
Quand’è che un essere umano si spezza? E come cade a pezzi? Il puzzle si può ricomporre? La rottura del filo di capello che tiene insieme il nostro essere riguarda tutti. È figlia della fragilità umana di fronte alle ingiustizie del mondo, alle passioni inascoltate, o vissute troppo intensamente.
≪Non avere paura. Verrai trattato bene, te lo giuro. Può succedere a tutti, Ferdinà. A volte ci spezziamo. È il dolore.Si annoda, si scioglie. Andiamo avanti così. Devono capire qual è la cura migliore. Durerà poco, te l’assicuro. Non possono scherzare con le cose dell’anima.≫ Non possono scherzare con le cose dell’anima. Parole oppiacee. Per sancirgli la condizione umana. Gli avevano stoppato il mugugno. Forse Ciccillo gli diceva la verità: il tempo di indagare nel dolore.” p.17
Siamo a Napoli, nella seconda metà del 1800, con il dottor Ferdinando Palasciano ortopedico, stimato professionista, e Olga Pavlova Vavilova, nobildonna russa, sua moglie di 20 anni più giovane. La contessa vive in un continuo oscillare tra il suo mondo antico in Russia e la nuova identità napoletana.
Il dottor Palasciano, prestato anche alla politica con profonda partecipazione etica e fisica, “l’uomo che voleva correggere la storia per senso di giustizia”, diventa gradualmente incontrollabile, fino a che accade l’inevitabile: il ricovero in manicomio. Qui inizia un’altra vita. Un altro Palasciano affianca quello del mondo esterno, ma dai suoi vaneggi emergono consapevolezze, personaggi e storie importanti.
Di spalle a questo mondo è una lettura impegnativa. Trovarsi già dall’inizio nel bel mezzo della crisi psicotica che investe l’esimio dottor Ferdinando Palasciano non incoraggia a proseguire la lettura. E tuttavia, man mano che la volontà impone di procedere, ci si rende conto di essere al centro di una narrazione di altissima qualità, che richiede attenzione e fiducia. Per diversi motivi:
- Lo stile della scrittrice ti avvolge, ti stupisce, ti disorienta con la sua ricchezza, con la sua audacia. Lo caratterizzano parole inventate, e dunque idioletto d’artista, dialetto napoletano, espressioni russe della divina Olga, linguaggio figurato esaltato ed esaltante. Le epifanie di Ferdinando sono racconti nel racconto. Oscillano tra sogno e ricordo di eventi realmente accaduti, rivisitati con lo sguardo del malato in preda ad allucinazioni.
- Alternanza, anche visiva, tra narrazione degli eventi in terza persona e flusso di coscienza di Olga, visualizzato in un fascinoso carattere corsivo.
- Personaggi scavati come opere di uno scultore abilissimo. Dai popolani ai ricchi borghesi, con riferimenti a personaggi realmente esisititi, Giacomo Leopardi, Leopardi, il pittore Eduardo Dalbono, Giuseppe Garibaldi e altri ancora.
Lo zio Ferdinando, sarto a Monopoli: “Lo zio lavorava col cuore scandalizzato dall’imperfezione. era un sarto, cuciva vestiti per i signori di Bari. e pretendeva sempre il meglio da sè stesso. i gesti dicevano, Ferdinà, il taglio deve essere preciso, l’imbastitura perfetta,la cucitura robusta ma i punti non si devono vedere. Guarda e imparàti anche tu. È una cosa virtuosa, una cosa virtuosa… L’insistenza sull’invisibilità di una struttura. con le grandi mani cretese, i gomiti sporchi di gesso, lo zio si accaniva sulle stoffe, li mostrava le fasi del Lavoro come a dirgli che l’intera realtà avrebbe dovuto funzionare con quelle tecniche e quei principi punto invisibilità perfetta e robustezza, muta energia, splendore del significato in un grande silenzio. “ p.88-89

Eduardo Dalbono pittore innamorato nel discorso con Olga “Siete Partenope qui, la sirena che ha generato Napoli. Non dite niente, sento che è l’immagine giusta. Quando avrò finito dovrete mettere il dipinto di fronte ai quadri del Vulcano. Il senso sarà compiuto. Vi ho dato le sembianze di un uccello, la coda di pesce non mi piace per voi…”
Il biologo Ciccillo Arena che studia le erbe per farne una medicina che aiuti l’amico a guarire l’ Hypericum contro la depressione.
Il quinto amico Antonio Ranieri la cui morte gli viene taciuta per salvaguardarlo dal dolore. La sua storia sul rapporto con Giacomo Leopardi e le sue ceneri è davvero sorprendente.
La paziente salvata da morte sicura e da violenze familiari, Susetta Farina, è ora Suor Patrizia che lo assiste nel manicomio con gratitudine e pena profonda nel vederlo devastato dalla follia.
