Cambio d’abito per Affascinailtuocuore

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Dicono che il 2021 sia l’anno della ripresa. Molte cose stanno cambiando…”sarà più volte Natale e festa tutto l’anno…” Scherzi a parte. L’onda del rinnovamento, reale o apparente che sia, ha travolto anche me.  Decido così di cambiare l’ abito di Affascinailtuocuore. Dopo  undici anni è arrivato il momento. Era ingrassato  e ho deciso quindi  di metterlo a dieta. Ora è decisamente più “snello”. I contenuti  sono rimasti sostanzialmente invariati, il taglio più sostanzioso l’hanno subito i widgets, causa scatenante, tra l’altro, del cambio d’abito.

Non è stato facile decidere come e cosa cambiare. È un po’ come nella vita, ti affezioni  a oggetti, situazioni, percorsi e  vuoi per pigrizia, vuoi per abitudine, vuoi perché rappresentano comunque una parte di te e delle tue scelte, dunque  cerchi di portartene  dietro il più possibile. Sotto l’abito  nuovo  rimane sempre tutto il vissuto.

Ho qualche perplessità sul carattere degli articoli (Font) e sul colore, sono in MAIUSCOLO blu! Forse un po’ “urlato”? Per modificarlo dovrei aggiornare il piano, il  che comporterebbe dei costi notevoli. Mi chiedo se non lo inseriscano da default  proprio per spingerti ad aggiornare il piano.  La solita malpensante! Abbiate pazienza,  con calma vedrò di modificarli.  Peraltro ho  deciso  che  farò spesso dei cambi d’abito, aspettatevi dunque qualche altra giravolta. 

R. Saviano-A.Hanuka. SONO ANCORA VIVO. Parole e immagini per una storia di vita emblematica.

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“Due ore, è una lettura veloce...” dice Roberto nella sua intervista a Fabio Fazio. Vero,  sono bastate un paio d’ore di lettura e annotazioni e  SONO ANCORA VIVO,  il  graphic novel di Roberto Saviano e Asaf Hanuka, è entrato a far parte a pieno titolo delle mie letture preferite.

D’altra parte i libri di Saviano  mi piacciono da sempre. In questo caso si aggiunge la suggestiva mano grafica di Hanuka. I miei occhi hanno faticato a seguire il guizzo del carattere di stampa, ma una  lente di ingrandimento  ha fatto da  valido supporto, per non perdere neanche una sillaba.

Parto da un concetto guida che ispira  Roberto,  un concetto che spesso attraversa anche la mia vita:

La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile” Corrado Alvaro

E non è stato e non è ancora inutile quello che Saviano ha fatto per la nostra società e per la lotta contro il malaffare camorrista, e non solo  nei  quindici anni di vita scortata.  Il racconto delle sue vicissitudini non mi spinge a compatirlo e non perché non mi senta coinvolta e non mi  indigni per quello che è costretto a subire e per le malefatte dei suoi “persecutori”,  ma perché preferisco  seguirlo lungo il selciato tracciato dalle sue parole, e dalle immagini che di lui ha costruito Asaf Hanuka, con il sano distacco  che credo  Roberto stesso chieda al suo lettore. Non indulge infatti  al pietismo ma fa cronaca di vita vissuta in prima persona. Come  lettrice rispetto questo punto di vista e lo faccio mio.

Alcuni episodi  aggiungono dettagli  alla mia conoscenza della sua vicenda.  Tra questi  il ruolo di Charlie, cane da esplosivo tenero, infaticabile, che qualche volta sbaglia creando uno scompiglio inimmaginabile.

Mi accompagna nella lettura, come accompagna Roberto  nel racconto della sua vita,  Redemption songs del grandissimo Bob Marley. La musica e l’arte fanno da filo conduttore di tutte le battaglie che vale la pena di combattere, per affrancarsi dalla schiavitù e conquistare la libertà.

Ignoro  le ragioni che hanno spinto Hanuka a scegliere alcuni colori piuttosto che altri  in ciascun capitolo, mi piace pensare che siano state ispirate dal bisogno di armonizzare le vicende narrate con quel dato colore.  Anche il colore parla e conferisce alla storia eloquenti sfumature.

Come il color seppia dei ricordi di famiglia. Ma che meraviglia il papà in bicicletta che porta Roberto sul cesto davanti al manubrio! Poi, man mano che il tempo  avanza, il bambino diventa adulto e poi gorilla arrabbiato allo zoo della vita. Sempre in bicicletta;

Come l’antitesi oro/grigio  per visualizzare il  vile assassinio di  Don Peppino Diana parroco anti camorra. Lo splendore  e il fulgore di Don Diana, fonte di ispirazione per le idee e le azioni di Roberto, Il grigio  delle zone d’ombra in cui si nascondono  e agiscono i malfattori;

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Come il rosso, il grigio e il nero  delle tenebre incombenti,  che accolgono il rito di affiliazione e il brindisi con il vino rosso  versato sul pavimento per far partecipare al giuramento anche  i morti, abitanti e padroni del regno di sotto.

Angeli e cavalieri combattono la lotta dell’amore che questa volta però non vince tutto,  e tuttavia cerca di farsi strada tra  mille difficoltà  per arrivare alla chiave del  cuore di Roberto, ma quanto è difficile amarsi  e togliersi l’armatura. Anche qui oro, grigio, bianco per la difficile gestione dei sentimenti. Come può una donna “normale” vivere accanto ad un puzzle in “esilio”, così difficile da ricomporre? Il riferimento alle sliding doors  del film  sembra calzare a pennello alla sua  vita multidimensionale, che fa girare la testa.

Roberto deve essere trasferito  negli USA. L’azzurro del cielo  e delle divise dei poliziotti di New York, fa quasi intravvedere uno spiraglio di luce, sebbene  la vita continui ad essere sotto controllo burocratico, più forte e deciso che mai in  questi difficili tempi di paura.  Altro che attico a Manhattan! Questo capitolo mi  avvolge con la forza del ricordo personale. Roberto  insegna alla New York University, io ci ho studiato  e dunque   mi sembra di tornare indietro nel mio piccolo appartamento  del Dorm NYU, al 240 di Mercer Street.  Ma io  ero lì per libera scelta.

