Cambio d’abito per Affascinailtuocuore. La scelta dell’INTESTAZIONE

l’Intestazione

Non si cambia un  abito per sempre! D’altra parte ve l’avevo  preannunciato:

“Peraltro ho  deciso  che  farò spesso dei cambi d’abito, aspettatevi dunque qualche altra giravolta.”

Intestazione, Header, Banner…chiamatela come volete, ma di fatto rappresenta la copertina del blog. Inizialmente ho deciso di  far valere la coerenza con il contenuto e le finalità del progetto di Affascinailtuocuore. Ho  fatto una foto  ad uno scaffale della mia libreria e l’ho “adottato” come intestazione. Mi piaceva l’idea di una foto autentica in cui  alcune delle mie letture testimoniavano  un percorso e una scelta.

headerlibri mieiSENZASCRITTO

Tuttavia la scelta mi è sembrata in seguito un po’ banale. Mi è scattato il desiderio di una foto che  riproducesse l’idea di fondo del blog, lettura e  condivisione, ma che fosse unica nel suo genere. Ho deciso allora di  esplorare il portfolio dell’architetta- fotografa Stefania Scamardi alla ricerca di una fotografia adatta. E l’ho trovata!

L'attenzione_463 (5)

 L’ATTENZIONE fa parte del  portfolio ” Streetphotography” di  Scamardistudio. Il bianco e nero mi affascina, i protagonisti mi riempiono di tenerezza. Il bimbo  guarda il libro con intensità, quasi  in  attesa impaziente che la mamma, o la sorella, o la zia, torni a leggere, distogliendo lo sguardo da un qualcosa che deve averla distratta per un momento  dalla lettura. Mi piace molto,  la scelta è fatta.

L’intestazione si mette un vestito nuovo, elegante, affascinante, intenso.

FORSE, FORSE è la canzone del primo amore…

 

peppermint twist

 

 

D’estate si fanno tanti giochi. Alla radio  va di moda interpellare gli ascoltatori  sulla canzone del primo amore. Mi  sento  coinvolta e ritorno al mio primo amore e alla sua colonna sonora.

Ho nove anni e mi sono innamorata di un  mio coetaneo, Pietro. Suo padre ha un negozio di generi alimentari sul corso,  molto vicino  a casa mia ma nello stesso tempo molto lontano. Il corso  è una zona proibita per noi bambini che abbiamo il permesso  di giocare solo intorno al nostro palazzo.

 

Ho scritto una poesia  d’amore per lui. La faccio  leggere a mia sorella maggiore che  rimane molto colpita. Ma cosa fa, la traditrice? Invece di custodire il segreto della sua dolce sorellina ne parla con i suoi  coetanei, la legge con loro  e  insieme  la commentano,  forse  ridendo di me:

” Caspita, a soli nove anni un amore così!”

 

Pietro, come tutti i bambini della sua età, non sembra molto interessato alle femmine. Io lo trovo bellissimo, unico. Qualche volta viene  nella nostra zona a giocare con gli altri maschi  del quartiere. Nelle serate d’estate, dopo  cena, noi ragazzini  usciamo  per prendere il fresco sotto casa, per giocare e per raccontarci storie dell’orrore.

 

A fine Giugno mia sorella-la-traditrice,  organizza una  meravigliosa festa per il suo compleanno invitando anche alcuni  bambini, tra cui Pietro (che l’abbia fatto apposta per me?). Io indosso un meraviglioso  vestito  a pois celesti, con la gonna ampia, stretta in vita, ideale per ballare e svolazzare per la stanza. Balliamo come pazzi il  ballo  del momento, ascoltiamo anche Forse forse di Adriano Celentano e io devo aver detto ai miei amici che quel disco mi faceva impazzire. Verso sera scendiamo in strada per le ultime chiacchiere.

 

Alle nove di sera, la festa è finita, sono tutti contenti e in famiglia ci affrettiamo a riordinare la sala, le sedie, la cucina  che torna ad essere cucina e non rifugio dei matusa mentre i giovani si divertono.  Sento bussare alla porta, è Walter l’amico del palazzo vicino. Timido e impacciato mi porge un disco  e mi dice: “te lo manda Pietro”. Rimango di sasso e penso: “se mi manda il mio disco preferito forse prova qualcosa per me”. 

 

Prendo il disco tra le mani, tremante,  dico a Walter di ringraziare Pietro e   lo saluto con un sorriso sognante.  Un’emozione profonda mi accompagna per tutta la notte e per molti giorni a seguire, durante i quali  il 45giri  fa lavorare il mangiadischi  a ritmo frenetico, voglio rivivere a loop  tutte le emozioni provate il giorno della festa. Dopo quell’episodio Pietro scompare fisicamente dal mio orizzonte, ma  io continuo  a cullare il mio sentimento, da lontano.

 

Alle medie iniziano le festine tra amici e in alcune di queste appare Pietro, sempre bellissimo e  scanzonato. Non si interessa a me. Anzi mi sembra di  capire che gli piaccia la mia migliore amica. Lascio che tutto vada per il suo verso. Il tempo guarisce ogni ferita  e anche  io  entro guarita nella piena adolescenza,  con un altro amore nella testa e nel cuore. 

 

Non so che fine abbiano fatto quei quattro versi nati dal primo incontro con l’amore.  Un amore così forte, così innocente, eppure così sconvolgente, nutrito anche da Forse, forse di Adriano Celentano, che  diventa così la colonna sonora  di un primo amore  incondizionato e poetico.

 

 

 

Forse Forse

Forse, forse tu mi lascerai
Senza dirmi dove te ne andrai
Forse, forse tutto finirà, ma resterà
Il mio amore per te

 

Forse un giorno piangerai
E mi cercherai
Io correndo incontro a te
Ti stringerò forte a me
Forte a me

 

Forse, forse io ti perderò
E per sempre non ti rivedrò
Forse, forse tutto finirà, ma resterà
Il mio amore per te

 

Forse, forse io ti perderò
E per sempre non ti rivedrò
Forse, forse tutto finirà, ma resterà
Il mio amore per te

 

 

 

Songwriters: Giulio Rapetti Mogol / Giovanni Marchetti / Carlo AndreoniForse forse lyrics © Universal Music Publishing Ricordi Srl.

