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T. De Mauro-IL GUSTO DELLA LETTURA. Privilegi di Girolibro Reading Club.

 

Girolibro-Gruppo di lettura in Biblioteca, e non solo… A Selvazzano Dentro

 

Girolibro Reading Club  di Selvazzano Dentro è in sosta forzata COVID, ma Whatsapp ci tiene in contatto. Anna condivide un piccolo dono prezioso che giro volentieri a tutti voi. Sono le riflessioni di Tullio De Mauro sulla lettura, quasi un memo affettivo per ricordarci che grande privilegio sia leggere e scambiarsi pensieri,  emozioni  e momenti di vita. 

leggindipendentedotcom

Leggere, potere leggere, avere il gusto di leggere, è un privilegio. È un privilegio della nostra intelligenza, che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica, allo sviluppo. È un privilegio della fantasia, che attraverso le parole scritte nei secoli si apre il varco verso l’esplorazione fantastica dell’immaginario, del mareggiare delle altre possibilità tra le quali si è costruita l’esperienza reale degli esseri umani.

È un privilegio della nostra vita pratica, perfino economica: chi ha il gusto di leggere non è mai solo e, con spesa assai modesta, può intessere i più affascinanti colloqui, assistere agli spettacoli più fastosi. Non c’è cocktail party, non c’è terrazza, non happening, non premiere che offra quello che chi ha gusto di lettura può trovare solo allungando la mano verso un qualsiasi modesto palchetto di biblioteca.

Non c’è Palazzo che valga quello di Armida, o quell’ hegeliano castello del sapere dalle cento e cento porte, dove suonano solo le quiete voci della conoscenza e della fantasia. E mentre altre esperienze si consumano nel ripetersi, nel leggere, invece, come ha detto una volta un poeta, dieci e dieci volte possiamo tornare sullo stesso testo, ogni volta riscoprendone un nuovo senso, un più sottile piacere.”   T. De Mauro, “Il gusto della lettura”

TE QUIERO-Poeticamente con Jaime Sabines. Per l’Autunno e per l’Amore

 


Jaime Sabines

Te quiero

Te quiero como para invitarte a pisar hojas secas una de estas tardes.

Te quiero como para salir a caminar, hablar del amor, mientras pateamos piedritas.

Te quiero como para volvernos chinos de risa, ebrios de nada y pasear sin prisa las calles.

Te quiero como para ir a los lugares que más frecuento, y contarte que es ahí donde me siento a pensar en ti.

Te quiero como para escuchar tu risa toda la noche.

Te quiero como para no dejarte ir jamás.

Te quiero como se quiere a ciertos amores, a la antigua, con el alma y sin mirar atrás.

Jaime Sabines

G.Gaber-C’ È UN’ARIA. Il “gusto morboso nel mestiere d’informare”

Ho visto due spettacoli di Gaber ed entrambi mi  hanno lasciato  un segno  indelebile.

Della mia vita in Abruzzo, da adolescente e poi da giovane donna, ricordo le canzoni  del repertorio  classico dei cantautori milanesi, mi viene in mente subito Porta RomanaE quelle “leggere” come Torpedo blu.

Poi, con la maturità arriva anche il tempo di un più convinto impegno  civile e il teatro canzone di Gaber mi accoglie nel suo humus con  il  primo incontro dal vivo a Messina. Emozioni al massimo al teatro Vittorio Emanuele. Un tuffo “artistico e urticante” nella politica e nell’attualità  Era  il 1985

Il secondo incontro è a Padova anni 90. Una fase nuova della mia vita e un ritorno a vecchie emozioni. Gaber è malato ma la sua performance risente solo  fisicamente  del peso della malattia. Gli occhi brillano come sempre mentre seduto, con la solita chitarra in mano, si staglia sullo sfondo buio  del palcoscenico.

Emozioni  moltiplicate. La vita mi ha spinto ad accumulare esperienze, a selezionare episodi, ad abbandonare persone, ma quella voce, quelle parole  sembrano sintetizzare tutto un mondo di contrasti e conflitti.