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La copertina  riporta l’immagine più efficace del libro, quell’acquario di lacrime in cui Roberto  desidera affogare, prima o poi, per dar sfogo a tutto  il suo dolore e la sua rabbia. Ci si abitua alle cattiverie dei cattivi, te le aspetti e fanno  relativamente male. Peggio è per le cattiverie  gratuite della cosiddetta gente per bene. Sarebbe facile farla finita… Impressionanti le pagine con i disegni delle varie aree del cervello,  della pistola con le sue parti, della  testa attraversata da vasi sanguigni in ebollizione. Vuoi farla finita? Dai è facile! MAI, sono e resto vivo, fottuti bastardi.

“Vivo così da quindici anni-ma sono ancora vivo… Fine della prima metà della mia vita”

Sindrome da serie? Forse, ma speriamo ci siano solo sequel  sulla vita normale e le normali lotte quotidiane di un uomo contemporaneo. 

Ispirazione

Saviano  si ispira a Papillon, (protagonista di film e romanzo ) nell’emettere il suo disperato grido  di “esistenza in vita”. Papillon ne passa tante, ma così tante da non poter neanche immaginare… Alla fine  però, quando sta per riconquistare la sua libertà, butta fuori con rabbia il grido liberatorio:

”Maledetti bastardi, sono ancora vivo”

Buona vita Roberto! E continua a starci vicino con i tuoi romanzi, i tuoi articoli, la tua passione politica e sociale, le tue contraddizioni…e le tue serie TV.

 

Letture parallele. Si  può?

LIBRI E LETTORI

Vi è capitato di leggere  più libri contemporaneamente? A me sì. In questo periodo due, per l’esattezza.

Uno per la lettura lenta, OMBRE IN PARADISO di E.M. Remarque, scandita da capitoli brevi, riflessiva. Lo leggo di mattina. Mi alzo, faccio colazione, mi ritiro in bagno e lì sullo sgabello il libro blu, sbiadito dall’età e corposo, mi augura il buongiorno. Le pagine ingiallite, mi aprono, una dopo l’altra, la porta della vita quotidiana, attraverso  le sale magiche del Metropolitan Museum di New York o dei negozi di antiquariato della  Seconda  e Terza Avenue. Non so dirvi quando lo finirò…

L’altro, SONO ANCORA VIVO di  Roberto Saviano per la lettura arrembante, quella che ti reclama senza lasciarti spazio per fermarti e respirare. Oggi posso fermarmi un attimo per scrivere la recensioriflessione.

A presto…

J.McGraw-SUSSULTI D’AUTUNNO. Corsi e ricorsi

 

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Sussulti d’Autunno

 

Ecco l’Autunno,

ancora una volta.

Arriva al seguito

dell’ultimo respiro estivo,

come un’onda calda,

calma e nutriente.

Torna con il  rosato delle foglie

a  sfiorare la finestra.

Torna con il battito tranquillo

di passioni antiche

che il sospiro evoca.

Benvenuto, dolce passeggero!

Passa l’Autunno

ancora una volta,

con  ricordi e respiri

in lenta fuga

verso il  letargo

del gelido inverno

J. McGraw 21

V. McDermid-A DARKER DOMAIN. In vacanza con un cold case scozzese e un pizzico d’Italia.

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A darker domain di Val  McDermid è una lettura estemporanea, tra un bagno  e l’altro  nel meraviglioso mare della Costa del Sole spagnola. Nella casa che abbiamo affittato per la nostra vacanza di reunion familiare c’è una piccola libreria multilingue per gli ospiti internazionali. Mi colpisce subito When We Were Orphans di Kazuo Ishiguro, Non l’ho letto e vorrei farlo. Comincio a sfogliare le pagine e noto con rammarico che i caratteri sono minuscoli  e proibitivi per i miei occhi ormai  troppo fragili per affrontare una lettura così faticosa. A malincuore lo rimetto a posto.

Prendo tra le mani altri volumi, in  Francese, Tedesco, Inglese,  nessuno in Italiano.  Scelgo allora un romanzo “giallo” in Inglese, anche in base alla grandezza dei caratteri. Il  clima vacanziero è ideale per una crime story.  Inoltre ho la possibilità di scoprire  una nuova autrice, Val Mc Dermid, molto famosa a giudicare dalle recensioni  in  quarta di copertina, ma a me totalmente sconosciuta.

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La storia si sviluppa intorno ad un “cold case”, un caso irrisolto che riporta alla luce eventi di  venti anni prima. Una figlia si rivolge alla polizia per cercare cerca il padre scomparso durante lo sciopero dei minatori  dell’84 e  creduto un crumiro in fuga verso l’Inghilterra. Lo cerca per curare suo figlio affetto da una malattia incurabile che forse si può risolvere solo con un trapianto da un familiare compatibile.

Mark Prentice scompare all’improvviso lasciando nella disperazione la moglie, la figlioletta e i compagni minatori che avevano sempre creduto in lui e nei suoi  saldi valori di solidarietà, onestà e  tutela dei diritti dei lavoratori.  Scompare nello stesso momento in cui  alcuni suoi compagni tradiscono la causa e partono per Nottingham in cerca di un nuovo lavoro per la famiglia affamata e prostrata dal lungo e feroce sciopero.

La vergogna è profonda, tutti pensano che anche  Mark si sia unito a loro. Tra questi la moglie incredula e alcuni amici. Altri si rifiutano di pensare che Mark, minatore fin nel profondo  e apprezzato pittore di paesaggi, abbia potuto fare una cosa del genere. Contemporaneamente la figlia e il nipote di un magnate del posto vengono rapiti. La consegna del riscatto diventa complessa, uno dei due rapiti scompare nel nulla e tutta l’indagine si aggroviglia.

A risolvere il cold case è una poliziotta speciale, di quelle che caratterizzano  tante serie televisive contemporanee. Si chiama Karen Pirie  ed è un tipo fisicamente e psicologicamente eccentrico, ma è molto  pervicace e brava nel suo lavoro. La sua caratterizzazione mi ha riportato ad altre detective del suo tipo, una tra tutte Vera Stanhope. Dagli anni 80 si  torna alla contemporaneità degli anni 2000. Entrano nella storia l’Italia di Berlusconi, il mondo degli Anglofiorentini e tanti investigatori tra i quali i detective italiani che siamo abituati ad ammirare o detestare nelle numerose serie televisive in onda in questi ultimi anni.

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Lo scheletro della  storia è questo, ma la trama diventa via via così ricca e  avvincente che alla fine chiudi il libro con un senso di pienezza e soddisfazione per lo slalom fatto tra passato e presente, tra Scozia, Inghilterra, Galles e  Italia(quanti stereotipi sul nostro paese!), tra artisti e gallerie d’arte, tra personaggi alternativi  e ricchi borghesi, tra detective e giornalisti arrembanti. Insomma una bella  avventura nel più puro stile “giallo”.