 

 

 

Le piacevoli novità di Tuttolibri: il CRUCILIBRO

wp-16259345321283567289658905359241.jpg

 

Da tempo ho smesso di leggere  il quotidiano La Stampa. Oggi, non so  come mai, siamo tornati alle origini, forse perchè Tuttolibri ci ha strizzato l’occhio. Devo ammettete che sono rimasta piacevolmente colpita dalle sue novità editoriali, tra queste le pagine dedicate al crucilibro, questa settimana su L’età dell’innocenza di Edith Wharton, la bellissima recensione di Nadia Terranova  e la grafica Liberty.

Bisogna aver letto il romanzo per risolvere il cruciverba, bellissima idea. Speriamo che funzioni! Per chi  non  riuscisse a ricordare tutte le informazioni sul libro, la soluzione sarà disponibile nel prossimo numero di  Tuttolibri... Ottima promozione del romanzo, dell’inserto, del quotidiano e della cura per tenere il nostro cervello e il nostro cuore in allenamento.

La rilettura 

Nella recensione del capolavoro di Wharton Nadia Terranova illustra i timori e le reticenze di chi come lei  si appresta a rileggere un romanzo che li ha ammaliati da adolescente.

“Proverò le stesse emozioni? Ne scoprirò di nuove? Sarò delusa e triste per aver infranto un meraviglioso ricordo ?”

Di fronte ad una opera immensa come L’età dell’innocenza non poteva non succederle  ciò che è effettivamente successo: rileggere e rivivere con la stessa intensità e passione una storia universale che va nel profondo  dell’anima femminile  e del suo esistere nella società.

L.Tolstoj-ANNA KARENINA. Era di Maggio e tutto brillava, come la bellezza di questo grandioso romanzo.

 

Anna karenina Einaudi
Traduzione di Claudia Zonghetti, Prefazione di Natalia Ginzburg

 

Non so da dove cominciare. O sì, comincio da dove l’autore di Anna Karenina, Lev Tolstoj, ha cominciato:

“Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna modo suo”

Tutti i personaggi del capolavoro russo sono inseriti all’interno di una famiglia: quella d’origine, quella creata con un matrimonio più o meno combinato, quella creata al di fuori del matrimonio ma di fatto organizzata secondo le stesse dinamiche. Tutti i personaggi  di questo immenso romanzo sono a loro modo alla ricerca della felicità “familiare”.

Provano e riprovano, seguono la corrente o vanno contro le convenzioni come Anna e Vronskij, tradiscono, manipolano, soffrono, amano, odiano.  Tolstoj sembra proporci l’unione di Kitty e Levin come quella che meglio risponde ad un ipotetico  modello da seguire.

La scoperta della realtà porta alla felicità

La vita coniugale di Levin e Kitty è fatta di tante cose. Non solo  voli pindarici, non solo passione incontenibile, ma un rapporto  maturo con la realtà delle cose, la conquista di un equilibrio che porta a comprendere i bisogni l’uno dell’altro, senza rinunciare a sé stessi, alla propria individualità e alla libertà spirituale.

Storia diversa è quella di  Anna e Vronskij, i due amanti intorno a cui si dipana la storia. Felicemente e passivamente sposata con il grigio Karenin lei, nobile, celibe farfallone, amante della bella vita lui. Si incontrano per caso, si innamorano follemente l’uno dell’altra.  La loro ricerca della felicità è sofferta e pericolosa,  come una giostra fatta solo di montagne russe, di fiato sospeso, di passioni estreme. È complessa, perché poggia su un terreno fragile, pieno di fratture, di rinunce  e di ostacoli.

Non è facile uscire da un matrimonio strutturato secondo le più canoniche regole borghesi, scritte  per  mantenere l’apparenza integra in una società dove la corruzione e il tradimento sono all’ordine del giorno. Se ne può parlare, ci si può spettegolare sopra, ma non si deve mai rompere il patto che mantiene integra la facciata.

 

Anna Karenina il treno

 

Anna incontra Vronskij per la prima volta sul  treno dove ha viaggiato con la madre del bel conte. Il treno! Questo affascinante mostro  di ferro  roboante che gioca con la vita di Anna.

“Addio a voi, mia giovane amica, – rispose l’altra. – E fatevi baciare quel bel visetto. Ve lo dico con franchezza, da vecchia signora quale sono: mi avete davvero conquistata. Era, con ogni probabilità, una mera frase di circostanza, ma la Karenina parve credervi di tutto cuore e ne fu felice. Arrossí, si chinò leggermente per porgere il viso alle labbra della contessa, rialzò la testa, e con il solito sorriso che le guizzava fra le labbra e gli occhi porse la mano a Vronskij. Costui strinse la graziosa mano che gli veniva porta e si rallegrò, stupito, della presa energica e disinvolta, del vigore con cui sentí scuotere la propria. Poi la Karenina scese. Lesto, il passo reggeva con inusitata facilità le sue forme alquanto floride.” 

Data in sposa a Karenin molto giovane con un matrimonio combinato, quando Anna si rende conto  di essersi innamorata veramente e di non poter sopportare una vita di menzogne, sceglie un percorso di vita molto accidentato. Ma quanta sofferenza le costa! Tolstoj ci  mostra, come in una cronaca in diretta, quello che accade nella sua vita  e nella sua psiche. E con lui, anche  noi lettori,  accompagniamo Anna  verso il suo destino, passo dopo passo.

Anna ama leggere e capire

“Anna aveva comunque molta cura di sé e molto tempo dedicava alla lettura dei libri piú in voga, che fossero romanzi o opere serie. Si faceva mandare ogni singolo tomo che avesse meritato parole di lode nelle riviste e nei quotidiani stranieri ai quali era abbonata, e li leggeva con l’attenzione che solo la solitudine è in grado di concedere. Libri e riviste, inoltre, le servivano per approfondire ciò di cui si occupava Vronskij, tanto che era con lei che questi finiva spesso per consigliarsi su questioni di architettura e agronomia, sí, ma anche per lo sport o l’allevamento dei cavalli di razza. Pur stupito dalle competenze e dalla memoria di lei, da principio Vronskij si era mostrato diffidente e le aveva spesso chiesto conferma delle sue affermazioni, che Anna era comunque lesta a rintracciare fra i libri e a mostrargli.”

