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I.Silone-FONTAMARA. Dalla parte dei cafoni.

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Questa non è una recensione vera e propria, ma piuttosto un’occasione per far incontrare la grande storia di un grande scrittore Italiano con le piccole esperienze di vita di una ragazza marsicana.

Non si finisce mai di scoprire nuove meraviglie in un vecchio libro, letto nel passato e messo lì sul vecchio scaffale a riposare in attesa di un risveglio, di un tocco gentile che lo prenda tra le sue mani e cominci ad accarezzarlo e a ripercorrerlo pagina dopo pagina, parola dopo parola, rallentando le emozioni e i tempi di lettura per non arrivare subito alla fine.  È successo con Fontamara di Ignazio Silone.

La “città”

Complice del piacere di questa lettura, la mia vita ad Avezzano, ”la città”. Un paesone ai tempi della storia, che agli occhi dei Fontamaresi appare come la città corrotta, con il suo imponente tribunale, la grande piazza Risorgimento, le osterie, i negozi, la grande piazza del mercato, la verde e accogliente Villa Torlonia, l’affannato andirivieni di piccoli proprietari, costruttori, avvocati affamati di danaro, banche e giovanotti e signorine eleganti. Io ci sono nata e ne riconosco alcuni tratti.

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Come i Fontamaresi, noi “cittadine avezzanesi” avevamo la nostra grande città che ci attraeva e impauriva, Roma. La capitale era così vicina e così lontana, allo stesso tempo! Ci potevamo andare in poco più di due ore di treno diretto o rapido. Avezzano era allora un importante snodo ferroviario tra Adriatico e Tirreno. Fino al 1969 l’Autostrada dei Parchi (A24) che collegava Roma a Teramo non esisteva e si andava a L’Aquila o a Pescara attraverso tortuose statali di montagna, in corriera o in auto per chi ne possedeva una.

Pescina e la Marsica

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Ho conosciuto i paesini della Marsica, come Pescina, paese natio di Silone e gli altri della Piana del Fucino quando andavamo in visita ai parenti di mia madre o in occasione delle nostre lunghe gite in bicicletta all’Incile e dintorni. A Pescina mi lega anche un ricordo di diciottenne in piena cotta per uno dei ragazzi più corteggiati della “città”. Suonava in una band famosa, all’epoca ne fiorivano una al giorno, ma quella di Giovanni era la più ricercata. E lui si interessò a me. Lo conobbi a una festa dove, nel gruppo di ragazzi e ragazze seduti in circolo sul pavimento c’era anche lui, con la chitarra in mano più bello che mai sotto lo sfavillio dei suoi occhi d’oro, e c’ero  io che cantavo, piena di emozione e incanto,  “La canzone di Marinella”  di Fabrizio De André. Scattò il quid. E decidemmo di vederci  ancora.

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Paura, timidezza, insicurezza sfociarono però in una presunta appendicite che mi portò lontano da lui al sicuro, si fa per dire, nell’ospedale di Pescina (piccolo e tetro) dove lavorava una mia cugina dottoressa che, dopo una visita molto accurata,  decise di operarmi. Finito l’intervento rassicurò mia madre e le confessò anche che, fatto il taglio, era stata presa da una specie di sincope. L’appendice non era apparentemente infiammata-sopra, ma sotto si… Vai a sapere se poi fu proprio così. Fatto sta che sono sopravvissuta e che la degenza mi tenne lontano da quel bellissimo ragazzo dagli occhi d’oro tanto pericoloso! Dopo un paio di suoi tentativi di riprendere il discorso interrotto, che io feci regolarmente fallire, Giovanni se ne andò giustamente in cerca di un altro fiore meno spinoso da cogliere. Ma torniamo a Fontamara.

Storia di una comunità

“In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito. »p.29

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Fontamara è il racconto corale di una comunità povera, ma così povera e ignorante da attirarsi tutte le sfortune possibili. Tutti i cafoni che la abitano anelano a possedere un pezzetto di terra e molti di fatto lo posseggono. La terra è per loro come una carta d’identità marchiata sulla pelle: il cafone esiste solo se ha una pezzetto di terra da coltivare.  Ma la terra nasconde grandi insidie, quelle naturali legate alla qualità del terreno, al clima, alle disgrazie impreviste come le inondazioni, e quelle umane, quelle di uomini malvagi che giocando sull’ignoranza e sulla semplicità rozza dei cafoni si arricchiscono sempre di più.