Non deve essere stato facile tenere insieme tutti questi elementi nel disegno e nello sviluppo della trama, eppure Mc Dermid c’è riuscita in modo brillante. L’Independent (Book of the year) recensisce  il romanzo in modo decisamente  efficace e condivisibile:

“A novel as intelligent as it is tightly plotted”. 

Conclusione

A Darker Domain è un giallo dalla struttura classico-moderna, che paga evidentemente il suo tributo alla “madre” Agatha Christie. È moderno per le incursioni nel nostro tempo, a partire da una vicenda oscura degli anni 80, periodo di lotte sociali feroci, come quelle dei minatori contro la politica neoliberista della dama di ferro Mrs Thatcher. La Scozia, l’Inghilterra del centro e del nord, il Galles  sono scossi  dalla chiusura forzata delle miniere di carbone  e dalla assoluta determinazione del governo a non cedere nulla ai minatori in sciopero, gettati nella miseria e nella disperazione.

È classico del genere  poliziesco  per le vicende  narrate, per gli investigatori che scendono in campo, per lo stile tipico di questa narrazione, fatto di  suspense, indizi sparsi più o meno affidabili, improvvise svolte, finale a sorpresa.

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I rari momenti  in cui l’autrice indulge in descrizioni  troppo dettagliate e passaggi superflui  tra passato e presente, non intaccano il piacere della lettura. Unico limite  è stato di tipo strettamente personale, direi  di tempo. Dovevo assolutamente finirlo   prima di partire. Ma ce l’ho fatta e sono contenta!

Al di là dei suoi effettivi meriti letterari questo libro resterà sempre presente nella mia memoria perché è strettamente legato  ad un luogo meraviglioso, un luogo del cuore dove ho vissuto  con le persone che amo.

Sviluppi

Udite udite,  ho da poco ho scoperto che nella serie televisiva britannica Karen è una giovane e bellissima Lauren Lyle! È proprio vero che  la parola scritta ti fa immaginare mondi diversi  dalle immagini sofisticate delle serie! Mondi che sono decisamente influenzati dalla propria esperienza di lettori e dalla propria esperienza personale,

A. de Cespedes- DALLA PARTE DI LEI. Amor vincit omnia?

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Dalla parte di lei di Alba de Cespedes è stata una lettura lunga, spalmata  tra Giugno e Agosto. Forse  la “sua abbondanza narrativa” mi ha disorientato. Alle storie d’amore  si  sovrappone la storia delle donne del 900 e della loro sofferta emancipazione.

Del romanzo ho apprezzato la storia,  i ritratti e le atmosfere di una Roma fascista/antifascista, postfascista, l’immersione totale dentro  le vite, le esperienze, gli amori, i problemi di  donne giovani e meno giovani, l’incursione in un Abruzzo mitico dove l’esistenza è scandita dalla natura e dalla capacità organizzativa delle donne, della vecchia nonna  soprattutto.

L’universo maschile, come in molte altre storie,  è molto schematico, quasi  sordo agli appelli delle madri,  delle compagne, delle mogli, delle figlie. La vita di un uomo è come una camicia stirata da Sista, un sigaro  inalato a pieni polmoni, un amplesso routinario preparatorio al sonno. Poi arriva Tomaso, l’amico di Federico grande amore di Alessandra, che sembra meno sordo  degli altri, ma  il suo ascolto sa tanto di strategia pre-cedimento della donna amata e difficile da conquistare.

Alessandra Minelli è la protagonista, c’è lei al centro della storia, da bambina, da adolescente, da adulta. Impariamo a conoscerla attraverso  il suo io narrante, spesso così simile a quello di Alba.  Gemella di Alessandro sarà perseguitata dallo spirito di questo infelice fratello  morto  nel fiume accidentalmente.

Tevere

Eleonora sua madre è una pianista  molto sensibile, romantica. Il suo matrimonio non è  dei più felici ed è reso ancor più triste dalla perdita di Alessandro. Ma la musica e le lezioni di piano  ai bambini ricchi di Roma, l’aiutano a coltivare la sua spiritualità e a provare ancora un sentimento d’amore fortissimo per Harvey, giovane e affascinante rampollo dei Pierce, musicista anch’egli e fratello adorato della ragazza a cui Eleonora da lezioni  di piano.

Alessandra  assiste estasiata e ammaliata ad ogni azione e pensiero della madre, da lei  assorbe  il romanticismo e il bisogno d’amore e bellezza, ma anche una certa fragilità esistenziale. Nonostante tanta bellezza il destino  picchia duro su Eleonora.  Il marito non le concede di  lasciarlo  sebbene con molta onestà gli abbia rivelato il suo amore per Harvey Pierce.  Potrebbe viversi il suo amore  in “clandestinità”, come fa Lydia e poi sua figlia Fulvia, come fanno tante altre donne nella sua condizione, ma no, Eleonora non può, il suo bisogno di  chiarezza e di confini chiari non glielo permette. Piuttosto…

Piuttosto getta la spugna, si abbandona alle dolci acque del Tevere e raggiunge il suo adorato figlio,  rinunciando all’amore e lasciando Alessandra sola ad affrontare una vita complicata con armi inadatte. Nella sua vita arriva Federico suo grande amore, arriva Tomaso, arriva l’Abruzzo , il lavoro, la guerra, la fame, la resistenza e la liberazione… ma arriva anche un imprevedibile  finale a sorpresa!

Ritrovo in De Cespedes qualcosa che deve aver ispirato  Elena Ferrante, come l’amicizia tra Alessandra e Fulvia che mi  fa pensare a Lila ed Elena. Come nella Napoli di Ferrante, è ricca di suggestioni la  descrizione della vita nei caseggiati  romani in cui Alessandra  vive, in quartieri che oggi sono considerati eleganti  ma che negli anni 30/40 erano solo nuovi insediamenti, embrione della liberata Roma postfascista.