Dopo l’ammissione  della sua nuova situazione sentimentale, la storia del rapporto  tra Anna e suo marito Karenin testimonia in un modo, in fondo  molto attuale, le conseguenze sociali e individuali di una frattura amorosa. Tutto precipita all’interno della coppia e fuori: via l’amato figlio, via il riconoscimento sociale, via la certezza di un amore nuovo e duraturo; 

avanti invece con il disgusto crescente per il mondo  che circonda Anna, il distacco affettivo dalla piccola Annie avuta con Vronskij, la gelosia feroce, la consapevolezza che ormai  un’unica cosa rimane da fare: darsi la morte.  Anche per far soffrire l’amato per tutta la vita lasciandolo in preda a sensi di colpa che nessuna impresa riuscirà a cancellare. Nulla potrà mai cancellare dalla mente dell’uomo  il corpo straziato e sanguinante dell’amata Anna.

Punti di vista

Ovviamente ho seguito  le vicende narrate dal mio punto di vista femminile,  cercando un riscontro con quello  di un grande della letteratura mondiale  alle prese con la vita e le scelte delle donne. Mi sono ritrovata in alcuni atteggiamenti e stati d’animo  di Anna, Kitty, Dolly, Varenka, ho dunque condiviso la costruzione dei personaggi e la loro efficacia. In altre figure femminili, come le principesse e nobildonne salottiere e pettegole  manipolatrici, ho riscontrato  un’attitudine narrativa più “stereotipata”, che le rende quasi simboli senz’anima di un gruppo sociale,  ben lontani dalla profonda introspezione psicologica, soprattutto di Anna.

Storie in parallelo

Seguire la storia di Anna e quella di Levin  mi ha dato l’impressione di navigare due fiumi che, quasi per caso, a volte si incrociano, mantenendo sempre il proprio percorso. Mi aspettavo l’unica grande vicenda di Anna Karenina e ho trovato invece l’altra storia, quella di Levin e del suo mondo “naturale e spirituale” che mi ha affascinato  in egual misura.

Levin ci saluta così

“Questo mio nuovo sentimento non mi ha cambiato, non mi ha reso piú felice, non mi ha illuminato come sognavo. È stato come l’amore per mio figlio. Non ci sono state sorprese. E non so nemmeno se sia davvero fede, la mia. Di sicuro è un sentimento che ho conquistato con sofferenza e che ormai ha messo radici salde nel mio cuore. Continuerò ad arrabbiarmi con Ivan, il cocchiere, e continuerò a discutere e a fare commenti a sproposito, e anche il muro fra quanto ho di piú sacro io e quanto di sacro hanno gli altri, mia moglie compresa, resterà dov’è; continuerò a rimproverarla per le mie paure e a pentirmene subito dopo, e continuerò a pregare senza che la ragione possa capire perché lo faccio. D’ora in avanti, però, la mia vita – tutta quanta, ogni suo istante e indipendentemente da ciò che mi dovesse capitare – non solo non sarà insulsa come un tempo, ma farà del bene che saprò istillarvi il suo significato unico e imprescindibile».”

Anna, disperata, ci conduce verso il treno del suo destino

“Tutto brillava, al sole di maggio: i tetti di lamiera, la pietra dei marciapiedi, i ciottoli della strada, le ruote e anche il cuoio, il bronzo e la latta delle vetture. Erano le tre, l’ora in cui le strade sono piú affollate.[…] «Dov’ero rimasta? All’impossibilità di immaginare una vita senza dolore e a noi che tutto sappiamo ma che cerchiamo ogni mezzo per illuderci del contrario. Una volta che l’hai vista, però, la verità, che fai?» 

Conclusioni

“Come opera d’arte, Anna Karenina è la perfezione e nulla può esserle paragonato​​. Fëdor Dostoevskij»

Mi ritrovo completamente in questa definizione dell’opera. Anna Karenina è un universo letterario di  alta spiritualità, che soddisfa le esigenze dei lettori che amano scoprire le ragioni  di una scelta esistenziale, il ritmo della natura, le distorsioni  sociali, le grandi spinte politiche, il gioco  delle lingue e della comunicazione, il  gioco dei sessi, le dinamiche sociali che interferiscono  nelle vite private di uomini e donne. Insomma il romanzo di Tolstoj ti lascia un senso di ”sana sazietà”.

Tolstoj a Jasnaja Poliana

Non parlatemi più dei  film su Anna Karenina, ne ho visti diversi, ma tutti ormai mi sembrano così riduttivi!  E non è questione del trito refrain “il libro è meglio del film”, è proprio un altro universo! Il romanzo è ricco e articolato, la tensione narrativa non si allenta mai, in nessuna sua parte, ma ti accompagna in un percorso  lunghissimo tenendo  sempre acceso il desiderio di  vedere cosa succede alla pagina successiva.

E mi dispiace che sia finito. Giorno dopo giorno mi ero abituata alla compagnia  di Levin, Anna, Kitty, Oblonsky, Dolly, Laska  e principi e principesse, contadini e burocrati, bambini e bambine…cavalli, cani, paesaggi e odori che mi hanno sfiorato l’anima.  Un mondo  sfaccettato che emana una sola, unica luce di bellezza.