Tra queste spicca la figura dell’impresario-podestà. Lui sa come si tratta con i politici, con i cafoni, con le femmine, con i preti e con gli avvocati. E soprattutto con quell’entita malefica che sono le banche. All’inizio della sua ascesa, lui stesso era la banca, prestava soldi, comprava cambiali, taglieggiava e imbrogliava i contadini.

Il comportamento dell’acqua

1silone-e-acquaLo sgarbo più lacerante perpetrato dall’impresario ai danni dei Fontamaresi, è il furto legalizzato dell’acqua del ruscello che attraversa tutte le terre dei cafoni. Egli se ne appropria, con la complicità dell’avvocato Don Circostanza che mellifluamente turlupina i poveri cafoni. La lotta per l’acqua a Fontamara assume una valenza contemporanea di enorme effetto. La prossima guerra mondiale si farà per l’acqua…pensano in molti.

Fascismo e consenso

in-marciaSiamo in un momento di affermazione del fascismo e l’impresario-banchiere-sindaco diventa podestà. Silone racconta questi eventi di trasformazione con toni a volte grotteschi e paradossali, come nel caso della trasferta organizzata dei cafoni ad Avezzano illusi con il miraggio di un confronto aperto con il podestà sulle condizioni di Fontamara  e utilizzati invece per fare numero e battere le mani ai capoccia del momento. Grottesca la richiesta di portarsi dietro i gagliardetti neri con teschio e la soluzione che il rissoso e incontenibile Berardo Viola e gli altri compagni escogitano non riuscendo a capire cosa siano queste bandiere e dove si possano reperire. Ci penserà San Rocco a risolvere il problema…

 Democrazia e raggiri. Il voto dei morti-vivi

in-marcia2L’ignoranza dei cafoni è l’arma più potente in mano agli sfruttatori. Sono in balia di ogni raggiro. Non riescono a comprendere i meccanismi della legge e si affidano perciò all’avvocato azzeccagarbugli. Hanno grande cuore loro, grande forza fisica, voglia di lavorare fino allo sfinimento, ma alla fine sono vinti dalla loro ignoranza e dal loro egoismo. Hanno pochissimo e quel poco vogliono conservarselo, costo quel che costi.

L’amico del popolo Don Circostanza, fa il miracolo di far votare i morti. Il loro decesso non viene comunicato al Comune dai parenti che in cambio di questa omissione che porterà voti a Don Circostanza, riceveranno una quota fissa per morto votante. L’avvocato diabolico aveva inviato a Fontamara un maestro per insegnare ai cafoni a scrivere il suo nome, lo stesso che poi sarebbe stato scritto sulla scheda elettorale, dai vivi e…dai morti.

“Quel vantaggioso sistema si chiamava, come l’Amico del Popolo ci ripeteva, la democrazia. E grazie all’appoggio sicuro e fedele dei nostri morti, la democrazia di don Circostanza riusciva in ogni elezione vittoriosa”p.60

targaLe donne? Le donne sono mamme mogli, fanciulle in cerca di marito, ma emerge dalla penna di Silone un loro aspetto profondo, ancestrale. Loro intuiscono, sono coraggiose e insieme sfidano l’autorità, tra dolore, fatica e umiliazioni. Una bellissima storia d’amore tra Elvira e Berardo da al romanzo un sapore antico e universale. L’amore vince tutto, cambia gli uomini, ravviva il coraggio, smuove le montagne.

Il giornale dei cafoni

silone-670x500Fantastico è lo spiraglio di svolta politico-rivoluzionaria dei Fontamaresi. Il Solito Sconosciuto che diffonde volantini anti regime tra Roma e l’Abruzzo anima la loro rivolta. Bisogna scrivere un giornale, farne una sorta di “tromba dei cafoni” contro un’autorità sempre più corrotta, contro le tessere, le raccomandazioni, la fame nera che colpisce ormai tutti, anche i cittadini. Maria Grazia ha una bella calligrafia. Lo scriverà lei! Riuniti intorno al tavolo su cui troneggia il Poligrafo, si discute sul nome da dare al foglio di fontamara. Una discussione ingenua ed amara allo stesso tempo, che si conclude con un nome-progetto:

Che fare? Che fare contro i soprusi e l’ingiustizia? Che fare quando hai la quasi certezza che ogni tuo sforzo è vano e che i potenti se la cavano sempre mentre i poveri soccombono inevitabilmente ad un destino crudele? Che fare? Ecc il titolo! Uomini , donne e ragazzi, tutti i Fontamaresi si esprimeranno in un unico coro impressionante. “Che fare?” bisogna ripeterlo sempre, in ogni articolo, per svegliare tutti e chiamare all’azione. Intanto scriviamo. E la prima notizia sarà:

Hanno ammazzato Berardo Viola.