“Spesso anche Fulvia m’ignorava per giorni interi. Poi d’improvviso mi chiamava dal cortile: «Vieni su» diceva dispoticamente. Appena ella mi chiamava, io chiudevo il libro e la raggiungevo salendo le scale a due a due. Trovavo la porta socchiusa e, nella casa vuota e silenziosa, Fulvia occupata in qualche cura personale che non interrompeva per il mio arrivo. Nei tardi pomeriggi d’estate, ci trattenevamo a discorrere sul terrazzino. Era alto sulla città, sembrava che la gran casa dove abitavamo ci portasse in trionfo. Di là si vedevano solo terrazze deserte, tetti rossi e un campanile sul quale si rifugiavano le rondini. Noi usavamo per sedile una stretta asse di legno posata su due grossi barattoli vuoti. Talvolta Fulvia si sdraiava sull’asse lasciandomi appena un piccolo spazio per sedere ai suoi piedi; la sua vestaglia s’apriva sulle spalle, sul seno, sulle gambe, che io contemplavo con avida curiosità.”

E ritrovo una certa sintonia con  Sibilla Aleramo sull’amore e sul patriarcato:

“E l’amore, cosa è l’amore? Si ama solo se si va incontro ai bisogni  del marito, e solo allora si può pretendere amore? Giustificare comportamenti ingiustificabili, cercare qualche spiraglio di affetto tra le tante, troppe manifestazioni di odio è possibile? Si può sperare di essere amati quando invece si è continuamente umiliati, sottomessi e violentati  per mantenere una parvenza di superiorità sulla moglie? Bisogna sopportare lo scherno di fronte ai piccoli traguardi di carriera che lei si conquista con la sua intelligenza e il suo lavoro? La pace, desiderare solo la pace…Ma il cuore si ribella, e con lui il corpo e la mente.”  Aleramo, forse prima tra le grandi scrittrici del 900, sposta il discorso oltre la singola donna e cerca di farsi paladina  di una rivendicazione di genere, di un’accusa precisa del patriarcato. Lo fa da un punto di vista forse …READ MORE

Vite di donne nel caseggiato/ romano

“primo sbattere delle imposte era il segno d’avvìo alla giornata, come la campanella in un convento di monache. Tutte, rassegnate, accettavano, col nascere di un nuovo giorno, il peso di nuove fatiche: si davano pace considerando che ogni loro gesto quotidiano era appoggiato a un altro gesto simile compiuto, al piano di sotto, da un’altra donna ravvolta in un’altra sbiadita vestaglia.”

“Libere dai loro ingrati doveri, e anzi per un gesto di coraggiosa polemica verso la sorda vita alla quale erano costrette, nel pomeriggio le donne fuggivano le stanze buie, le cucine grigie, il cortile che inesorabile attendeva, col calare dell’ombra, la morte di un’altra giornata di inutile giovinezza.”

Conclusioni

 Dalla parte di Lei è un romanzo che merita di essere letto e approfondito per la sua ampiezza di  suggestioni, di stimoli, di riflessioni  sociali, politiche, umane. Dicono che sia un romanzo rivelatore della personalità di Alba De Cespedes, che Alessandra sia una sorta di alter ego di Alba ed effettivamente la partecipazione intensa alla vita della protagonista, l’esplorazione attenta dei suoi sentimenti e delle sue azioni, ci  inducono a pensare che la scrittrice sia molto più coinvolta di quanto  si pensi.

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Chiudo con una sua citazione sulla nazione italiana  post bellica e sulle speranze tradite. Federico rappresenta in qualche modo  questa parabola: dalla lotta  e dalla resistenza per liberarsi degli oppressori   fascisti all’accettazione di piccoli grandi compromessi, all’appiattimento in una democrazia parlamentare già stanca alla sua nascita:

“non potevo ancora sapere a qual punto di corruzione la nazione italiana potesse giungere. Ma lo presentivo. Vedevo i protagonisti politici della Resistenza avvilirsi e a poco a poco spegnersi nell’accettazione dei riti della democrazia parlamentare. La tragedia diveniva commedia.”

Assaggi

Ho cercato di estrapolare alcuni  passaggi significativi  della molteplicità di spunti  del romanzo. Vale la pena dare uno sguardo.

La parentela Abruzzese- “Nella stessa scatola erano conservate fotografie dei parenti di mio padre: una famiglia di piccoli possidenti abruzzesi, poco più che contadini. Donne dal seno colmo, stretto nel busto nero, i capelli spartiti e calanti in due grevi smerli ai lati del volto massiccio. C’era anche una fotografia del mio nonno paterno in giacca scura, cravatta a fiocco. «Sono brava gente» mia madre diceva: «gente di paese.» Da loro ci giungevano, spesso, sacchi di farina e cesti di fichi imbottiti, saporitissimi; ma nessuna delle mie zie si chiamava Ofelia o Desdemona o Giulietta, e io non ero abbastanza ghiotta da preferire la torta di mandorle alle amorose tragedie di Shakespeare. La parentela abruzzese, perciò, in tacito accordo con la mamma, era sprezzata. I cesti ricoperti di tela ruvida, cucita tutta in giro, venivano aperti senza interesse e anzi – nonostante la nostra povertà – quasi con tolleranza. Soltanto Sista ne apprezzava il contenuto e lo riponeva gelosamente.”

Felici per amore, si può- “E intanto mi stringeva. Non lo sapeva, certo, ma anche il suo era un modo disperato di stringermi. Io rabbrividii, smarrita entro una improvvisa pietà per la mia condizione di donna. Eravamo, mi pareva, una specie gentile e sfortunata. Attraverso mia madre, e la madre di lei, e le donne delle tragedie e dei romanzi, e quelle che s’affacciavano nel cortile come alle sbarre della prigione, e le altre che incontravo in istrada e che avevano occhi tristi e ventri enormi, sentivo pesare su di me una secolare infelicità, una inconsolabile solitudine. «Mamma» le chiesi con disperazione: «si può essere qualche volta felici per amore?» «Oh, sì» disse lei; «credo di sì, bisogna aspettare, soltanto. A volte» aggiunse più piano «si aspetta tutta la vita.»”

Antonio  antifascista “scontento”- ““Non si sa”. Ricordavo quel che Aida aveva detto il primo giorno: e cioè che Antonio e i suoi amici non erano contenti. Da allora la consapevolezza della loro penosa condizione mi ammoniva continuamente”

Il concerto di Hervey e Eleonora, un crescendo amoroso- “Aveva incominciato a sonare. Non conoscevo quella musica: si svolgeva attorno a un tema pastorale, di quelli che mia madre aveva detto preferiti da lui: e il pianoforte invece di accompagnarlo gli dava, a ogni frase, adeguata risposta; il violino chiedeva, il piano rispondeva sommessamente, era un dialogo sereno. Ma, a poco a poco, aumentava di tono e di intensità, come se le domande divenissero via via più insistenti, più serrate. Nelle battute finali parve che il pianoforte volesse allontanarsi fuggendo e il violino lo rincorresse. Quando la musica cessò, avevamo tutti il cuore in gola come se li avessimo seguiti nella corsa. Vi fu un attimo di silenzio prima che il pubblico si riprendesse e incominciasse ad applaudire. Mio padre taceva, pallido nel vestito scuro.”