 

Frammenti da gustare 

La scelta è fatta. La lettera di Karenin a Anna, sua moglie

Nel corso del nostro ultimo colloquio Vi ho notificato la mia intenzione di comunicarVi quanto avrei deciso in merito all’oggetto della conversazione suddetta. Dopo attenta riflessione, è per onorare tale promessa che Vi scrivo questa mia. La decisione che ho preso è la seguente: quali che siano state le azioni da Voi commesse, non mi ritengo in diritto di sciogliere vincoli che ci uniscono per volontà divina. Non c’è capriccio, arbitrio o colpa di uno dei coniugi che possa segnare la fine di una famiglia, dunque la nostra vita riprenderà il suo corso consueto. È necessario a me, è necessario a Voi ed è necessario a nostro figlio. Sono assolutamente convinto che siate già pentita e a lungo Vi pentirete di quanto ha funto da pretesto a questa mia, e che non esiterete a offrirmi il Vostro appoggio per estirpare, per sradicare la cagione dei nostri dissapori e dimenticare quant’è accaduto. Se cosí non fosse, lascio che immaginiate quale destino attenda Voi e Vostro figlio. Di tutto, però, conto di poter discutere al nostro prossimo incontro. Giacché la stagione della villeggiatura si avvia alla sua conclusione, Vi esorto a fare ritorno a Pietroburgo il piú presto possibile e non oltre martedí prossimo venturo. Provvederò a disporre ogni dettaglio del Vostro viaggio. Vi prego di considerare che tengo particolarmente a che quest’ultimo mio desiderio venga esaudito. A. Karenin P.S. Allego a questa mia i denari per eventuali spese.” 

Niente liceo per le donne, parola di  Vronsky

A lungo non si capacitò di come parole inoffensive e di nessuna importanza per entrambi avessero scatenato quel putiferio. Invece era proprio cosí. Tutto era iniziato perché lui si era permesso un commento sprezzante riguardo ai licei femminili – che reputava inutili – mentre lei ne aveva preso le difese. Oltre ad aborrire l’istruzione femminile in genere, Vronskij aveva aggiunto che Hannah, la piccola inglese che ormai era la pupilla di Anna, non aveva alcun bisogno di conoscere la fisica. E lei si era sentita punta sul vivo. In quelle parole aveva colto lo scherno profondo di lui verso ciò a cui lei si dedicava con passione, dunque si era sforzata di trovare una battuta che lo ripagasse per il male che le aveva fatto.

La scuola

 “Il popolo russo è a un livello talmente infimo dell’evoluzione morale e materiale, che non può che opporsi a ciò che non conosce. In Europa le cose funzionano perché anche la gente comune ha una certa istruzione. Insomma, dobbiamo mandarli a scuola, i russi. – E come facciamo? – Ci servono tre cose: scuole, scuole e ancora scuole.” 

Il vecchio e il nuovo, questione di giacche e di divise

“Anche quanto all’aspetto gli astanti si dividevano in due gruppi ben distinti: i vecchi e i nuovi. I vecchi indossavano per buona parte vecchie giacchette abbottonate fino all’ultima asola con tanto di spadino e cappello, oppure strane uniformi militari della Marina, della Cavalleria o di Fanteria. Erano tutte divise che si usavano una volta, con le maniche un po’ a sbuffo, ed erano tutte troppo corte e troppo attillate, quasi che chi le portava ci fosse cresciuto dentro all’improvviso. Le giacche dei giovani, invece, erano lunghe in vita, larghe sulle spalle e aperte su un panciotto bianco, e finivano con colletti alti e neri ricamati con il lauro del ministero della Giustizia. Ai giovani appartenevano anche le poche uniformi di corte che occhieggiavano qua e là tra la folla. Tuttavia, la ripartizione fra vecchio e nuovo non dipendeva dall’età e con l’età non coincideva. Per quel che vedeva Levin, alcuni giovani sostenevano il partito del vecchio mentre alcuni fra i piú vecchi confabulavano con Svijažskij ed erano, si vedeva, accesi fautori del nuovo.”

Politici e processi, le cose non cambiano

“Come? – Che cosa? – Chi? – La delega? – Di chi? – Come come? – L’hanno respinta? – Non è questione di deleghe, no… – Hanno escluso Flerov… – Perché è sotto processo, dite? – Scusate, ma di questo passo nessuno potrà piú presentarsi! Che porcheria! – Porcheria? È la legge!”

La stampa!

 “L’unanimità della stampa è della stessa risma. Scoppia una guerra e le tirature raddoppiano: cosí mi è stato spiegato. Dunque perché non scrivere dei destini del popolo, degli slavi tutti e via discorrendo? – Molti giornali non godono dei miei favori, ma quanto dite è ingiusto, – obiettò Sergej Ivanovič. – Fosse per me, metterei una condizione, – continuò il principe. – E l’ha scritto benissimo Alphonse Karr prima della guerra con la Prussia: «Credete che la guerra sia necessaria? Benissimo. Chi chiama alla guerra si arruoli in prima linea, in un apposito reggimento, e vada all’attacco! In testa a tutti gli altri!» – Li vorrei vedere, i giornalisti! – rise fragorosamente Katavasov, immaginandosi certi suoi amici in quel frangente. – Scapperebbero a gambe levate! – disse Dolly. – E sarebbero solo d’intralcio. – Vorrà dire che chiuderemo le vie di fuga con una mitraglia o uno squadrone di cosacchi con la frusta in mano, – disse il principe. – Mi scuserete, principe, ma la vostra è solo una battuta, e anche di pessimo gusto, – disse Sergej Ivanovič. – Non credo affatto che sia una battuta, – esordí Levin, ma il fratello lo interruppe. – Ognuno è chiamato a svolgere il proprio ruolo all’interno della società, – disse. – Quello degli uomini di pensiero è di dare voce all’opinione pubblica. Mentre il grande merito della stampa è l’espressione piena e unanime della pubblica opinione, che è già un fenomeno apprezzabile di suo. Vent’anni fa non avremmo osato aprire bocca, ora invece alziamo la voce, siamo pronti a levarci come un sol uomo e a offrirci in sacrificio per i fratelli oppressi. È un passo importante ed è indizio di forza. –”

Gli interessi  e le capacità di Anna: l’ospedale

“ Anch’io me ne interesso, certo! – rispose Anna a Svijažskij, che si mostrava stupito delle sue competenze. – Il nuovo edificio deve armonizzarsi con l’ospedale. Invece è stato pensato in seguito e iniziato senza un progetto preciso. Vronskij finí di parlare con l’architetto, raggiunse le signore e le condusse all’interno dell’ospedale. Se fuori stavano ancora intonacando il pianoterra e rifinendo i cornicioni, il piano superiore era ultimato o quasi.

