Arundhati Roy-IL MIO RIFUGIO LA MIA TEMPESTA. Scrivere per disobbedire 

Qualche tempo fa ho letto Il Dio delle piccole cose  e l’ho apprezzato molto, ma in modo ”freddo”, come si può apprezzare una bella storia scritta in modo pregevole e ricca di riferimenti culturali. Il mio rifugio e la mia tempesta me lo  ha fatto rivivere con maggiore empatia e piacere. 

È un’autobiografia che guida alla conoscenza di Arundhati e del suo percorso verso il successo letterario, l’indipendenza economica e il distacco dalla madre. Ma, allo stesso tempo, è un ritratto della cultura familiare, politica, sociale, economica e culturale di quella parte di India che Roy ha vissuto in prima persona.

Tutto parte dal suo tormentato rapporto con la madre, Mary Roy, una donna eccezionale che ha fatto della sua vita un’opera d’arte sociale e politica. È stata infatti una nota attivista per i diritti delle donne, famosa per aver vinto una battaglia legale storica contro la legge sull’eredità discriminatoria nel Kerala, ottenendo che anche le donne potessero ereditare come i figli maschi. È stata una figura educativa influente e fondatrice di una scuola innovativa. 

Viene spesso descritta come una donna forte, a tratti egocentrica e violenta psicologicamente, specialmente con Arundhati: severa e complessa nel rapporto familiare, ma adorabile con i figli degli altri. Per sua figlia è una figura che ha salvato e separato allo stesso tempo, una figura speciale che ha influenzato profondamente la sua scrittura e orientato le sue scelte di vita, comunque ispirate al bisogno di liberarsi dalla soffocante presenza materna. 

Che storia quella di Arundhati! Appassionano le sue avventure tra gli ultimi della società, con cui stringe rapporti di amicizia e sostegno. Quando si ritrova invece nel bel mondo dell’alta società la vediamo piccola, quasi fuori posto tra le belle cose dei ricchi, tra le quali ricerca il suo angolino intimo in cui isolarsi e scrivere. Affascinante è il percorso che la porta al successo. Anche il cinema entra a far parte del suo mondo, casualmente, per diventare poi Casa, con il marito Pradip, regista che diventerà un grande esperto del mondo vegetale, tanto che i suoi libri diverranno dei best sellers. Quasi da film l’incontro con il padre Micky, figura sbiadita nel tempo, da quando ha cercato una via di fuga dalla moglie e dalle responsabilità, tanto tempo prima.

E che storia quella delle persecuzioni subite da Arundhati, intellettuale scomoda, disturbatrice dei manovratori politici di destra che la portano in tribunale. Forse l’anima ribelle e testarda della “signora Roy” è trasmigrata nella sua. Bellisssimo l’ultimo pensiero sull’AMATISSIMA  madre:

La vedo ancora chiaramente. Di continuo. Cammina sul mare, al largo. Nella tempesta e nella calma piatta, con il sole e con la pioggia. Cammina quando la marea è alta, cammina quando è bassa. Cammina quando mi sveglio e quando mi addormento. Fa piccoli passi incerti, ma va avanti. Si ferma solo per guardare le navi passare. o per fare smorfie ai piccoli continenti di immondizia che galleggiano. È sempre da sola È. sul Mar Rosso, in Marocco, al largo della Costa scozzese, alle Galaàpagos. Continua a osservare. Continua a imparare. Continua a fare esercizi  in malayalama con la sua canzone delle zanzare. Continua a progettare la sua prossima mossa. Non è vestita molto bene. Indossa un salwar bianco e una maglietta oversize color tè. E le sue scarpe da basket alte. Per la stabilità. Ogni tanto si ferma come se si stesse guardando allo specchio della sua camera da letto. Poi raddrizza le spalle e riprende a camminare. Come ha sempre fatto. Io sono in piedi sulla riva e la guardo col binocolo che ho fatto con le mani. Il  vento sta aumentando. Devo raddrizzare anch’io le spalle. Perché

a. Tutto può succedere a chiunque.

b.  È meglio essere preparati.

Cia-O, Mart Roy

Ci vediamo.” p.342

Il mio rifugio e la mia tempesta è un bel libro al femminile nel senso più completo del termine. Sicuramente l’apprezzeranno gli amanti delle storie complesse e bellissime di donne combattenti per la libertà propria e degli altri, per l’educazione, per i diritti.  Lo troverà stimolante chi ama l’India e chiama la scrittura. I titoli dei capitoli nell’indice sono già una storia e un assaggio  succulento dell’intero libro. 

Piccoli assaggi

Il figlio maschio Quando era adolescente una volta gli disse: «Sei brutto e stupido Se fossi in te mi ucciderei» Non era nessuna di queste cose. Era solo taciturno e insicuro perché ricordava di aver avuto un padre ed era rimasto segnato più di me dal trauma della sua perdita. La cosa incredibile era il fatto che la signora Roy sentisse di poter dire queste cose terribili a suo figlio proprio qui, nella terra degli adoratori del figlio maschio. La terra in cui ai figli maschi va dato più che alle femmine più di tutto: attenzione, amore, soldi, istruzione, eredità persino cibo...”

Il potere della signora RoyMentre la scuola cresceva e cnsolidava la sua reputazione, la signora roy aveva intrapreso una campagna di gentilezza radicale. radicale perchè la sua gentilezza era brusca, pragmatica e non chiedeva nulla in cambio. Era una forma di politica con altri mezzi.I milgiori. Quando sentiva parlare di donne in difficoltà o leggeva sui giornali di qualche terribile incidete, entrava negli ospedali e nele aule di tribunale e offriva la sua protezione.Non le compativa ne cercava di conforttarle: offriva loro un’alternativa. Se non avevano la prontezza di accorgersene, se ne andava. Se ne abusavano, piagnucolavano o chiedevano compassone, le cacciava via.In lei non c’era nulla della benefattrice o dell’assistente sociale. e sue azioni provenivano da un senso di profonda indignazione.dava borse di studio agli orfani e lavoro alle donne abbandonate o abusate dai mariti o da altri uomini. Aveva un suo modo di dare conforto ai bambini traumatizzati dalla morte di un genitore o di un nonno. Di proteggerli dal dolore prma che li travolgesse. Il  campus piullulava di piccoli esseri umani dagli occhi luminosi che andavno avanti con le loro gornate indaffarate. Era un luogo pieno di felicità. Molto spesso mi ritrovavo a desiderare di essere una sua studentessa e non sua figlia.”pp94-95

L’architetta Arundhati in Italia dove si affaccia la scrittrice che è in lei “Di notte, ogni singola notte,scrivevo una lettera a Pradip. Non erano lettere d’amore. Eranosemplici descrizioni della mia vita quotidana. Avevano un solo scopo. Volevo che quell’uomo brillante rispondesse e dicesse: Hai mai pensato di fare la scrittrice? Ed è esattamente quello che fece. p.135