Quasi Chagall e Bella- “Attraverso un velo di lacrime, lucido e tremante, vedevo mia madre ed Hervey che si staccavano da terra tenendosi per mano e salivano salivano, si sollevavano sul vestito azzurro come su una nuvola.”

Gente d’Abruzzo, salvarsi- “Mi interrogò ancora con lo sguardo e poi aggiunse, stringendomi per le spalle: «Tu devi salvarti. Tu possiedi una forza segreta che a me manca». Guardavo lei e non volevo che ciò fosse vero. Eppure c’era e c’è tuttora in me la tenacia dei nonni abruzzesi, la forza di coloro che, fin dall’infanzia, sono avvezzi a lottare in solitudine contro le insidie dell’anima e della natura. Ella rintracciava in me queste attitudini e me le invidiava quasi. Ma non capiva che io possedevo anche, a mia stessa insaputa, come molta gente di quella terra, il gusto del rancore a lungo covato, la violenza impulsiva e l’incapacità di perdonare.”

Viscosità della vita quotidiana-“scattai in piedi e andai verso di lei, a mani giunte: «Oh, zia Violante, ti prego, ti supplico, fammi studiare, non devi impedirmelo…». «Io?!» ella esclamò sorpresa. «Io no, Alessandra. Bisognerà che tu lo voglia, hai capito? Tu stessa. È difficile difendersi. C’è qualcosa di così assopente nel ritmo della vita di ogni giorno, che man mano, senza volerlo, siamo prese. E non c’è tempo, non c’è mai tempo per nulla. Vedi?» mi disse sospingendomi per le spalle, «è già l’ora del rosario.»”

La nonna -“«Vieni qua» ella disse con una voce grave che certamente stimava tenerissima. «È pur bello essere donna. Sono le donne che possiedono la vita, come la terra possiede i fiori e i frutti. I fiori hanno vita breve, così la luce chiara del mattino. Ma, la sera, guarda com’è bella. L’errore sta nel credere che alla vita si possa tutto portar via. La vita sempre ci richiede qualcosa, e alla vita si deve sempre dare.»”

Nobiltà e buon odore della legna nera-“Annerite dal fumo del focolare, le cucine serbavano tuttavia quella nobiltà che poi riconobbi in ogni casa o persona, in Abruzzo. E nonostante la miseria del luogo, e i cenci nei quali le donne e i bambini erano avvolti, tra quelle pareti stagnava solo il buon odore della legna nera, prossima ad essere bruciata. Dirò anzi che quell’odore era particolare a tutto il paese, come a una grande legnaia: un vigoroso odore che, anche in estate, suggeriva l’idea della neve e del focolare.”

Il sacrificio del maiale. Ma non è la sua storia-“«No» dissi forte in un grido. Mi volsi e fuggii via a tentoni nel corridoio, gli occhi accecati da chiazze rosse e mobili di sangue. «No, no» ripetevo. Di parete in parete i ritratti delle mie antenate abruzzesi mi accompagnavano. Erano visi fermi, cupi, severi. In essi leggevo la soddisfazione profonda d’essere state padrone del maiale. «No» mormoravo «no», non era quella la mia storia. La mia storia era nella scatola dove la mamma conservava gelosamente i veli di Giulietta e di Desdemona.”

Il dottor Mantovani e l’’agognata poltrona-“Noi eravamo otto figli e mia madre lavorava molto, lavorava in casa più di quanto mio padre lavorasse al cantiere. Andava a far legna, a prendere l’acqua, e tuttavia non osava mai sedere su quella poltrona. Mio padre non gliela cedeva mai. Fatto uomo, quando ripensavo al suo modo d’agire, provavo rancore contro di lui. E quando avrei potuto comperare io la poltrona per mia madre, lei era morta. Così la ricordo seduta sulla sedia, in cucina, fino a tarda ora, lavorando per noi otto figli.» Si perdette in un’altra pausa e poi concluse: «Ah, sì, io sono proprio convinto che lei, signora Minelli, abbia diritto alla sua poltrona».””Io feci un leggero inchino con la testa e uscii: ero troppo commossa per poter parlare; ma certo lui capì, lui che capiva tutto delle donne e delle poltrone.”

No, non succede neanche in vecchiaia- “Sentivo, a volte, che solo nella vecchiaia avrei potuto trovare conforto: allora forse avrei potuto raggiungere la limpida calma alla quale aspiravo: mi proponevo di invecchiare presto, subito, ma era difficile poiché ero molto giovane e la gioventù portava in sé la insistente necessità di riferire tutto all’amore. “Forse” mi dicevo “un’intesa soltanto spirituale potrebbe essermi di grande aiuto”

Ti mantengo! “Conoscevo invece le donne che lavoravano con me, quelle che abitavano in via Paolo Emilio, e quelle che facevano la fila, nel freddo, con un bambino in collo, quelle che mi sedevano vicino, nel tram, quando andavo in ufficio o a dare lezioni. Quasi tutte, in casa, facevano lo stesso lavoro di una serva; ma alla serva non diciamo mai “ti mantengo” perché lei – in cambio del danaro che riceve, e del vitto, e del letto – ci dà il suo fidato lavoro. E la moglie, invece, fa lo stesso lavoro di una serva, e quello di una donna che si paga, e allatta i bambini, e li custodisce, e cuce i loro vestiti, e rammenda i panni del marito, senza pretendere neppure lo stipendio della serva. Eppure, nonostante questo, il marito può dirle: “Ti mantengo”.