Salito l’ampio scalone di ghisa, entrarono in una prima sala molto ampia. Le pareti erano stuccate a imitazione del marmo e le finestre – enormi, in pezzo unico – erano già al loro posto; restava soltanto da ultimare il pavimento in legno. Gli operai che ne stavano giusto piallando un riquadro lasciarono il lavoro per sciogliere i legacci che avevano ai capelli e salutare i signori. – Questa è la sala d’aspetto, – disse Vronskij. – E qui metteremo il bancone, un tavolo, uno scaffale e niente piú. – Per di qua. Sta’ lontana dalla finestra, Dolly, –disse Anna, che controllò se la vernice era ancora fresca. – È asciutta, Aleksej, – aggiunse. Dalla sala d’aspetto guadagnarono il corridoio. Lí Vronskij mostrò loro un nuovissimo sistema di ventilazione.

Fu poi la volta delle vasche in marmo e di letti con strane molle. Poi, uno dopo l’altro, toccò alle varie corsie, alla dispensa, al ripostiglio per la biancheria, alle stufe ultimo modello, a carrelli che avrebbero portato il necessario senza fare il minimo rumore e a molto altro ancora. Da seguace ed esperto di ogni modernità, Svijažskij ebbe parole di lode per ogni cosa. Dal canto suo, Dolly sgranava gli occhi di fronte a ogni novità e, desiderosa di comprendere, non lesinava domande a Vronskij, che le accoglieva con palese compiacimento. – Credo che sarà il primo ospedale costruito con tutti i crismi in Russia, – sentenziò Svijažskij.

continua a leggere Anna Karenina-Piccoli assaggi sparsi

Nuovi significati per parole vecchie, al tempo del Covid: LANGUISHING nel monologo COME MI SENTO? BOH, di Stefano Massini. Ma che vuol dire?

 

dizionari per massini

 

Cambridge Advanced Learner’s Dictionary– da To languish: to exist in an unpleasent and unwanted situation, often for a long time.

Il Ragazzini 2007To Languish: Languire, venir meno, infiacchirsi, struggersi.

 

Massini

 

Le due definizioni si integrano perfettamente nel monologo  “Come mi sento? Boh” – Il racconto di Stefano Massini (la7.it)

In questo lungo periodo COVID ci sentiamo proprio così: 

infiacchiti e languidi,

esistiamo,

dentro una realtà 

sgradevole e indesiderata,

da troppo tempo ormai! 

eurofestival

Ma arriverà sicuramente la “scossa” che ci ridonerà l’energia  fisica e mentale  per vivere al meglio.  Un piccolo brivido è già arrivato con il rock dei Maneskin, vincitori assoluti dell’Eurofestival!

 

D. Di Pietrantonio-MIA MADRE È UN FIUME, nel mondo arcaico d’Abruzzo: “Ci sediamo davanti al camino e raccontami, -dice.”

Madre e figlia tessono insieme la tela dei ricordi e dell’amore, attraverso conflittualità da sempre presenti nel loro rapporto. La malattia fa riemergere tali criticità e obbliga la figlia ad invertire i ruoli  e a mettersi nei panni  di chi deve accudire e amare, a prescindere.

Il percorso non è facile. Questo inaspettato e nuovo rapporto tra i due corpi è di difficile gestione. La figlia non ha mai ricevuto  abbracci  e carezze dalla sua mamma, contadina abruzzese dura e lavoratrice. Non c’era mai, era fuori a lavorare, a sporcarsi le mani. Tornata a casa di sera,  proseguiva con le faccende domestiche tralasciate per lavorare nei campi. Nessuna smanceria era concessa. Il mondo  maschilista e patriarcale non prevedeva carezze.

Ma le nostre madri ci amavano e si prendevano cura del nostro presente e del nostro futuro.

“studiate, dovete rendervi indipendenti con il vostro lavoro!”

Io non chiedevo di piu a mia madre,  mi sembrava che già facesse abbastanza. E non ricordo baci e abbracci, ma la sua calda presenza mentre facevo i compiti in cucina e mi aiutava a scrivere i famosi pensierini che la maestra ci assegnava. Intanto lavorava e confezionava meravigliose camicie per clienti facoltosi ed eleganti. Confesso la mia parzialità “territoriale”. Le storie di Donatella mi appartengono, in molti modi. Condividiamo l’ Abruzzo terra d’origine e tante esperienze generazionali legate al territorio in cui siamo nate e cresciute.

Di Pietrantonio ci invita ad ascoltare il racconto della vita di Esperina Viola, quasi a voler mettere dei punti fermi non solo  nell’esistenza di una madre, ma anche in quella di una figlia che ora ha bisogno di capire cosa sia l’amore materno e come relazionarsi con  la nuova identità di una madre che lei non ha mai sentito  vicina.

Nei  momenti preziosi  di lucidità dalla malattia incalzante, la madre invita la figlia a raccontare. La magia delle parole evoca ricordi e sentimenti, come fossero state scritte con l’ inchiostro simpatico.

“La sua memoria è adesso un manoscritto a inchiostro simpatico, lo sfoglio pagina per pagina e ci passo la fiamma vicino perché le si riveli. Mia madre a volte non vuole. Allora guardo i fogli da fuori, chiusi sul mistero della loro indisponibilità. Nascondono contenuti all’apparenza neutri che la malattia ha deciso di proteggere nell’indicibile. Non è casuale. Se avvicino certi nodi lei ha paura, si difende subito col non mi viene in mente e respinge il mio aiuto.”

Ciò che tiene desta l’attenzione di Esperina, nonostante frequenti momenti di  assenza, è dunque  il racconto  della sua famiglia, a cominciare da Fioravante Viola suo padre. E dai ricordi che affiorano  emergono anche per lei  “buchi” affettivi e nodi irrisolti. La vita è un giro di giostra, tutti pensiamo che la nostra esperienza sia e sia stata unica, ma quando entriamo in relazione con il mondo degli altri ci rendiamo conto  che così non è.