Oggi, ascolto alla radio una trasmissione  “impegnata” dove, a parole sagge su infodemia, razzismo, pericoli del rinascente fascismo, diritti calpestati, la brutta aria che tira nel mondo dell’informazione,  si alternano canzoni  dense di significato, tra queste C’è un’aria di Giorgio Gaber.

E subito  si riaccendono le emozioni intense vissute durante i suoi concerti.

Giorgio Gaber

C’è un’aria

Dagli schermi di casa un signore un po’ agitato

O una rossa decisa con il gomito appoggiato

Ti rallegran la cena sorridendo e commentando

Con interviste e filmati ti raccontano a turno a che punto sta il mondo

E su tutti i canali arriva la notizia

Un attentato, uno stupro o se va bene una disgrazia

Che diventa un mistero di dimensioni colossali

Quando passa dal video a quei bordelli di pensiero che chiamano giornali

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria

E ogni avvenimento di fatto si traduce

In tanti “sembrerebbe”, “si vocifera”, “si dice”

Con titoli d’effetto che coinvolgono la gente

In un gioco al rialzo che riesce a dire tutto senza dire niente

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria

Lasciateci aprire le finestre

Lasciateci alle cose veramente nostre

E fateci pregustare l’insolita letizia

Di stare per almeno diec’ anni senza una notizia

E in quel grosso mercato di opinioni concorrenti

Puoi pescare un’idea tra le tante stravaganti

E poi ci son gli interventi e i tanti pareri alternativi

Che ti saltano addosso come le marche dei preservativi

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria

E c’è un gusto morboso nel mestiere d’informare

Uno sfoggio di pensieri senza mai l’ombra di un dolore

E le miserie umane raccontate come film gialli

Sono tragedie oscene che soddisfano la fame di certi avidi sciacalli

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria

C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria

APPsì-APPno-Romanticherie tecno-meteorologiche

 

 

All’ improvviso dal cielo gonfio scroscia un getto  di acqua inclemente. Cerco  velocemente un riparo. Ma dove sono? Un velo nero d’acqua mi copre la visuale. Procedo a tentoni, inzuppata. Ecco i portici finalmente, ora mi sento al sicuro e aspetto tranquilla che tutto finisca.

Intanto scruto oltre l’arco antico, ascolto la musica potente del temporale, inalo estasiata l’odore pulito del selciato e la fragranza delle piante dissetate. La bellezza dell’imprevisto!

E invece no. Dietro l’angolo incombe l’onnipresente tecnologia. Evviva le app che prevedono il tempo minuto per minuto…Magari  ci aiutano a prevenire disastri (forse), ma certamente condizionano il piccolo utente gasato dall’ idea di  sapere se potrà uscire senza l’ombrello o se  dovrà aspettare che finisca il temporale o  se invece farà meglio a  rinunciare.

 

Anche il sublime piacere del temporale estivo diventa banale nella sua prevedibilità. Triste. Quanta poesia ci può essere invece nell’ essere colti di sorpresa.

Ma queste sono  solo  romanticherie…Domani  ho un appuntamento importante e vorrei uscire in moto… Pioverà? Dovrò rassegnarmi e andare  con la noiosa auto,  esasperata dalla  ben più noiosa ricerca del parcheggio?

Aspetta che guardo cosa dice l’app-meteo

 

Ti regalo un SOGNO, amica mia

 

Pollock

In questi giorni sei spesso nei miei pensieri. Tu sei nel bel mezzo di una lotta che richiede tanta forza e tanto coraggio, qualità  che ti appartengono da sempre.  Intelligenza, cultura, coraggio ed empatia fanno  di te una persona speciale.

Sei presente nei miei pensieri anche di notte, ed è infatti un sogno quello che voglio  raccontarti.

8 agosto 2020-h2.45  Sogno per un’amica

Decidiamo di raggiungere in bicicletta un posto che non so bene quale sia, forse l’università, forse la scuola, forse una sala convegni. Io mi porto dietro il mio  mal di schiena, tu i tuoi affanni, e forse una borsa carica di libri. Partiamo a fatica, ma tu sei più allenata. La strada è lunga. Mi pesa pedalare.

