Tucson, Dicembre 1947

“Maigret sentì l’inizio della frase, ma non ne sentì mai la fine.”

Le storie di Maigret sono un’operazione matematica, una moltiplicazione: si cambia l’ordine dei fattori, ma il prodotto rimane lo stesso…

Alla fine di questo viaggio con il commissario e il “suo morto” Albert, alla ricerca del suo/suoi assassini e delle ragioni del delitto, provo un certo senso di fastidio. Questo Maigret così coinvolto nella vicenda del “suo morto”, mi attrae e mi respinge allo stesso tempo.

La storia è ricca di dettagli che prendono vita e colore, come la trama di una tela ben tessuta, dando forma al racconto e disegnando scenari, quasi contemporanei, che fanno riflettere.

Cechi, Italiani, Polacchi, “stranieri” si aggirano nelle strade di Parigi, nei quartieri ghetto, oggi così trendy, tra alberghetti malfamati e locali compiacenti. Gente che viene da fuori, per lo più disadattati, se non criminali veri e propri, alla ricerca disperata della propria realizzazione, costi quel che costi.

Molti spunti di riflessione sono presenti in questo libro, che vanno oltre la trama di un giallo. Maigret conosce bene la sua Parigi, la ama in ogni suo più remoto anfratto e vive la presenza degli “stranieri” quasi come un’invasione perniciosa del proprio amato spazio, delle sue viuzze, dei suoi angoli preferiti.

Come è evidente in Maigret il pregiudizio, la prevenzione e il disprezzo del diverso, specialmente se si confrontano con l’indulgenza affettuosa che il commissario prova per “il suo morto”!
Tutto sommato è forse proprio questo lato poco gradevole di Maigret che rende questa  storia più complessa e più profonda di altre.