Mia madre è un fiume. Erano un fiume i suoi capelli scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso, onde a cascata sul seno, li pettinava la sera, dopo tutte le fatiche. Camminava e cantava, il fiume a fluttuare nel vento, ma solo qualche volta, di solito li raccoglieva in una crocchia. Intorno ai trent’anni tagliò i capelli per sempre, divennero insignificanti, pratici. Era un ruscello.

Era un ruscello. Ne scorreva uno non lontano da casa sua e nelle più serene notti d’estate apprezzava la cascatella dalla finestra aperta, mentre i cani stavano zitti. È un fiume di vecchi ricordi salvati, che ripete a tutti. Ci si afferra forte perché la sua storia non deflagri. Restano pochi, adesso. Mi occupo della supplenza, sono il suo scriba. Mia madre era un fiume di parole, ora di frasi stereotipate. Quanto cresce Giovanni, chi non si muove non mangia, che freddo stamattina. Al telefono chiede di continuo dove mi trovo. Sapermi al lavoro la rassicura. È stata la cifra della sua vita.

È un fiume in secca, la neve dei pioppi lo sorvola. L’ombra dei sassi cade sul letto bianco, crepato. Qua e là una pozza d’acqua ancora, ferma e densa, lambita dagli insetti. Fa odore di morte.”

Ed io ricordo il “fiume” di mia madre, i suoi  capelli sciolti, rossi come quelli delle donne ritratte dai  Preraffaeliti. Li portava sempre legati in una treccia, lucida e sontuosa, una acconciatura che accentuava i suoi meravigliosi occhi verdi,  su un viso  lentigginoso e bellissimo. Una delle pochissime volte che li ho visti  sciolti in libertà era  su una barella, appena uscita dalla sala operatoria del grande ospedale romano, ancora stordita dall’anestesia, dopo l’ intervento al seno.

Colledara, Teramo- Abruzzo

Tanti echi in questa storia, echi di  Fontamara e la co-gestione dell’acqua, bene prezioso; la fatica della terra, la boria e la prepotenza di padroni e mezzadri. E sento anche l’eco di  una storia recente e Americana, Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, madre e figlia in una stanza d’ospedale sembrano ripercorrere la stessa strada di Esperia e di sua figlia, a ruoli invertiti, figlia malata e madre che l’assiste.

Oltre il filo conduttore dominante ci sono nel libro tanti piccoli spaccati  sulla famiglia e sulla società di un piccolo paese di montagna nell’immediato dopoguerra. Si parla di emigrazione, di lunghe camminate a piedi per andare a scuola, di case da ristrutturare, di animali, di amori e dolori, del boom economico, dell’acquisto della prima macchina e tanto altro ancora. Insomma il  contesto  determina in modo chiaro  la nascita e l’evoluzione dei rapporti sociali, del lavoro maschile e femminile, dei rapporti tra familiari  e amici, tra madre e figlia, come nel caso delle nostre protagoniste.

Tutta la storia è in fondo una rincorsa verso  il recupero  di un’ identità condivisa, accettata e aperta a possibili ulteriori sviluppi.

“Tu sei Esperina Viola, mia madre. Come una viola sei nata il venticinque marzo 1942 , in una casa al confine tra i due piccoli comuni di Colledara e Tossicia. Sei figlia di una licenza militare, e anche qualcuna delle tue sorelle”

Mia madre è un fiume è una storia da leggere con serenità, una storia che parla delle devastazioni dell’Alzheimer, con sofferenza ma anche con equilibrio, suggerendo quasi una terapia familiare che vuole salvare  il salvabile, accompagnando lo spegnimento graduale della memoria tra dolci ricordi, perdita di senso, momenti di sconforto e sempre più rari attimi di lucidità.

Assaggi

(Ricordo condiviso) Le nostre canzoni abruzzesi- “Esibivi al pubblico delle tue sorelle con alcune canzoni nostre, come Vola vola e Tutte le funtanelle se so’ seccate. Ricordi solo qualche verso di Vola vola. No, non è perché non hai più memoria, l’altra non ti piaceva, era troppo triste per i tuoi gusti. Se vuoi cerco il testo. Magari facciamo un duetto, però non sono brava”

Sanremo- “Impazzivi per il festival di Sanremo, ci campavi di rendita tutto l’anno.”

(Ricordo condiviso) Uccidere il maiale- “Il maiale deve morire d’inverno, quando il freddo inchioda le albe e taglia la faccia. Sono accadute gelate di cristallo e la luna è buona.” Quando avevo l’età di Giovanni era festa grande, giorno di grazia e di abbondanza. Partecipavano tutti i parenti,  se non  li  invitavi  si  offendevano  e se li invitavi ti si mangiavano un quarto di animale. Papà rotola su un letto di pepe tritato le lonze già tenute sotto sale e lavate con il vino. Ci passa le mani tutt’intorno per far aderire la polvere alla superficie. Starnutisce a raffica e si augura salute da solo. Fra poche settimane chi non possiede una scrofa andrà a comprare due rosei maialini dalla coda arricciata e comincerà un nuovo anno suino. Per quattro stagioni saranno allevati al sacrificio, perché un altro giorno così accada.”

Foto di migranti- “Questo invece è lo zio Umberto, giardiniere in Svizzera. Proprio buffo: un contadino avvezzo a tirar su piante commestibili per uomini e animali si aggirava leggiadro tra siepi e aiuole, intento a potare le rose. Una volta stava tagliando il prato di un condominio quando un violento starnuto gli fece schizzare la dentiera dentro una finestra aperta a piano terra. Nessuno in casa, gli toccò entrarci alla chetichella per recuperare la preziosa, tremando al pensiero dell’inflessibile polizia elvetica. L’attesa del ritorno era nell’aria per settimane, tu sorridevi sempre, persino il nonno era meno agro, i cani in allerta. Ed eccoli, la sera, stremati dal viaggio in treno, autobus”

Il sogno del migrante- “Dopo cena tutti accanto al fuoco, un po’ più loquaci del solito, con la luce alterna della fiamma sui volti segnati da stanchezze differenti. Scucivi pazientemente il malloppo dalla fodera interna della giacca. Erano i soldi per andare via, un giorno, comprare una bella campagna tutta d’un pezzo, senza pietre e senza ripe, da poter lavorare con il trattore e forse anche irrigare.”