Raggiungiamo un quadrivio, ci fermiamo. Ma tu riparti subito. Stiamo per perderci, quando tu frettolosamente mi indichi la direzione: Via Vittorio Veneto,  strada  sterrata, cartelli sbiaditi. Tu vai avanti, io sono confusa, alla fine la trovo e la imbocco.

Ti vedo in lontananza, cerco di raggiungerti, ma temo di averti persa. Vado avanti dolorante e sghimbescia, raggiungo un gruppo di persone. No, tu non ci sei. È una famiglia.  

Ora sono  nel bel mezzo di una fitta rete di vicoli di un quartiere universitario, Padova? Venezia? l’Aquila? Entro ed esco dalle aule, attraverso negozi di un quartiere multietnico: cinese? arabo? libanese? (l’attualità mi accompagna). 

Finisco nella casa del proprietario di uno dei negozi. le stanze hanno i pavimenti coperti di tappeti celestini elettrostatici che, appena ci passo sopra furtiva e spaventata, si appiccicano alle mie scarpe. Sto profanando un luogo di culto. Tornano i padroni di casa, gentili e comprensivi mi aiutano a liberarmi e mi accompagnano verso l’uscita.

Ora sono dentro un’aula universitaria, compare “la proprietaria” (ma di cosa?), antipatica. Una ragazza e un ragazzo parlano con me. Io sono senza occhiali, carina, vestita di nero con stivali cannella. Li riconosco. Cocò è rimasta con me dopo il film.

Ho due telefoni, uno vecchio e uno nuovo. provo a chiamarti, sei scomparsa. Non trovo il numero giusto, ce l’ho ma non vedo bene, la rubrica è tutta confusa.

La bicicletta pesa. Il ragazzo mi corteggia. Io devo andare, sono nell’aula del convegno o una  piazza o la pista di un circo o  un’ aula magna. Non sei neanche qui. Devo proprio andare. Mi lasciano uscire, sono fuori, respiro e rassegnata penso di  tornare a casa.

Sembra notte, ma all’improvviso, tra sprazzi di luce crepuscolare, comincia a nevicare. io non ho più gli stivali ma un paio di infradito. Che follia questo clima! Luce, neve, freddo, caldo!

Voglio tornare a casa, ma con la bicicletta, il tempo pazzo e il mal di schiena è veramente dura. Chiamo qualcuno che mi venga a prendere in macchina? E la bicicletta? Riconosco la zona in cui mi trovo: Avezzano, forse Padova, forse Roma. In linea d’area sono vicina. Sì, è Avezzano, in cinque minuti sono a casa.

Tu sei sparita, irraggiungibile. A casa mi aspetta mamma. Ahi! la schiena picchia. Non ce la faccio più, devo alzarmi. 

F.Lorenzoni-I BAMBINI CI GUARDANO. Tutti parliamo di scuola, pochi la conoscono bene come il Maestro Franco.

 

i bambini ci guardano Lorenzoni

 

Non c’è niente di buffo in un bambino che spiega Aristotele. Così esordisce Raimo (La Stampa) nel suo articolo-recensione del “diario” I bambini ci guardano, del Maestro Franco Lorenzoni.

Maestri

Franco Lorenzoni è uno degli spiriti guida del Movimento di Cooperazione Educativa di Messina dove, negli anni 80, con Giovanna, Lillina, Santino e tanti altri insegnanti, ci ritrovavamo per discutere, esplorare, condividere  percorsi umani e pedagogici, con il comune  obiettivo di dare al nostro lavoro una forma tale che i nostri allievi potessero esprimere tutte le loro potenzialità di esseri umani e di cittadini consapevoli e assetati di conoscenza.

Ho un ricordo bellissimo di un’esperienza MCE, che mi portò a conoscere e interagire con Danilo Dolci, a leggere una sua poesia ad alta voce, di fronte a lui, quasi stupito di questa “esibizione”. Ci aveva portato la bozza di Palpiti 1985 (di nuovo in libreria: Palpitare di nessi, Ed. Mesogea, Messina, 2012), di cui chiedeva al gruppo una lettura partecipata.

