• Mondo Fuori

  • I viaggi della speranza e della disperazione.

    Viaggi nell'abisso. Samia: “Il Viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto, oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. È una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare. Se si è fortunati due mesi. Se si è sfortunati anche un anno o due…”p.122 -Non dirmi che hai paura-G.Catozzella

  • Con Amnesty International contro la pena di morte

  • Verità per Giulio Regeni-“La tua verità? No, la Verità, e vieni con me a cercarla. La tua, tientela.” A.Machado y Ruiz (Poeta Spagnolo 1875-1939)

  • Io sto con Emercency

    Guerre, Epidemie, Vite umane falcidiate... Per nostra fortuna c'è Emercency.

  • LIBERA-100 passi e oltre verso…

    21 Marzo a Padova XXIV giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

  • 23 Aprile-Giornata Mondiale del Libro

  • Amo l’Europa

  • 22 Marzo Giornata Internazionale dell’ACQUA-un diritto per tutti!

    con Bertoli e Ligabue, nel vento che soffia e l'acqua che scorre...

  • 21 Marzo-World Poetry Day. Arriva Primavera, in versi…

    Il verso è tutto. G.D'Annunzio, Il Piacere, II,1

  • 15 Marzo Climate Strike. Gli studenti del mondo manifestano per clima e ambiente

    Fridays for Future- giovani alla riscossa- Appello disperato agli "adulti" Agite subito per questa nostra Terra! “Our house is on fire, I am here to say our house is on fire."

  • 8 Marzo 2021-Donne e uomini insieme con determinazione e speranza

  • 25 Aprile 2020- Festa della Liberazione dal nazifascismo

  • 1° Maggio 2020-Coraggio!

    R.Guttuso-Portella delle Ginestre

  • 10 Maggio 2020-Festa della Mamma

    dalla vita di una grande mamma...

  • 5 Ottobre 2020-Giornata UNESCO dedicata agli Isegnanti

  • 23 Maggio-19 Luglio -Luci che non si spengono…

  • 2 Giugno 2020-Festa della Repubblica Italiana

    Ossimori festosi: ferita, disorientata, fragile, eppure resiliente, meravigliosa e forte. La nostra Repubblica.

  • 3 Ottobre 2013-3 Ottobre 2020 Ricordare, accogliere, progettare il futuro

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    Il 3 ottobre è diventato giornata della memoria e dell'accoglienza, una data in cui si ricordano le vittime del naufragio di Lampedusa e tutti i migranti che hanno perso la vita nel tentativo di arrivare in Italia, la porta dell'Europa.

  • 20 Novembre2020- Giornata Internazionale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza

  • 25 Novembre 2020-Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

  • 10 Dicembre 1948 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

    Restare umani è un diritto-dovere. Dopo 70 anni, a che punto siamo?

  • 27 Gennaio-Giornata della Memoria per continuare a ricordare, andando avanti

  • Disclaimer

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H. Janeczek-LA RAGAZZA CON LA LEICA. Gerda Taro, “una chimera di gran classe” al servizio della fotografia e della libertà.

Tutto ruota intorno a Gerta Pohorylle/Gerda, giovane donna di Stoccarda, esuberante, intelligente, coraggiosa e  anticonformista,  affamata di vita. Spiriti guida della sua vita, e di  quella dei suoi amici e amanti, sono la fotografia e  la passione civile che, insieme a una buona dose di incoscienza e di spirito di avventura portano Gerda in Spagna durante la guerra civile, per testimoniare con i suoi scatti la rivoluzione e i rivoluzionari. Ed è qui  che un carro armato pesante e senz’ anima pone fine alla sua giovane vita, cogliendola nell’attimo fatale in cui  sta per scattare l’ennesima foto dell’attimo fuggente.

“con quel passo aereo, libera di svoltare l’angolo e sparire come un sogno, una chimera di gran classe…”

R.Capa- Gerda compra mughetti a Parigi-1maggio 1937

È Parigi, città magica e agognata da tutti gli intellettuali e i rifugiati del tempo, a favorire la nascita e la maturazione di quella coscienza rivoluzionaria che spingerà Gerda, André Friedman (Robert Capa) sua anima gemella, Ruth, Fred e Lilo Stein, Csiki,Willy, Seiichi e tanti altri  verso la Spagna, in soccorso della resistenza alla dittatura. Ma è l’amore o l’attrazione per Gerda a creare l’alchimia profonda tra questi  giovani straordinari.