Biciclette proibite-“In quel tempo tutte le donne si recavano a prendere la verdura negli orti della periferia. E, dacché era proibito andare in bicicletta, tutte avevano adattato la propria a triciclo, aggiungendo due rotelle sotto una cassetta o un cestino. Nel pomeriggio si vedevano lunghe file di queste biciclette, guidate da donne. Al ritorno quando passavano dinanzi al posto di blocco i militi guardavano nei cestini e nelle cassette. Talvolta si contentavano di guardare, altre volte affondavano la mano, frugavano, e portavano via una manciata di piselli. All’andata”

Schiavitù- “Se fossimo vissuti al tempo della schiavitù egli avrebbe rivendicato i diritti dell’uomo, si sarebbe battuto, si sarebbe fatto uccidere per impedire che un uomo fosse padrone di un altro uomo. Perché nessuno ha il diritto di avere in proprietà il corpo di una persona umana. Non si poteva comperare il corpo di uno schiavo, ma si poteva godere la proprietà del corpo di una donna, invece. Lo si acquistava con l’obbligo di mantenerla, proprio come gli schiavi; e qualora io avessi deciso di abbandonare Francesco, la legge gli avrebbe ugualmente riconosciuto il diritto di rimanere padrone del mio corpo. Durante anni e anni, durante tutta la mia vita, poteva impedirmi di disporne, seppure egli fosse stato cattivo, o infedele, o abitasse, da decenni, a centinaia di chilometri da me. Poiché c’è più libertà per uno schiavo che per una donna. E se io avessi usato della libertà del mio corpo, non avrei avuto soltanto frustate, come gli schiavi, ma addirittura il carcere e il disonore. L’unico modo in cui potevo disporre del mio corpo era quello di gettarlo nel fiume. Presto”

Il portiere complice- “Spesso consideravo con stupore che molta gente è veramente buona. In verità non avevo mai incontrato qualcuno che, dentro, fosse tutto cattivo: anche l’ufficiale che aveva arrestato Francesco doveva essere buono: l’avevo capito nel sentirlo parlare con tanto rammarico della sua casa e dei libri. Mi pareva che con tante persone buone al mondo, sarebbe stato facile essere sempre felici. E invece accadevano certe cose che non permettevano mai di esserlo: sicché l’uno era costretto ad arrestare o uccidere, invece di leggere Rilke.”

Lo studio-“Nel compatto tepore di quella stanza scoprivo una sorta di eroismo: mi pareva che essa fosse divenuta tanto intima e accogliente a prezzo delle mie sofferenze. I bracciuoli della poltrona erano lisi per il febbrile passarvi delle mie mani, quando non riuscivo a dominare l’angoscia per Francesco, o il desiderio di telefonare a Tomaso. Sicché, in un’onda di gratitudine, riandavo con la memoria a tutte le ore tormentose che vi avevo vissuto, la sera in cui leggevo Rilke e avevo una mano sulla pistola; e alla mia inquietudine che si era dibattuta nel fumo delle cattive sigarette che mi preparavo quando ero sola. Era stata una prigione, una cella, la sala della tortura, ma adesso Francesco mi stava dirimpetto, e io potevo guardarlo mentre leggeva. Bisognava difendere quella stanza come ci eravamo difesi dalla tentazione di arrenderci.”

E qui mi fermo perché ora tocca a voi scoprire come va a finire.

Ciao Gino! prima e dopo BUSKASHI. Il “gioco” della guerra infinita.

Abbraccio di Gino_LaRepubblica

Oggi, 13 Agosto 2021, è una giornata molto triste, è cominciata bene, poeticamente, poi arriva la notizia ferale: Gino Strada è morto! Ci lascia proprio in questi giorni in cui  l’ Afghanistan vive una nuova fase tormentata. Una di quelle persone che vorresti vivessero in eterno al tuo fianco e a fianco di chi  ha bisogno di aiuto e di valori morali da portare nel cuore, non c’è più.

Se ne va all’improvviso.  Ha lavorato tanto  e ci ha lasciato tanto, dunque piangiamo l’allontanamento dal mondo del suo corpo, ma continuiamo a nutrirci della sua eredità spirituale, insieme ai tanti giovani e meno giovani che lo hanno affiancato nel suo lavoro per il mondo e che continuano ad operare in Emergency e con Cecilia,  sotto la guida spirituale sua e  di  Teresa sua compagna di vita e di missione. Di nuovo insieme più forti che mai. R.I.P.

 Dal vecchio scaffale

Strada-Buskashi

Dal vecchio scaffale occhieggia Buskashi: Viaggio dentro la guerra, di Gino Strada. Lo afferro e tra le pagine sgualcite trovo quattro foglietti di un taccuino, densi di “quasi geroglifici”. Quando ho finito di leggerlo era il 27 Dicembre 2009. Cinque anni fa.

Malala

Il mio sguardo è stato forse “guidato” dalla sorda rabbia provata alla notizia devastante dell’assalto terroristico alla scuola di Peshawar. Bambini, ragazzi e docenti saltati in aria mentre stavano festeggiando allegramente la fine del corso.

E ho rivisto subito Malala e le liceali nigeriane rapite (di oggi la notizia di un ulteriore rapimento) e poi tutti i piccoli migranti, giù, giù sul letto pietoso del Mediterraneo e tutti i bambini uccisi o mutilati dalle infernali mine a farfalla o dalle devastanti politiche affaristiche di case farmaceutiche senza scrupoli e dalla corruzione di politici avidi e criminali…

 Prima di Buskashi

Mi ero fatta un’idea un po’ prevenuta e superficiale di Gino Strada, che mi appariva scostante, troppo distante da noi, sebbene grandissimo nel suo lavoro di chirurgo di guerra. Lo percepivo come rappresentante di quelle élites borghesi che si spogliano dell’abito rassicurante della loro appartenenza sociale, per seguire la spinta quasi adolescenziale per energia, ma ben ponderata, anche politicamente, verso il mondo dei diversi e dei deboli.

In fondo provavo una certa invidia per le sue scelte di vita e un forte senso di inadeguatezza. Idealmente, mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di così grande, di così utile per il mondo, ma non ne sono stata capace. Non ne ho avuto il coraggio e la determinazione, forse l’intelligenza del cuore ed ho preferito pensare che fosse più nelle mie corde lavorare nel piccolo mondo del mio lavoro, così sicuro e rassicurante…