 

Parliamo la stessa lingua ma non parliamo la stessa lingua…

 

 

G. Gallini-IL CONFINE DI GIULIA. Ignazio Silone e Giulia Bassani: storia verosimile di un amore complicato

“… nel 1930, rifugiandomi ammalato in un villaggio di montagna della Svizzera, credevo di non aver più molto da vivere e allora mi misi a scrivere un racconto al quale posi il nome di Fontamara. Mi fabbricai da me un villaggio col materiale degli amari ricordi e dell’immaginazione, ed io stesso cominciai a viverci dentro”
(da Uscita di Sicurezza)

 

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Ho scoperto Il Confine di Giulia di Giuliano Gallini, grazie alle segnalazioni di alcuni blogger su Facebook. Mi ha catturato subito il co-protagonista della “storia”, lo scrittore Ignazio Silone.

“Quell’uomo – come chiamarlo! – quando nacque a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il primo maggio del 1900, si chiamava Secondino Tranquilli.”

pescina-ilaria-gennariEd era nato molto vicino a “casa mia” ! La voglia di tornare in qualche modo alle mie radici ha alimentato il desiderio di leggere questa storia. Mi piace molto anche il titolo e quel concetto di “confine” di cui tanto si parla e molto poco si comprende.

 

Tenace e prevedibile

il respiro del cielo alza il mare

e scende sulle pietre di confine.

Anch’io aspetto, clown,

l’etra notturna.

Questo orrore,

questa diversa natura dell’essere,

una marionetta a teatro

che scompare, riappare,

e la voce profonda che accompagna,

e canta la bellezza e il fondamento

della vita, quando essa s’annienta!

Odio più l’inganno del nulla.

Taccia la voce. Possono le labbra

morte parlare? Non si rifiuta

d’apparir la parola?

Ti ho costruita

ti ho voluta

non esistevi.

Non mi affrontare nemica,

non separarti da me.”

Giulia Bassani

zuerich_fraumuenster_st_peterIl confine di Giulia è la storia di due anime tormentate che a tratti si sovrappongono, fino a diventare una sola. Giulia è una donna moderna, piena di dubbi. Aspetta un bambino da un giovane idealista scomparso nel nulla nazista. Poetessa, intellettuale raffinata e piena di complessi nutriti in un rapporto con il padre di dipendenza psicologica e affettiva, Giulia incontra Silone, rifugiato politico in Svizzera, nello studio di Jung, lo psicoanalista  che a Zurigo spopola insieme ai migliori intellettuali del tempo. Silone-senzacarta è malato e alla ricerca di una sua identità personale, religiosa e politica, di una nuova appartenenza insomma, quasi a rielaborare le conseguenze della frattura con il Partito Comunista Italiano.

“Matteotti, e anarchici, socialisti, comunisti, repubblicani, italiani, tedeschi, svizzeri, francesi – e si calcola che una buona metà dei presenti siano senzacarta.”

Tra i due vibrano affinità elettive e infatti parlano delle loro opere, delle loro vite, dei loro  progetti. Parla soprattutto Silone mentre Giulia ascolta.

“Parlarono di libri. Silone prese da una cassa vicino al letto una copia dei Fratelli Karamazov…”

il-confine-di-giuliaDonna di classe Giulia, che ha fatto scelte pesanti, come quella di affidare, su spinta del padre, il proprio “Bimbo” ad una coppia slovena, negandosi anche l’esperienza materna. Ma i tempi erano quelli che erano e una donna nelle sue condizioni non aveva di fronte autostrade ampie e sicure da percorrere, nonostante la classe sociale di appartenenza (o forse proprio per questo…) La disperazione la travolgerà e Silone non potrà fare nulla per lei, come nulla ha saputo e potuto fare per suo fratello Romolo arrestato dai fascisti forse per recuperare i servigi del “collaboratore-comunista -Silone-dai-tanti-nomi”.

