua cadenza basso-laziale, intercalata da modi dire tipicamente âcispadano-veneto-ferrareseâ, con quel tono di voce, a volte aggressivo e sgradevole, ti snocciola tutta la âsaga dei Peruzziâ e del loro antico mondo agricolo, offeso e preso a calci nei fondelli da quota 90 dei Zorzi-Vila e spinto verso il Sud-Marocco dalla nuova povertĂ .

Forse, se non avessi sentito Pennacchi in televisione da Daria Bignardi, avrei letto la storia in unâaltra chiave armonica. Forse non mi sarei fatta condizionare da un atteggiamento ear-driven⊠Mi suscita emozioni contrastanti.
Gli eventi narrati sono proprio unâaltra âStoriaâ. Eâ un punto di vista, quello dei Peruzzi che, un poâ da dentro, un poâ da fuori ci racconta frammenti di storia Mussoliniana. E sembra proprio che âabbiano tutti le loro ragioniâ. Fortunatamente perĂČ lâinterlocutore ci riporta, ogni tanto, alla nuda realtĂ delle cose, sebbene richiamata in forma di domanda.
La narrazione Ăš un procedere a spirale, un filo sospeso del discorso continuamente riallacciato a quanto detto poco prima. E questo mi piace. Lo trovo molto recursive, molto orientale e molto tradizionale. Ă il filĂČ delle sere dâestate, al buio stellato, tra profumi e odori, a far tardi sul muretto.
La Storia, da dentro, sebbene parziale, risulta credibile, vera, terribile. Eâ la vista del canyon e della rappresaglia di Debra Lebanon che fa apparire immediata davanti agli occhi del lettore le rappresaglie nazifasciste⊠e Debra Behran e le fosse comuni stracolme di chierichetti, feroci “assassini da sterminare”.Â
âLâavessero fatta a noi cattolici una cosa cosĂŹâŠâ sottolinea il narratore. p.294.
La Storia e le storie vanno avanti ricche di dettagli e siparietti agresti, talora dolorosi: Il bambino che per badare al suo coniglietto muore e inonda di sangue e tragedia lâesodo verso lâAgro Pontino; Gli eucalipti che quasi ti soffocano con la loro meraviglia; i Pilgrim Fathers, fratelli di migrazione e di sofferenza, ma anche di speranza; La famiglia e i suoi riti agresti: le feste, i cappelletti alla cui preparazione i bambini partecipano festanti, eccitati allâidea trasgressiva di infilare nellâimpasto succulento i bottoni.
Non uno solo come da tradizione, ma tanti da creare âimbarazzoâ; le tagliatelle preparate con la tecnica del rotolo, che tante volte ho visto fare a mia madre, affascinata da quei fili che ne venivano fuori come stelle filanti! La mano veloce nel tagliarle come una piccola mitragliatrice ta ta ta ta ta ta tra legno e lama.
Il monolite famiglia! Ancora! Salvezza e perdizione; il âmussoâ da salvare nelle grotte dei marocchini di montagna. E torna ancora alla mente la scenetta che mi raccontavano i miei di Vera bambina, il suo asinello e i tedeschi cattivi che glielo volevano portare via.
E gli sfollati nelle grotte, proprio come ad Avezzano e Luco dei Marsi, nelle grotte di Nerone; La pistola proibita (dopo lâ8 Settembre) tenuta in casa da papĂ e sottratta da nonnina con scaltrezza durante la visita terrificante della milizia. Storie di vita e di guerra, storie di sopravvivenza che attraversano lâesistenza di tanti italiani.
Figli? Tanti: frutto dellâamore, della disperazione, dellâincoscienza, dellâistinto di procreazione e sopravvivenza della specie. Guarda le api di Armida: che magia! Su tutto regna una ânaturalitĂ â disarmante. Quello che conta dai Peruzzi sono i ritmi della terra e del corpo. Ah! Zia Bissola e il suo privy!