La tristezza di chi resta- “Così le partenze dei padri significavano ogni volta addio, lutto, tradimento al cuore.”

Lettera dello zio dalla Svizzera- “Venerdì mi ha fatto male il dente del giudizio di sotto e la notte abbaiavo come un cane Sabato mattina un compagno mi ha portato da una dentista femmina che conosce lui e il dente non si voleva addormentare perché stava infiammato allora lei mi ha tirato un cazzotto per non farmi strillare e me la cacciato con uno strappone quella diavola Qua le femmine fanno quello che gli pare fumano le sigarette per la strada bevono la birra e rispondono agli uomini per di più portano i pantaloni Perciò è meglio se tu qua non ci vieni come avevamo detto che forse l’anno prossimo ci potevi venire e entrare a fare le pulizie all’ospedale dove ci conosco uno che ci poteva parlare con i capi”

Il multitasking femminile aiuta a dirottare il pensiero altrove- “Assisto, nell’inutilità. Immagino quello che l’aspetta e tremo per me. È sempre così, alla fine. Erigo le difese, alleno la mente. Mi sfido a ricordare la storia che Giovanni ha studiato ieri, nel frattempo cerco la pratica edilizia per l’ufficio tecnico del comune di Atri. Nel 486 a.C. muore Dario. Il figlio Serse tenta di nuovo la conquista della Grecia. Non trovo il progetto, dove l’avrò messo. Le poleis stringono un patto di alleanza. L’esercito persiano si dirige verso Atene.

Eccolo, la tirocinante mi ha lasciato tutto pronto sull’altro tavolo. Dopo alcuni giorni di aspri combattimenti al passo delle Termopili, i trecento spartani comandati dal re Leonida soccombono alla schiacciante superiorità numerica del nemico. Chiudo a chiave lo studio, il manico della borsa mi scivola dalla spalla sull’avambraccio e mi cade la cartella. Pagina successiva per le scale: le triremi greche erano lunghe quaranta metri e larghe cinque, avevano tre file di duecento rematori e potevano. “Oggi non basta la storia, ho paura. Mi serve un esercizio più stupido, meccanico.”

(Ricordo condiviso) La campanella del gelataio Domenico-se-ne-va- “Alle quattro in punto dei giovedì pomeriggio d’estate passava con la seicento multipla verdone il gelataio matto di Cellino Attanasio. Sentivamo l’altoparlante gracchiare la saltarella pizzicarella già a qualche curva di distanza da casa e correvamo, tutti i bambini del vicinato, ad aspettarlo sulla strada con gli spiccioli sudati in mano o, se ci mancavano, qualche uovo preso per tempo. Teneva il gelato in un contenitore di legno chiuso da un coperchio e avvolto da vecchie tovaglie, per conservare il freddo. Si sfidava a vendere la sua delizia artigianale dalle improbabili tinte pastello in un’ora al massimo. Oltre a cornetto o coppetta ci faceva scegliere i gusti per finta, che poi erano uguali perché da fragola a pistacchio cambiava solo il colorante. Ricordo un sapore di nulla, di ghiaccio filato, ma non ci rinunciavamo. A volte lo ha gradito anche il nonno Rocco, oggi mi ci va, diceva, una bella gelata. Tuo suocero, no, adesso non c’è più. E quando lo abbiamo sorpreso a mangiare la nutella di nascosto? A cucchiaiate, proprio. Usava quello da minestra, mica il cucchiaino da caffè. 

(Ricordo condiviso)Il sonno del compagno Pietro- “Anche adesso, mentre piove di notte, resto un po’ sveglia ad ascoltare, che batte sulla strada, sul tetto di fronte, sui vetri se il vento l’accompagna da questa parte. Allora mi godo la casa e lui accanto, che dorme. Forse gli penetra acqua nei sogni. Entro nell’orbita del suo viso, sono testimone del respiro. Tra cartilagini deviate, mucose ipertrofiche, passaggi ostruiti, l’aria suona in cerca della via, s’interrompe, riprende, accelera, si calma. La sento, tifo per lei dove più fatica a entrare, resto con il fiato sospeso se si ferma, ricominciamo insieme Quanto lavora nella notte per restare nato. E io, nel suo sonno ignaro, gli rubo l’alito che espira. Questo strano prezioso compagno, che sempre posso perdere, solo un poco mi appartiene.

Mia madre era una farfalla- “Mia madre era una piccola farfalla dal corpo tozzo, l’esperia, con le ali corte e il volo a scatti. Sognavo di poter toccare la sua povera bellezza. È stata il principio di tutti i miei desideri, la madre di ogni solitudine.”

Evergreen San Valentino-R. Vecchioni-MI MANCHI. Sul mio tram chi entra resta…

La domenica spalanca la porta  ai sentimenti. Oggi, San Valentino, più che mai. Cercando le canzoni di  Charles Trenet per la recensione di Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin, ho incontrato Roberto Vecchioni e il suo  meraviglioso “film in tre minuti”Mi ManchiE il tram scivola sulle rotaie…

Mi manchi
Così a distanza d’anni aprì la mano
E aveva tre monete d’oro finto
Forse per questo non sorrise
Forse per questo non disse “ho vinto”
Richiuse il pugno, roba di un minuto
Per non sentirlo vuoto
E mi manchi.
E la ragazza fece op-là una sera
E fu un op-là da rimanerci incinta
Vestì di bianco ch’era primavera

E nella polaroid sorrise convinta
Fecero seguito invitati misti
e dodici antipasti
E mi manchi, mi manchi, e mi manchi

E quando dodici anni fa dal bagno
Gli disse “è tardi, devo andare…”
Pensò che si trattasse di un impegno
Non dodici anni senza ritornare
Da allora vinse quasi sempre tutto
E smise di pensare
E mi manchi, mi manchi, e mi manchi

Ma finché canto ti ho davanti
Gli anni sono solo dei momenti
Tu sei sempre stata qui davanti.

Roberto Vecchioni (1979)

3-Serie CdC- A. Hitchcock- WHISKY SPECIALE. Un racconto giallo nella migliore tradizione letteraria.