4. Personificazione La zoppia di Olga diventa essere vivente, ha addirittura un’anima? Si accentua nei momenti di dolore e ansia, e sembra scomparire nei momenti più lieti. Ma torna sempre perché Olga è un’anima sofferente che sente il peso della sua origine, di una madre anch’essa stravolta dalla malattia mentale. P.54
“Ha parlato la mia zoppia. Ha detto, sono Olga, sono sola e sporca, voglio andarmene, voglio possedere, voglio le lacrime che danno pace. Qualcosa mi ha suggerito di guardarmi intorno. Avrei capito che il mondo, inclusi i dolori, i godimenti, le illusioni, ci è stato dato per non morire subito, per distrarci dalla nostra essenza: una vecchia fame disposta a divorare tutto. Anche sé stessa”
Quelli che in gergo teatrale gli Inglesi chiamano props o oggetti teatrali, qui diventano protagonisti eloquentissimi: il muro della cella manaicomiale, la torre, il giardino, l’ esedra, le caramelle all’anice calmanti come la tetta materna, la mandragorina fatale, i pupi:
La torre: ”La torre avvolgeva e spiava le coscienze. Quattro lati di fronte al mondo, Ma l’essenza sua, fatta di separazione e intimità, dava le spalle al mondo e come spiegare a Dalbono che quelle pietre svelavano le verità che un uomo tenta di nascondere? Lo stavano facendo anche in quei momenti: esistenza aggrovigliata, miseria…”p.319
Ferdinando parla attraverso il muro divisorio con Gemito che gli insegna un codice segreto per comunicare in sicurezza. Al muro confessa i suoi intimi tormenti. (E scatta il ricordo di Piramo e Tisbe e del loro amore tragico con testimone la crepa in un muro). È tutto vero?
I pupi: “I pupi stavano negli armadi. Glieli aveva portati a casa nell’ottobre del 1887. Un’ intera compagnia di marionette acquistate in un eccesso di passione, come gli era successo per l’asino. C’era stata una campagna denigratoria sui giornali, i nemici si erano spinti a dichiarare che dopo aver presentato le dimissioni dalla carica di direttore della Clinica Chirurgica, per onestà e coerenza avrebbe dovuto rinunciare anche all’insegnamento. Lo avevano accusato di prendere a sbafo lo stipendio di professore universitario. Un vile attacco…Era dannatamente solo. Volevano privarlo dell’insegnamento, la cosa che per lui contava di più. A raffiche, sotto le fiammate del sole, il male se l’ era sentito addosso. Era dannatamente solo in mezzo alla gente che sciamava sulla strada. All’angolo di San Gregorio Armeno il trillo insistente di una campanella. poi una vocetta lo aveva chiamato.
≪ Eccellè, eccellè! Trasite! O’spettacolo a tre sorde! Dimane smuntammo, chisto è ll’urdemo iuorno…≫
5. Napoli, orizzonte sensoriale: non una città-cartolina, ma una Napoli interiore, fatta di vicoli che diventano corridoi della mente, odori che aprono ferite, rumori che entrano nella narrazione come personaggi.
6. La Storia: numerose sono le incursioni nella Storia: la beffa di Porta Pia, il più grande falso storico dei tempi moderni, i moti del 48 a Messina; ,Garibadi, i Borboni, i Francesi e l’intuizione della necessità di curare i feriti in guerra. Il medico Palasciano inventa la Croce Rossa, ma la paternità viene attribuita ad altri. E Ferdinando soffre anche per questa privazione di riconoscimento. Curare i feriti in guerra era stato per lui un momento di grande sofferenza, ma anche di grande ispirazione.
“Battaglia, battaglia…
La prima di cui era stato testimone quando militava come alfiere medico nell’ esercito borbonico gli aveva fatto conoscere il caos umano e quanto venisse nullificato il senso della vita. Messina, 1848. Sangui scorsi a fiumi. erano veri e spettrali allo stesso tempo. Aveva capito meglio che l’uomo, anche il più superbo e potente, è una creatura tremante. “
7. Il Tempo:“Il viaggio di Ferdinando nel tempo era una necessità del suo spirito”. Il presente dei protagonisti è un presente di riflessione e di dolore. Un presente di cesure. Ferdinando si spezza. Olga scappa dall’amore e dalle emozioni sensuali che il pittore Dalbono suscita in lei. Il suo destino è amare Ferdinndo, curarlo quando si ammala, accompagnarlo dolcemente sulla soglia della morte e vivere nel suo ricordo. Con fedeltà, fino alla fine dei suoi giorni.
“All’improvviso Ferdinando parlò. Disse che sentiva il dolore. Del giardino, della torre, di noi due. Lo abbracciai stringendo l’ardore e la disperazione che sono anche nature mie. Adesso so di che cosa siamo fatti. Di una nuova condizione della vita, della voglia di voltare le spalle a questo mondo, di trasformarci in una tensione estrema.”p.224
Chi sono Ferdinando e Olga

Ferdinando Palasciano (1815–1891): Illustre medico e chirurgo napoletano, considerato il precursore dell’idea della Croce Rossa. Nel romanzo viene esplorata la sua vita tra genio medico, impegno patriottico e il declino finale verso la follia.
Olga Pavlova Vavilova (Olga de Wawilov): Nobildonna russa e moglie di Palasciano. La narrazione si concentra sul loro legame profondo, nato proprio dalla cura che il medico prestò alla donna per una sua zoppia.
N.B.: In corsivo, come nel romanzo, le citazioni dai discorsi di Olga