Interessante la festa a casa Simon, dove Silone introduce Giulia a tutto il bel mondo intellettuale e imprenditoriale di Zurigo. la narrazione procede per bozzetti curiosi di personalità gigantesche realmente esistite, come lo scontroso Brecht e  il grande Musil e di personaggi immaginari. Quali? Il gioco del Chi è chi? incuriosisce il lettore.

Il compito di raccontare gli eventi viene affidato ad una narratrice che ripercorrendo la sua vita  e la  sua giovinezza, ci  guida nell’esplorazione del mondo di Giulia. L’ ammirava  incondizionatamente e osservandola da lontano fino agli ultimi momenti cruciali, cercava di imitarne la classe e la bravura, pur riconoscendo la sua  condizione stellare, ben al di sopra di ogni  tentativo di emulazione.

La narratrice  dice di suo padre:

“Ci teneva all’aggettivo europeo: si vergognava di essere italiano. Ma quando si vergognò anche di essere europeo andò in America, a Boston, dove anche io vissi per molto tempo prima di tornare[…]Dopo la fine della guerra ci trascinò in America e non volle mai più tornare in Italia, neppure dopo la caduta del fascismo e la rinascita della democrazia. Diceva che la vita pubblica nel nostro paese sarebbe sempre stata intollerabile. Le classi dirigenti italiane non avevano cultura politica e avrebbero trasmesso la loro mediocrità al popolo. L’Italia sarebbe stata preda dei populismi e sarebbe sempre stata tenuta in ostaggio da piccoli e grandi capipopolo – e capimafia. La democrazia si sarebbe ammalata a causa dei demagoghi i quali, con i loro ricatti, avrebbero frammentato e indebolito la società e i suoi valori.”

 

Il romanzo parte da Giulia e termina con Giulia, lasciando nel lettore un senso di smarrimento in un vuoto sociale e personale. E Silone-compagno -intermittente cosa fa? Continua il suo cammino, aggiungendo sempre più mattoni al suo magnifico edificio di scrittore.

“Saprò riscattarmi. Non smetterò di lottare per i poveri e gli oppressi. Lo farò con i miei romanzi”

 

fontamara-siloneQuesto romanzo e la sua verosimile storia di un amore forse troppo cerebrale tra il rifugiato politico e la ricca borghese tormentata, nelle brume di una Zurigo opulenta e distaccata, ha acceso in me il desiderio di rileggere Fontamara che nel libro di Gallini fa da colonna sonora discreta, nelle sue varie versioni.

Ho recuperato la copia del libro dai vecchi scaffali e ho cominciato a leggerlo con una nuova consapevolezza, grazie anche a Il confine di Giulia.

Arrivederci a Fontamara!

 

 

L’autore

 

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“Il mio lavoro è arbitrario e, come ha scritto Vargas Llosa a proposito dei romanzi storici, avrei forse potuto evitare tutto questo spettegolare – avrei potuto evitare queste menzogne, anche se le ho scritte con cognizione di causa. Avrei potuto evitare di aggiungere un’altra narrazione alle molte già in circolazione – quelle degli storici, dei biografi, degli amici, degli avversari politici – spesso inconciliabili tra di loro e discutibili come quelle di un romanzo; e ai molti racconti, a volte imprecisi e reticenti, che lo stesso Silone ci ha lasciato nei suoi scritti autobiografici. Imprecisi e reticenti: per convenienza? Perché i ricordi sfumano con gli anni? Perché i nostri motivi non sono mai del tutto chiari neppure a noi stessi?” G.Gallini

 

 

 

Incontri speciali in sala d’attesa. Ignazio Silone &Co

ospedale Piove di Sacco24 Agosto Ore 15.00: Ospedale di Piove di Sacco, sala d’attesa del reparto oncologico. Sono al decimo anno di controllo, da quel lontano giorno in cui ho incontrato il cancro. Ora sto bene. Molto bene.

Sul grande televisore a muro scorrono le immagini di un dolciastro telefilm americano che non interessa a nessuno. A destra e a sinistra vedo facce di donne (soprattutto) e uomini, diversi ma tutti uguali, in attesa. Io ho il 5Rosso, non dovrò aspettare molto.

