
Quello che Ăš straziante nel romanzo di Maria Grazia Calandrone non Ăš solo lo sconvolgente evento al centro della storia, ma il modo in cui Ăš raccontato. Attraverso registri linguistici diversi e scelte narrative originali, armonizzate in un effetto straniante e coinvolgente, Calandrone ricostruisce il mosaico della vita dei suoi genitori biologici, Lucia e Giuseppe. E âsistemaâ anche qualche tessera della propria. I registri sono molteplici: dal burocratese alla cronaca storica e giornalistica, dalla biografia al trattato di sociologia, dal crime al mystery, fino alla poesia. Tutti insieme fanno di questo libro un unicum della letteratura contemporanea.
Il destino si mette allâopera per far incontrare Lucia Galante – âgiovane donna piuttosto bella e persuasa di sĂšâ- di Palata, in Molise, e Giuseppe Di Pietro, capomastro originario di Tagliacozzo, in Abruzzo con moglie Anita e cinque figli. Giuseppe viene assunto per costruire âsua altezza il serbatoioâ, un acquedotto, proprio a Palata. Ă un gran lavoratore, un poâ smargiasso, creativo, amante della musica. Mentre lavora canta Violino Tzigano di Luciano Tajoli, invadendo le stradine del paese, dove non disdegna lavoretti occasionali nelle case degli abitanti.
âdecora con rami di cemento a colori la scala esterna e il ballatoio di una villetta, ispirandosi allâalbero della vita di Gustav Klimt, e ne dipinge la riproduzione sul muro perimetraleâ.p.83
Una scelta che spalanca le porte del futuroÂ
Sono loro i protagonisti consapevoli dellâultimo atto del loro amore: lâaffidamento della figlia al futuro e alla compassione di chi si prenderĂ cura di lei (commovente scoprire chi lo farĂ ). Non Ăš un abbandono veloce e irrazionale, Ăš un gesto studiato nei minimi particolari, con un solo obiettivo in mente: dare un futuro alla bambina, che molti avrebbero etichettato come âfiglia del peccatoâ. E denunciare la crudeltĂ , lâignoranza e i pregiudizi che li hanno spinti prima allâisolamento e poi a una decisione quasi rivoluzionaria. La storia di Lucia e Giuseppe Ăš una sorta di epopea amorosa e civile, con un finale da tragedia greca, catartico forse per i protagonisti, ma sicuramente scioccante per chi ne viene a conoscenza.
âLucia ha dimostrato, piĂč di una volta, di sapersene andare. Lucia fa i fatti. E i fatti dicono che non improvvisa, che organizza-anzi-il proprio sacrificio sull’altare del fiume con luciditĂ e calma, portando prima a compimento ogni proprio dovere di regola ogni congedo. ” p.225
Dalla ricostruzione dellâautrice, Lucia emerge eroica, con tutta la sua volontĂ di affermare il proprio diritto alla felicitĂ . Non ha potuto viverla con Tonino, il suo primo grande amore, rifiutato con disprezzo dal padre al momento della proposta di matrimonio. Non sappiamo se i due avrebbero vissuto una vita felice insieme, ma sappiamo che sicuramente non lo era nel matrimonio forzato con Luigi Centolire (altro infelice âsocialeâ) e sappiamo che torna a vivere e sorridere con Giuseppe.”
Dopo lâeuforia della ricostruzione postbellica, la crisi morde sempre piĂč in profonditĂ . LâostilitĂ dellâambiente retrogrado e feroce nei loro confronti e i cambiamenti nel mondo del lavoro spingono i due amanti a lasciarsi tutto alle spalle. Dove trovare lavoro e prospettive di vita favorevoli? A Milano, naturalmente, insieme a migliaia di migranti meridionali-e non solo-che inseguono il sogno del benessere nel ricco Nord. Qui perĂČ Lucia e Giuseppe incontrano unâaltra forma di pregiudizio: i âterroniâ non sono ben accetti se non come manodopera a basso costo. A loro Ăš negato il diritto a una casa decente e, soprattutto, il riconoscimento come connazionali onesti e lavoratori. La coppia trova un posto dove stare, si arrangia e resiste. Tenta addirittura un rientro a Palata, almeno per la bambina. Ma Lucia riceve un rifiuto netto da parte della sua famiglia, a meno che anche lei non torni in paese con la figlia. Da qui comincia a prendere forma la scelta finale. Roma Ăš il luogo prescelto per portare a termine il loro progetto.
Tante parole, tante emozioni e un forte bisogno di condivisione affollano la mia mente, ma non trovo il modo di dare loro la forma giusta. Allora mi fermo qui, con un semplice invito ad attraversare con Maria Grazia, (nomen omen: una bimba che Ăš una grazia ricevuta per Lucia), tutte le strade che ha percorso per ridare corpo e dignitĂ a sua madre, per farle sapere che ha capito il perchĂ© del âDove non mi hai portataâ, per ringraziarla di quellâatto di fiducia verso il posto in cui lâha lasciata: tra le braccia di persone che lâavrebbero accolta con amore e compassione, in uno spazio aperto alla bellezza e al futuro. Ecco, questa Ăš la bellezza della storia di Calandrone. Ed io lâho assorbita tutta.
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