  Cosa dice il Diario

L’obiettivo dello staff di Emergency è quello di raggiungere l’ospedale di Kabul aperto in precedenza dall’organizzazione e che aveva dovuto chiudere in seguito all’aggressione da parte dei talebani avvenuta il 17 maggio 2001. Ma il viaggio, intrapreso con grande entusiasmo, si rivelerà una vera e propria odissea: come se non bastassero gli orrori della guerra e tutte le problematiche di ogni genere che questa porta con sé, sul sentiero di Gino Strada e degli altri volontari si affaccia anche l’ombra della burocrazia. Per vincere la “sfida”, infatti, il gruppo si ingegna in ogni modo possibile, si giocano tutte le carte, ci si appella alle varie autorità disseminate lungo i confini afgani che ancora sembrano avere una parvenza di controllo sulla situazione. La “battaglia” per l’accesso al paese si trasforma in un gioco di permessi e lasciapassare di ogni genere, quasi sempre inutili, insufficienti, non validi; tutto questo nel momento il cui tutti gli stranieri presenti sul territorio afgano stanno abbandonando il paese con in mano biglietti di sola andata. Wikipedia

Scritto nel più puro stile del “diario” riesce a coinvolgere totalmente il lettore negli eventi drammatici raccontati, una testimonianza diretta degli orrori della guerra

 La copertina

Strada-Buskashi-fungo1Il fungo da esplosione in copertina, una nuvola in cui quasi si legge l’immagine di una donna, mi fa pensare al bel racconto di Tabucchi, Il Tempo invecchia in fretta  sulla forma delle nuvole, oggetto di gioco tra l’ufficiale ammalatosi per uranio impoverito e la bambina in riva al mare… Nesso tragicamente poetico di contenuto e suggestione.

 Il titolo

  buskashi“La “Buskashì” è il gioco nazionale afgano: due squadre di cavalieri si contendono la carcassa di una capra decapitata. È un gioco violento e senza regole: l’unica cosa che conta è il possesso della carcassa, o almeno di quello che ne resta, al termine della gara. È come il tragico gioco a cui partecipano i numerosi protagonisti del conflitto afgano, una partita ancora in corso, solo che al posto della capra c’è il popolo dell’Afghanistan.” da Ebook&PDF.com

  Dopo Buskashi

io sto con emergency

Grazie Gino. Il tuo Diario di guerra ha definitivamente smontato il mio pre-giudizio. Ed ora capisco e sento su di me la tua sofferenza fisica e psicologica, ma anche la gioia che tu e i tuoi colleghi-amici-compagni di viaggio avete provato-e ancora provate-ogni volta che con il vostro lavoro riuscite a salvare delle vite umane, alleggerendo il peso delle loro sofferenze. Specialmente quelle dei bambini che sono testimonianza viva della speranza nel futuro. Ogni intervento di Emergency fa fare un passo avanti verso il futuro a questa umanità smarrita.

 

G.Caproni- Poesie meravigliose: AI TUOI ALBERATI PENSIERI

GIORGIO CAPRONI POESIA

Sul Fatto Quotidiano di oggi, 13 Agosto 2021, ho letto  l’interessante articolo  su Camilla Salvago Raggi, grande intellettuale  Italiana che ha conosciuto   e frequentato  la crema del nostro mondo culturale. A lei Giorgio Caproni, uno dei massimi  poeti  del Novecento,  ha dedicato una poesia che trovo  meravigliosa.

Vi auguro un buon Venerdì e un Felice Ferragosto  con questi versi per l’amica autrice:

 

Ai tuoi alberati pensieri

Torna agli occhi leggeri.

Canta. Torna

-e non avere paura-

Ai tuoi alberati pensieri.

Torna ai rimorchiatori,

alla quarta corda

profonda dei vapori

di corso Oddone. Torna

a  quando ti batteva al polso

la speranza-e credi

anche se più non c’è

un filo di brezza

per te, alla giovinezza

acre e scontrosa dei

tuoi giorni verdi-al vento

 di vita della giovinetta

passati accanto, ai bei

fuochi di San Giovanni, ai

giochi e alle sassaiole

sull’erba. Torna

dove non si può tornare

e così dolce è sostare.

Torna dov’anche la morte

Ha un fiore in bocca, e fingi

(fingi) di credere

Che tutto quello che stringi

(vana aria) è un procedere.

 

 

TOKYO 2020/21. Perchè queste Olimpiadi si dovevano fare.

 

tokyo 2020

Tutti i giorni, dal 23 luglio al 7 agosto, i Giochi Olimpici di Tokyo mi hanno fatto compagnia. Le gare  le atlete e gli atleti, la loro gioventù e voglia di vivere e vincere la sfida, con se stessi in primis,  con i colleghi, e perché no, con la maledizione del Covid, hanno dato respiro alle mie giornate. Anche  se l’immagine delle mascherine ha spesso  trattenuto quel respiro.

Ho gioito delle grandi vittorie italiane, mi sono dispiaciuta delle sconfitte, mi sono meravigliata delle stellari prestazioni  di tanti atleti del mondo.

Ho letto e ascoltato, a volte con fastidio, a volte condividendoli, i  commenti  dei vari “cronisti” e tuttologi. Ho trovato superflui e strumentali molti servizi di contorno su mamme e papà orgogliosi, nonne balbettanti e riscatti sociali. 

Alla fine della fiera, non posso  non dire che queste Olimpiadi  si dovevano fare, Covid o non Covid. O forse proprio per il Covid, per neutralizzarne gli effetti paralizzanti. Siamo da troppo tempo bombardati da giudizi e calcoli di tipo economico, tutti “soppesano” ciascun aspetto della vita o degli eventi sportivi in termini  di  costi-benefici economici, pochi evidenziano il salto culturale in avanti che i Giochi Olimpici fanno fare al genere umano.cinquecerchiecontinenti

Le Olimpiadi sono il ritratto di come le società cambino, si migliorino, aprano  le loro  prospettive e mentalità. Basti pensare che ai primi  giochi  di Olimpia-Grecia, solo gli uomini potevano partecipare. Da allora il cammino è stato lungo e diversificato, ma a chiusura  dei giochi fa ancora emozionare  la bandiera olimpica con i cinque cerchi  e quella greca, simbolo  di  un grande passato  i cui valori perdurano in questo  tormentato presente e si arricchiscono  di nuove conquiste umane e tecnologiche.

Le Olimpiadi sono e resteranno un esempio  di globalizzazione “buona” che permette anche a noi Italiani di fare un passo avanti nella nostra maturità sociale, politica  e personale. L’immagine di tale progresso sono le magnifiche atlete e i magnifici atleti in gara, con tutto le splendide persone che  li hanno accompagnati  verso  i prestigiosi traguardi di questi giochi Olimpici.

Si, queste Olimpiadi si dovevano fare e il Giappone ne sarà orgoglioso anche se in termini di ritorno economico  forse non è soddisfatto.