Ho ancora la mia copia, che conservo con amore, ricca di sottolineature e appunti. Gli eventi della vita, inattesi, imprevisti e sempre troppo decisi a reclamare l’attenzione, non mi permisero di conoscere personalmente Franco, ma ne respiravo la presenza nei racconti-resoconti dei miei compagni di viaggio.

19_-Palpitare-di-nessi_-Ricerca-di-educare-creativo-Mesogea-Messina-2012-

L’articolo di Raimo, ha risvegliato quelle sensazioni. Mi ha stupito e confortato leggere una recensione sull’essenza della scuola, in un momento in cui sembra che non interessi più a nessuno coltivarne l’anima. In giorni in cui si assiste a “sperimentazioni” improvvisate, stupide e pericolose come quella del maestro di Foligno, forse figlio naturale di un tempo in cui tutto sembra accettabile, percorribile, imprescindibile. Tutt’altro tipo di maestro rispetto a Franco Lorenzoni.

bimbi e filosofia-kidsthinkaboutit

Raimo riassume il contenuto e la visione di Lorenzoni e si sofferma sull’aspetto introdotto dal titolo: con i bambini si può discutere di tutto, di filosofia, di matematica, ma ad una condizione: lasciare che i bambini stessi formulino il proprio punto di vista, lo espongano liberamente.

Lorenzoni e la scuola a cui si ispira lo ha sempre fatto. Tale missione educativa riesce solo ad un maestro che ascolta, che fa leva su una grandissima capacità maieutica e sull’interpretazione del suo ruolo come guida e facilitatore di processi e schemi di apprendimento, già esistenti nella struttura cognitiva ed esperienziale dei bambini.

Parliamo di più di scuola, ma non solo di esami, di tetti che crollano, di stipendi e frustrazioni dei docenti. Parliamo di come si insegna e di come ci si prepara a farlo. E agiamo di conseguenza. Oggi  più e meglio che mai.

10 Maggio 2020 per Silvia Romano e la sua mamma. MAMME E FIGLIE. Emozioni in musica, immagini e versi.

 

bentornata Silvia

Bentornata a casa, Silvia. Riaverti qui ci apre il cuore alla speranza e alla bellezza. In bocca al lupo per la tua “ripartenza” e quella della tua mamma.

 

Ogni volta che ascolto  la canzone di Carmen Consoli In Bianco e Nero non riesco a trattenere un’ondata di emozione e di amore assoluto,  che si trasforma in calde lacrime di nostalgia per una “raggiante Sicilia”.   Il suo  rapporto con la madre, trasmessa in immagini  struggenti  ed intense, in un bianco e nero  pieno di colore, mi riporta a mia madre e alle mie figlie.

Avrei voluto  dire tante cose a mia madre, mentre mi era vicino, ma eravamo entrambe  troppo prese da forze vitali diverse che ci  trattenevano su due binari paralleli, mai convergenti. Ora mi rendo conto  di quanto ho perso in quella relazione troppo silenziosa.

E pensare a quante volte

L’ho sentita lontana

E pensare a quante volte…

Le avrei voluto parlare di me…

In Carmen  vedo anche le mie figlie  e forse i loro pensieri quando ripenseranno a me, alla relazione tra noi donne vissuta all’interno  della famiglia, ma anche al loro rapporto con nonne e zie e cugine.

Famiglia ricca di  donne la nostra! Tante esperienze e personalità diverse, tante  Farfalle Sacre, come le chiama Stefania.  Le mie figlie avranno  molto su cui  riflettere, fantasticare, rimpiangere, piangere calde lacrime di nostalgia e amore. E confrontare le proprie emozioni con quelle dei propri  figli e così via nella ruota della vita.

Dal flusso  di emozioni  che solo la musica sa spingere all’esplosione si sono materializzate le parole di questa piccola poesia.

Madri

 

Per cosa  vivo,  oggi che sono vecchia?

Per ascoltare un trillo di telefono, dai figli,

Per respirar le loro  ansie e gioie

e dar consigli, dalla parte sbagliata.

Vivo per far da  appiglio e confortarli,

perché colgano ancora  il profumo

di qualcosa di vivo, in cui continua a palpitare

lo spirito  del focolare.

