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La costruzione della storia è molto sofisticata ed efficace. Si sviluppa in due percorsi paralleli che il lettore scopre a “capitoli alternati” nel registro linguistico (dal formale al colloquiale allo slang), nel contenuto  e  nel punto di  vista.

clip_image004Il setting è  individuato in grandi categorie spazio-temporali-esistenziali: il dentro e il fuori; l’interno e l’esterno; il sotto e il sopra, che stringi stringi, accolgono il ben noto SELF alla ricerca kafkiana della  ri-composizione di una  identità multipla.

 Viaggio nella mente

Il viaggio dei protagonisti attraverso il proprio cervello/MIND, tra ricordi che vanno e vengono, mi attrae  in modo “viscerale”.

clip_image007Mi piace anche l’assenza totale di nomi propri, rimpiazzati da un identificativo caratteriale o professionale: il professore ricercatore-old prankster, il lettore dei sogni, the split-brained data processor, il guardiano della città, il malinconico colonnello, il tassista reggae, i mitici unicorni che muoiono e rinascono.

E poi le donne: la chubby girl in pink, ragazza cicciottella, tutta rosa dalla testa ai piedi. Le bibliotecarie nella loro doppia identità, tra crani misteriosi che si illuminano al tocco del lettore di sogni, libri, cibo e sesso.

Divertente l’attenzione ad oggetti narrativamente insoliti come le graffette, i tagliaunghie, l’ accordion ed altro ancora.

 Appassionante per chi ama il genere splatter, la minacciosa presenza degli INKlings e di tutti gli esseri repellenti delle profondità, ma anche della superficie. Disgustosamente simili agli Yahoo incontrati da Gulliver nel suo viaggio.

clip_image009Sempre legata al gioco del doppio è la storia delle ombre separate dai corpi a cui appartengono, ma soprattutto dalla loro mente, fino a morire lentamente e inesorabilmente.

Inquietante la tecnica della attivazione/disattivazione della voce, ideata dal professore e da lui applicata anche a sua nipote, la chubby teenager. Silenzio, mutismo, assenza di comunicazione, alienazione, mistero alimentano la storia. 

 

Incipit

1. Elevator, Silence, Overweight

“The elevator continued its impossibly slow ascent. or at least I imagined it was ascent. There was no telling for sure: it was so slow that all sense of direction simply vanished. It could have been going down for all I knew, or maybe it wasn’t moving at all. But let’s just assume it was going up. Merely a guess. Maybe i’d gone up twelve stories, then down three. Maybe I’d circled the globe. How would I Know?”

 

Reader’s first impressions

 Feeling claustrophobic! Gasp! Pleasant sensationS for a shared set of cultural references: Proust, Houdini, Henry Fonda, the neurolinguistic theories on right side-left side brain functions: counting and connecting body with brain.

Caged in the elevator,  you feel lost and totally clueless. Silent, clean, purring aseptically, alienating you from the outside world, as well as from your inner self,  it is taking you somewhere, into an unknown world, in slow motion.

At last, doors silently open up to somewhere. Long, long corridors, random numbers on the doors and a plump, nice-smelling  young lady walking through the long string. No noise but her heels clicking regularly on the superclean floor.   The pink-dressed woman stops, opens a door,  you enter… a new language, a well known meaning: “what?”

 

Traduzioni

ABirnbaumDecisamente apprezzabile la ricchezza lessicale e testuale e l’utilizzo dei diversi registri linguistici nei vari capitoli.

Tradurre dal giapponese concetti e termini non sempre semplici e concreti non deve essere stata una passeggiata! Bravissimo dunque  il traduttore in Inglese,  Alfred Birnbaum che, come segnalato dall’editore, ha lavorato a stretto contatto con l’autore producendo un effetto fantastico, soprattutto nell’evidente contrasto tra i diversi registri che caratterizzano ed esaltano i personaggi. Il lavoro del traduttore, difficilissimo e impegnativo è davvero speciale!

Cosa resta

Alla fine della lettura, mi resta il piacere della scoperta dei riferimenti culturali inseriti nel romanzo: la grande musica (Bob Dylan, il jazz caldo, i grandi classici, l’incalzante Bolero di Ravel), le grandi letterature del mondo, il cinema americano. Ma elencarli rischia di diventare noioso. Sono sapientemente “interwoven” tra le pagine del romanzo ed è lì che vanno cercati. Tutto il resto è molto “cervellotico” forse, ma godibile, anche se nella seconda parte del libro la voglia di arrivare alla fine si fa sentire forte.

Murakami si dilunga infatti  nella costruzione dell’agognato climax da fine del mondo,  allentando in tal modo  la suspense, che riesce invece a mantenere tesa e potente quando   ricorre alla sintesi e alla concretezza narrative.

In 23 parole…

Ed ora, tutto il romanzo in 23 parole, molto meno di un twitter, molto più efficace di uno slogan! meglio di così…

 Combines a witty sci-fi pastiche and a dream-like Utopian fantasy in two separates narratives which alternate in an interweave of recognition and deja-vu” Richard Lloyd Parry, Independent