 

ANTONIO PENNACCHI ci mancherà-CANALE MUSSOLINI. Ognuno “gà le so razón”

 

 

 

 Pennacchi.jpg

 

Antonio Pennacchi, scrittore scoppiettante, incazzato, sanguigno, a volte spiacevole, sempre autenticamente se stesso, ha lasciato  questo mondo che avrebbe voluto in continuo cambiamento e miglioramento, imparando dagli errori fatti nel passato. Ci mancherà, ma fortunatamente restano di lui  testimonianze “eloquenti”.

 

canale mussolini pennacchi

Voce 

È la narrazione che prende in questo libro. La voce narrante, il suo interloquire con l’ascoltatore, ipotetico lettore, al bar, forse all’osteria perché no, davanti a una caraffa di vino della casa…

E ti sembra di sentire lo stesso Pennacchi, che con quella sua cadenza basso-laziale, intercalata da modi dire tipicamente “cispadano-veneto-ferrarese”, con quel tono di voce, a volte aggressivo e sgradevole, ti snocciola tutta la “saga dei Peruzzi” e del loro antico mondo agricolo, offeso e preso a calci nei fondelli da quota 90 dei Zorzi-Vila e spinto verso il Sud-Marocco dalla nuova povertà .

Forse, se non avessi sentito Pennacchi in televisione da Daria Bignardi, avrei letto la storia in un’altra chiave armonica. Forse non mi sarei fatta condizionare da un atteggiamento ear-driven… Mi suscita emozioni contrastanti.

Un’altra storia

Gli eventi narrati sono proprio un’altra “Storia”. E’ un punto di vista, quello dei Peruzzi che, un po’ da dentro, un po’ da fuori ci racconta frammenti di storia Mussoliniana. E sembra proprio che “abbiano tutti le loro ragioni”. Fortunatamente però l’interlocutore ci riporta, ogni tanto, alla nuda realtà delle cose, sebbene richiamata in forma di domanda.

La narrazione è un procedere a spirale, un filo sospeso del discorso continuamente riallacciato a quanto detto poco  prima. E questo mi piace. Lo trovo molto recursive, molto orientale e molto tradizionale. È il filò delle sere d’estate, al buio stellato, tra profumi e odori, a far tardi sul muretto.

La Storia, da dentro, sebbene parziale, risulta credibile, vera, terribile. E’ la vista del canyon e della rappresaglia di Debra Lebanon che fa apparire immediata davanti agli occhi del lettore le rappresaglie nazifasciste… e Debra Behran e le fosse comuni stracolme di chierichetti, feroci “assassini da sterminare”. 

“L’avessero fatta a noi cattolici una cosa così…” sottolinea il narratore. p.294.

Famiglia e Tradizioni

La Storia e le storie vanno avanti ricche di dettagli e siparietti  agresti, talora dolorosi: Il bambino che per badare al suo coniglietto muore e inonda di sangue e tragedia l’esodo verso l’Agro Pontino; Gli eucalipti che quasi ti soffocano con la loro meraviglia; i Pilgrim Fathers, fratelli di migrazione e di sofferenza, ma anche di speranza; La famiglia e i suoi riti agresti: le feste, i cappelletti alla cui preparazione i bambini partecipano festanti, eccitati all’idea trasgressiva di infilare nell’impasto succulento i bottoni.

Non uno solo come da tradizione, ma tanti da creare “imbarazzo”; le tagliatelle preparate con la tecnica del rotolo, che tante volte ho visto fare a mia madre, affascinata da quei fili che ne venivano fuori come stelle filanti! La mano veloce nel tagliarle come una piccola mitragliatrice ta ta ta ta ta ta tra legno e lama.

Il monolite famiglia! Ancora! Salvezza e perdizione; il “musso” da salvare nelle grotte dei marocchini di montagna. E torna ancora alla mente la scenetta che mi raccontavano i miei di Vera bambina, il suo asinello e i tedeschi cattivi che glielo volevano portare via.

Sfollati

E gli sfollati nelle grotte, proprio come ad Avezzano e Luco dei Marsi, nelle grotte di Nerone; La pistola proibita (dopo l’8 Settembre) tenuta in casa da papà e sottratta da nonnina con scaltrezza durante la visita terrificante della milizia. Storie di vita e di guerra, storie di sopravvivenza che attraversano l’esistenza di tanti italiani.

Figli? Tanti: frutto dell’amore, della disperazione, dell’incoscienza, dell’istinto di procreazione e sopravvivenza della specie. Guarda le api di Armida: che magia! Su tutto regna una “naturalità” disarmante. Quello che conta dai Peruzzi sono i ritmi della terra e del corpo. Ah! Zia Bissola e il suo privy!

1canale Mussolini

Il podere 517 e Canale Mussolini, protagonisti assoluti, ovviamente: via le zanzare, via il fango e la melma e su con il grano, con la frutta, con le bestie compagne di vita…

Hanno tutti ragione?

Coerenza? Cosa sei? Resistenza? Chi resiste a cosa? Tutto in questa storia sembra avere una sua collocazione comprensibile: Mussolini, le “pinciate”, le bravate. Gli architetti ebrei, i marocchini veri e “falsi”, le schioppettate, le guerre, gli armistizi.

Tobruk, Sabaudia e i racconti di mio padre, Buggerru e le cariche della polizia per soffocare i primi moti operai e ognuno “el gà le so razón”.

Eppure è tutto meno semplice di come appare. Traspare dal racconto più di un punto di vista “divergente”.

Tanta roba, di tutto e di più in questa storia, persino un riferimento didascalico all’ingegner Gadda e al suo mondo teorico e razionale.

Così tanto materiale che non è facile riassumerlo in modo efficace. Leggere questo libro è comunque un esercizio della memoria, un incontro con il proprio vissuto e con la consapevolezza di condividerlo con tanti altri: cispadani, marocchini, ferraresi, veneto-pontini etc etc.  Allo stesso tempo è un invito ad andare verso il futuro, con onestà e fiducia.

Concludendo

E per concludere: la scoperta della religione in casa Peruzzi, altra magnifica, lenta epifania sociale. Con la messa della Domenica come rito di accettazione sociale. Preti veri e finti, veneti e marocchini, fantasmi dal passato. Figure determinanti dall’inizio alla fine, fino alla scoperta dell’identità del narratore.

Quasi una chiusura del cerchio, una forma di espiazione a lungo desiderata e coltivata dalla madre, nonostante il manto nero che l’avvolge in sogno nei momenti bui.

Bellissima trovata letteraria.