PioveMi alzo cercando le piante che ho sempre visto nella sala, ci sono, ma quest’anno vedo una novità: sul tavolinetto di fronte alla porta-finestra non troneggia più il grande bonsai, ma un bel mucchietto di libri a disposizione dei “pazienti lettori”. Click…

Wow! Che ideona! Mi piace! Come un’affamata comincio a toccarliSeverina_Silone e a  scorrere copertine e titoli: Maigret, Christie, Coe, e, guarda, guarda, una farfalla bianca che spunta tra le parole Severina di  Ignazio Silone, grande scrittore della mia terra d’Abruzzo! Lo prendo, torno a sedermi e comincio a sfogliarlo. Click…

Intanto la dottoressa chiama il 4Rosso (e il 3? Mi è sfuggito. Deve essere  entrato mentre sfogliavo distrattamente Panorama, o Il Venerdì? Non ricordo, ricordo che sorridevo leggendo l’articolo di Francesco Piccolo sulla patetica festa di chiusura del Bagaglino e quello sulla bellissima villa del ‘700 nel parco di Villa Pamphili a Roma (quello di Gheddafi e delle tende, ricordate?), dove si dice trascorra i suoi w.e. la famiglia Renzi)

tomba di SiloneFaccio due calcoli e decido che avrò ancora una mezz’oretta per leggere qualche pagina. Tra le righe di Ai piedi del Mandorlo, mi imbatto nella foto con appunti di Silone,  che ritrae l’angolo dove lo scrittore avrebbe voluto essere sepolto. Sotto il campanile da dove si vede la piana del Fucino. Di fatto il suo corpo giace un po’ più in là perché il campanile di San Berardo è stato distrutto (avevo un prozio che si chiamava Berardo, proprio di Pescina, ora che ci penso). Click…

Poi comincio a leggere Le ultime ore di Silone, di sua moglie Darina. Si parla di Romolo Tranquilli e di come la sua vita sia stata tragicamente condizionata dall’essere il fratello  di un antifascista-anticomunista-anti…

E leggo  della malattia di Ignazio e della sua volontà di arrivare lucido e consapevole al momento di lasciare questo mondo. Sembra ci sia riuscito.

Leggo alcuni episodi sul terremoto della Marsica del 1915, che causò migliaia e migliaia di morti. I sopravvissuti, tra cui   Ignazio e mia nonna, (Angelina Leopardi, che tante volte mi ha raccontato quella tragica esperienza),  furono trasferiti   in molti ospedali e collegi religiosi di Roma.

Così scrive (Ignazio)al fratello, alcuni mesi dopo il sisma, di ritorno dal seminario di Chieti (dove studiava) al paese natale distrutto:[2]

« Ahimè! son tornato a Pescina, ho rivisto con le lagrime agli occhi le macerie; sono ripassato tra le misere capanne, coperte alcune da pochi cenci come i primi giorni, dove vive con una indistinzione orribile di sesso, età e condizione la gente povera. Ho rivisto anche la nostra casa dove vidi, con gli occhi esausti di piangere, estrarre la nostra madre, cerea, disfatta. Ora il suo cadavere è seppellito eppure anche là mi pare uscisse una voce. Forse l’ombra di nostra madre ora abita quelle macerie inconscia della nostra sorte pare che ci chiami a stringerci nel suo seno. Ho rivisto il luogo dove tu fortunatamente fosti scavato. Ho rivisto tutto… »

 Leggo di come Silone  abbia desiderato fortemente tornare a Pescina  per riappropriarsi del suo spazio natale, e di come, una volta sul posto, se ne senta invece distaccato. Irrimediabilmente. Esperienza che molti “esuli” provano. Siano essi volontari o forzati.

5 Rosso!”

È il mio turno. Poso il libro, raccolgo le mie carte e vado.

“Buon giorno signora, come va? Tutto bene?”

“ Buon giorno dottoressa, Tutto bene, grazie, e lei?”

“ Bene, bene…” Che forte questa donna! Viso scolpito, sorriso timido che aspetta solo di essere innescato, mani energiche e sapienti che scrivono e… palpano. Poi, poche parole dense di  significato:

“Esami eccellenti, signora, anche la visita va bene. Arrivederci all’anno prossimo. Sono molto felice di averla rivista.”