Voglio vivere per questo,

perché i miei figli vivano me, ora.

Ché è tempo ancora  di fare da rifugio,

del cuore e della mente.

Verrà il tempo dei ricordi, per loro.

Questo è per me vivere, allora.

E mi alimento, nell’attesa, degli  sguardi d’amore

e del tocco caldo delle tue mani e delle tue labbra.

I loro abbracci, tutti  insieme, diverranno

energica edera, con la presenza.

Da qui, li desidero.

Questo è per me vivere, ora.

O.F.

 

 

9 Maggio 2020- Festa dell’Europa-Covid 19, difficoltà economiche, crisi esistenziali, dolore. Ma l’Europa c’è.

 

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Il momento  non sembra particolarmente adatto a festeggiare. Troppi lutti stanno investendo la nostra amata Europa a causa del  Corona virus. Il confinamento  ci sta sfiancando e ci spinge a guardare il futuro con occhi  un po’ annebbiati. 

E tuttavia, proprio in momenti di grande difficoltà diventa necessario “festeggiare”  insieme l’Europa e tutto  ciò che rappresenta per noi cittadini: democrazia, libertà, cultura, benessere economico.  Noi siamo l’Europa.

Abbiamo fatto degli errori lungo un cammino faticoso e accidentato, ma abbiamo  modo e tempo di rimediare. E lo stiamo facendo, con  resilienza, orgoglio, chiarezza di visione e rispetto  gli uni  degli altri. A maggior ragione in un momento tragico come quello che stiamo vivendo.

Sarò  inguaribilmente ottimista, ma io continuo a crederci, perché ho fiducia nella capacità umana di imparare dagli errori.


LA MACCHIA ROSA- Fiori rosa, fiori di…ritorno ai giochi. Ci siamo quasi! Buon 25 Aprile.

Dalla mia finestra vedo spuntare con forza e allegria una piccola macchia rosa nel prato disordinato del parchetto vicino casa. Fiorellini che sprizzano energia e voglia di vita e giochi!

Buon 25 Aprile di memoria, speranza e resistenza!

 

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L’Aquila Zona Rossa, 11 anni fa per il terremoto oggi per Covid19. Un amore senza tempo.

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L’ Aquila- Collemaggio è tornata!

 

A undici anni dall’evento che ha stravolto L’Aquila e i suoi  abitanti, coinvolgendo tutto il mondo in un comune dolore, si cerca di capire dove siamo, quello che è stato fatto e quanto ancora c’è da fare per riportare la città al  suo antico  splendore di grande centro  culturale e civile.

Ogni anno rivivo con dolore la ferita, ma un’ indomabile speranza mi  porta a ravvivare il profondo sentimento d’amore e gratitudine che questa città mi ha suscitato  nei giorni spensierati  dell’ Università e dell’incontro d’amore fatale con l’uomo della mia vita.

E mi sembra di sentire il  chiacchiericcio allegro degli studenti sotto i portici e nelle aule affollate dell’Università. E mi sembra di respirare ancora l’aria frizzante e gioiosa, tra le strade strette del centro. E il cuore si lascia ammantare dall’ azzurro terso del cielo Aquilano.

Tutto questo oggi si confronta con una nuova, vasta zona rossa, fisica e  dell’anima. Il Covid19 è arrivato a far ripiombare L’Aquila e tutto il Paese in un silenzio  assoluto. Il terremoto ci ha devastato, ma non ha sconfitto l’indomito spirito Abruzzese. Il Covid19 ci sta trasformando, ci sta mettendo a nudo di fronte alle nostre fragilità e sta mettendo a dura prova la nostra capacità di reagire e di  reinventarci. 

No, non tornerà tutto come era prima, così come L’Aquila non sta rinascendo come era prima del terremoto. I grandi eventi che colpiscono gli esseri umani e il loro mondo  modificano nel profondo tutto ciò che incontrano per strada. A volte in meglio, a volte in peggio.

Io confido  solo nella capacità umana di non soccombere e di trovare strade, vecchie e nuove, per sopravvivere, ricostruire e ricostruirsi.

 

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