Ieri ho visto in TV il film We Want Sex  , di Nigel Coles (2010). Bello di una bellezza semplice, che solo la verità fa trasparire. La storia delle operaie Ford di Davenham, “deprived” area nella Greater London degli anni ’60, che con naturalezza e spavalderia, iniziano una impari lotta di rivendicazione del loro essere “specializzate” e fondamentali per la catena produttiva. Proseguono  guidate da Rita O’Grady,( personaggio fittizio,  leader di un gruppo che storicamente pare non aver avuto una guida altrettanto unitaria) mamma operaia nel pieno della bufera esistenziale di concilazione dei vari ruoli che ricopre.

Con lei  emerge sempre più forte l’esigenza profonda di essere “viste” e considerate operaie alla stregua degli uomini. E si crea un sorta di complicità di genere tra l’operaia Rita e la laureata di Cambridge, Lisa, moglie di un alto dirigente  Ford che la tratta peggio di una macchinetta a gettone.

Si scambiano “dritte”, a cominciare  dallla strategia comune per far licenzare il maestro violento dei loro figli, per proseguire con il forte incoraggiamento  di Lisa a continuare la lotta nonostante le avversità. Tocco femminile e “furbo cinematograficamente”  il prestito dell’elegante abito rosso firmato  che Rita vuole indossare per presentarsi all’audizione con il ministro, la rossa Barbara Castle! Rosso, colore super simbolico, anche qui.

Il rosso mi fa subito visualizzare il “concertone del Primo Maggio” e l’energia “sprizzante” dalle chitarre delle band, dalle voci pulite dei giovani artisti, dalle migliaia di braccia e corpi che riempiono  Piazza San Giovanni. Testimonianza delle tante forme di energia che circolano in una società viva, tra le donne e gli uomini che la abitano. Che perdita non coltivarle e lasciarle nelle mani di persone violente, ignoranti, incapaci di cogliere la bellezza delle diversità e delle complementarietà.

Eventi, persone, storie come  anelli nella catena delle nostre vite, interconnessi. E la catena non è catena di schiavitù, ma di legami forti e positivi che attendono collocazione. Altre sono le schiavitù, fisiche e spirituali.

Tutto questo preambolo,  apparentemente  estraneo al tema del post, per arrivare all’ articolo che ho scoperto oggi, navigando tra i blog della rete di Affascinailtuocuore, insieme alla parola di cui vi si parla: FEMMINICIDIO.

Devo dire che L’Infedele di Lunedì scorso, 30 Aprile (bello il monologo di Lella Costa; Superlativi Fresu e Di Bonaventura nella giornata Unesco/Jazz) mi aveva messo di fronte a questa parola/concetto suscitando in me un iniziale senso di disagio. Ora capisco meglio.

Perchè si chiama Femminicidio
di Barbara Spinelli

“…Se oggi l’ONU (e di conseguenza l’informazione di massa) parla di femminicidio anche in relazione all’Italia, è perché ci sono state donne che qui ed oggi, da anni, hanno reclamato il riconoscimento anche per le donne, in quanto donne, di quei i diritti umani affermati a livello universale, ed in particolare del diritto inalienabile alla vita e all’integrità psicofisica.

I diritti infatti vivono solo là dove vengono reclamati in quanto tali, altrimenti restano destinati al mero riconoscimento formale, sulla carta.”

Vale la pena di leggere tutto l’articolo, contiene  informazioni utili e sorpendenti sull’origine del termine e, soprattutto sul tema, di dolorosa  attualità, della reiterata violenza sulle donne.

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