“Arrivederci e grazie dottoressa, felice anch’io, non sa quanto …”

E.Pomilio-Il Sangue dei Fratelli. Con la macchina del tempo, in un tempo lontano…

clip_image002_thumb.jpgEmma Pomilio

Il Sangue dei Fratelli

Collana Enigma 2014

Fabbri Editore

mappa-roma-avezzano È proprio vero che invecchiando si tende a tornare indietro, alla propria infanzia e alle proprie radici. Vladimiro mi offre un’occasione in più consigliandomi il  libro di una scrittrice avezzanese che parla, tra le altre cose, dei Marsi, gente fiera e feroce proveniente dalla piana del Fucino…

 

clip_image003.jpgEmma Pomilio ripercorre alcuni fatti della storia Romana, di cui è grande esperta, plasmandoli in chiave letteraria e dunque adottando il metodo del romanzo storico, per raccontarci una bella storia, con personaggi di finzione in posti e periodi reali. 

Alcune  “personalità” realmente esistite appaiono nel corso degli eventi (Druso,Catilina, Mario, Silla…) e vengono utilizzate per dare maggiore credibilità ai personaggi inventati.

338px-Drusus_the_elder_bust_thumb.jpgPomilio ci racconta la storia di Marco Livio Druso e del suo schiavo/fratello Fausto. Tra battaglie super truculente, vendette di casta, nobili vigliacchi, schiavi super corretti e intelligenti, donne forti e determinate, siano esse schiave o libere o  liberate, la storia si sviluppa, tra Grecia, Roma e Italia, in un groviglio di intrecci e scambi di persona, fino a diventare, verso la conclusione, una specie di legal thriller alla romana dove ciò che è e ciò che sembra si sovrappongono, si scambiano e giocano tra di loro, fino alla conclusione auspicata dal lettore e già “intuita” all’inizio del racconto.

“A volte qualcuno mi chiede perché scelgo soprattutto personaggi di fantasia per i miei romanzi. La risposta è semplice:le vicende dei personaggi più celebri dell’antichità sono conosciute e il finale è scontato. A me invece piace inventare storie mie, senza contare il fatto che le vite delle persone comuni mi offrono la possibilità di descrivere meglio la società romana.

Le vicissitudini dei protagonisti di questo romanzo, comunque, si svolgono accanto a quelle degli uomini che hanno determinato la storia del loro tempo-come Mario, Silla, Druso, Pompeo, Crasso, Catilina, Lario il Giovane, Ponzio di Telesia-, in una ricostruzionestorica verosimile per quanto è possibile da parte di chi vive duemila anni dopo i fatti narrati.

Riguardo ai protagonisti marco e Tito Livio Druso, è bene precisare che, oltre al tribuno druso, non si conoscono altri Livi Drusi importanti in Roma in quel periodo.”E.P.

 

Crea un certo disorientamento leggere di rapporti familiari così complicati, di  fratelli e  sorelle che, più o meno consapevolmente,  intrecciano relazioni incestuose. Il tutto in una normalità che stordisce, insieme all’atteggiamento del popolo e dei  nobili  di fronte ad uno  stupro perpetrato da  un nobile romano. Se a subirlo è una  schiava è tollerato, anzi! Se a subirlo è una donna libera, l’onore del romano che si macchia di tale infamità viene  irreparabilmente compromesso.

Gli schiavi sono una razza inferiore e come tale possono subire di tutto e di più, anche se sono nati da un padre nobile. Incredibile ma vero. Il processo al giovane  potente  e “vigliacco” Marco Druso ne è la prova…

 

clip_image005.jpgIl contenuto di questo libro esercita un suo fascino nella rappresentazione di alcune popolazioni in lotta tra di loro per il potere o soltanto il diritto di esistere. Tra questi i Marsi selvaggi, i Sanniti implacabili e, su tutti i Romani, razza pura e dura senza paura, fiaccata solo dalla  ricchezza e dalla smania di potere.

La narrazione scorre più veloce e coinvolgente nelle parti chiaramente inventate, mentre risulta a tratti più noiosa e rigida nella descrizione di luoghi e fatti realmente accaduti.

livia-messalinaI personaggi femminili assumono uno spessore maggiore e più convincente rispetto a quelli maschili, meno sfumati e dunque più prevedibili.

L’ho letto comunque con piacere, anche perché mi ha dato la possibilità di confrontarmi ancora una volta con Vladimiro e le sue passioni, e di tornare ad Avezzano e alla piana del Fucino, casa dei “combattivi e indomiti” Marsi.

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