 

Il maestro Hitchcock offre un piccolo capolavoro alla Domenica del Corriere. WHISKY SPECIALE è un perfetto esempio di short story, con finale a sorpresa condito con l’usuale ironia amara di Hitchcock.

Entriamo in medias res con l’ingresso del protagonista Mannering nello studio del dottor Hilroy dove prende vita un’interessante discussione sui libri gialli e su quanto il dottore sia appassionato di questo genere.

A suo modo anche Mannering è appassionato e esperto del genere, da un punto di vista tutto  suo, il punto di vista di un contabile che si è cacciato in un guaio  terribile per il  quale si trova il fiato sul collo dell’implacabile Brewer-revisore-dei-conti.

 

Hitchcock presenta…in TV

 

La silhouette era inconfondibile, il profilo panciuto. La celebre caricatura della sigla dei telefilm Alfred Hitchcock presenta, l’aveva realizzata lo stesso regista. Un marchio di fabbrica, che divenne familiare per milioni di spettatori, e spiega bene come il maestro del brivido che esplorava angosce e le zone più buie dell’animo umano, non rinunciasse mai all’ironia.

“Signore e signori, buonasera” diceva sulle note della Marcia funebre delle marionette di Gounod, e immediatamente lo spettatore veniva catturato nel suo mondo, dove niente è come appare. Ventitré minuti per sviluppare trame perfette, misteri con risvolti sorprendenti versione bonsai. Parlando della serie, fu lo stesso autore a spiegare: “Riporta il crimine in casa, dove esso risiede”.La Repubblica

La sindrome NAD (Natale a Distanza) colpisce tutti…Non solo Expat!

A dicembre 2019 scrivevo il post Expat e feste natalizie. Videochiamate, sorrisi, tenerezza e malinconia delle feste a distanza. Ma quest’anno va meglio. Mi dispiaceva passare un altro Natale lontano dai miei cari, ma facevo di necessità virtù.

Oggi, 12 Dicembre 2020, mentre  rileggo il post, mi rendo conto di provare gli stessi sentimenti,  ma la realtà intorno a me è radicalmente mutata. Oggi  tutti noi stiamo vivendo nel Mondo Nuovo COVID, dove non sono più solo i genitori di figli Expat a soffrire della sindrome da NAD, ma  milioni  di  Italiani sono in crisi per come, dove, con chi e senza chi celebrare le festività, secondo i dettami dell’ultimo DPCM.

COVID ha stravolto  le nostre vite e  le nostre tradizioni, ma non la nostra umanità e la nostra capacità di  discernere. Se il numero dei decessi continua a crescere e gli ospedali aprono nuovi reparti di terapia intensiva COVID, perché affannarsi dietro i riti consunti del festeggiamento a tutti i costi, sulla neve o in crociera o altrove, in barba al buon senso? In un paese dove la pandemia ha falciato la vita di più di 60.000 persone e gettato nel dolore altrettante famiglie?

Ma l’economia ha i suoi diritti!  E i bambini vogliono stare con i nonni! Per piacere, non tirate in ballo i bambini! I bambini  capiscono bene il momento che stiamo vivendo, molto di più di tanti adulti. Sarà un Natale diverso, prendiamone atto. Le norme  a riguardo sono chiare e vanno rispettate, anche se i soliti mestatori non fanno altro che criticarle.

Noi genitori anziani in buone condizioni di salute, noi nonni o parenti a distanza,    faremo la nostra parte. Ce ne staremo tranquilli, festeggeremo in raccoglimento, possibilmente aiutando chi ha bisogno, con la speranza che tutti i sacrifici che stiamo facendo, gli abbracci che non stiamo dando o ricevendo, ci tornino indietro in un tempo migliore, quando ci saremo vaccinati e il velo buio della pandemia sarà squarciato. 

@scamardiphoto-Palma de Majorca 2019
@scamardiphoto-Palma de Majorca 2019

Dunque, quest’anno noi del NAD saremo una comunità molto più ampia, ma già pronta ad organizzarsi con telefonate, videochiamate, sorrisi, tanto amore e good vibes, per sentirci comunque vicini nel Mondo Nuovo che ci reclama. 

T. De Mauro-IL GUSTO DELLA LETTURA. Privilegi di Girolibro Reading Club.

 

Girolibro-Gruppo di lettura in Biblioteca, e non solo… A Selvazzano Dentro

 

Girolibro Reading Club  di Selvazzano Dentro è in sosta forzata COVID, ma Whatsapp ci tiene in contatto. Anna condivide un piccolo dono prezioso che giro volentieri a tutti voi. Sono le riflessioni di Tullio De Mauro sulla lettura, quasi un memo affettivo per ricordarci che grande privilegio sia leggere e scambiarsi pensieri,  emozioni  e momenti di vita. 

leggindipendentedotcom

Leggere, potere leggere, avere il gusto di leggere, è un privilegio. È un privilegio della nostra intelligenza, che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica, allo sviluppo. È un privilegio della fantasia, che attraverso le parole scritte nei secoli si apre il varco verso l’esplorazione fantastica dell’immaginario, del mareggiare delle altre possibilità tra le quali si è costruita l’esperienza reale degli esseri umani.

È un privilegio della nostra vita pratica, perfino economica: chi ha il gusto di leggere non è mai solo e, con spesa assai modesta, può intessere i più affascinanti colloqui, assistere agli spettacoli più fastosi. Non c’è cocktail party, non c’è terrazza, non happening, non premiere che offra quello che chi ha gusto di lettura può trovare solo allungando la mano verso un qualsiasi modesto palchetto di biblioteca.

Non c’è Palazzo che valga quello di Armida, o quell’ hegeliano castello del sapere dalle cento e cento porte, dove suonano solo le quiete voci della conoscenza e della fantasia. E mentre altre esperienze si consumano nel ripetersi, nel leggere, invece, come ha detto una volta un poeta, dieci e dieci volte possiamo tornare sullo stesso testo, ogni volta riscoprendone un nuovo senso, un più sottile piacere.”   T. De Mauro, “Il gusto della lettura”