La grande storia si affaccia tra gli scatti di quelli che diverranno i maestri della fotografia moderna: la montante follia delle persecuzioni naziste, la folla di profughi alla ricerca di un passaggio verso la salvezza, in Spagna, in Francia e poi, mentre i nazisti avanzano inesorabilmente,  in America o in qualche paese sudamericano.

Colpiscono alcuni personaggi, come Csziki  in fuga dagli invasori nazisti , con lo zaino in spalla pieno di  negativi dei suoi amici fotografi da portare in salvo. Nella missione coinvolge consoli, primi ministri  e persone sconosciute, affidando loro il prezioso carico.

“… al posto delle praline artigianali, ripone nel reticolato le prove più schiaccianti di ciò che è accaduto in Spagna – una selezione dei negativi di Capa, Chim e Taro – contrassegnando i riquadri sul coperchio in una chiarissima grafia a matita. Terminato il lavoro, infila le scatole in uno zaino e, caricatoselo in spalla, inforca la bicicletta. Sulle ruote appesantite dai minimi averi personali, si fa largo sulle routes nationales intasate dai parigini in fuga, pedalando fino a Bordeaux o a Marsiglia. Forse pedala fino a Bordeaux e poi prosegue senza bici per Marsiglia, ma sta di fatto che pedala pure per la sua vita, la vita di un ebreo di Budapest gravato di un bagaglio che lo tradirebbe come complice di chi si è opposto con la fotografia alla prima guerra nazifascista sul continente.”

La narrazione per punti di vista mantiene sempre al centro Gerda, sempre uguale e fedele a se stessa. Willy Chardack “il bassotto” cerca di mettere in fila eventi, ricordi e sensazioni, riaccendendoli nella mente e nel corpo, ogni volta che ne parla.  Georg Kuritzkes va avanti e dietro nel racconto mostrando tutto il suo coinvolgimento con le vicende storiche e personali, e con  le persone raccontate. Anche Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, racconta Gerda dal suo punto di vista, femminile e professionale, ma sempre con rispetto e affetto.

“Ciascuno ricorda ciò che gli serve, quel che lo aiuta a mantenersi in sella. E il dottor Kuritzkes vuole solo tenersi la «sua Gerda», anche se sa che non esiste. Gerda la temeraria, l’imprevedibile, la volpe rubia, che non rinuncerebbe a qualsiasi morso di felicità si possa rubare al presente.”

Gerta Pohorylle e André Friedmann, o meglio  Gerda Taro e Robert Capa, invadono il  romanzo  con il loro amore e il loro sodalizio professionale.  Due facce della stessa medaglia, anche se quella di Gerda sembra essere la più luminosa, mentre quella di Robert è senz’altro quella di maggior successo, successo  che  Gerda ha ben capito come raggiungere:

“«Ho capito come va il mercato.» «Ah sì?» rispondeva Ruth distratta, perché la pausa teatrale lo richiedeva. «Non basta essere tempestivi eccetera. Bisogna avere i nomi giusti, sennò crearli. Credi che un caporedattore sappia distinguere la semplice bontà di un’immagine? Raramente. La fotografia è fatta di nulla, inflazionata, merce che scade in un giorno. Si tratta di saperla vendere» concludeva Gerda, e alzava gli occhi trionfanti e birichini verso la strada.”

I ricordi, i flashback, le epifanie intercalate con descrizioni e dialoghi rendono la narrazione pulsante, incalzante, ma a tratti troppo sincopata, abbondante e  non sempre  facile da seguire. Nell’epilogo l’autrice riporta un monito che le è stato rivolto dagli amici: “Non abbandonarti all’eccesso di documentazione”.

In effetti il romanzo provoca a tratti una sindrome da sovraccarico di informazioni, ma rimane comunque un “docunovel”(biografia…) ricco di spunti di vita, d’amore, di bellezza e anelito verso la libertà in tempi bui che si spera non tornino più. Attraverso l’arte della fotografia i lettori sono spinti a riflettere su un’epoca complessa e su una realtà femminile forte e decisa, sebbene  fragile e appassionata.

Tempi tormentati e complessi quelli in cui hanno vissuto i grandi fotografi descritti nel romanzo, ricchi di  contraddizioni, tra  bellezza e  orrore. Tornano  tutti nella storia di Janeczek: il nazismo, la guerra civile in Spagna, la crisi economica in Europa, lo scoppio della seconda guerra mondiale, le persecuzioni, i campi di internamento, le lotte partigiane, il dopo-guerra in Italia, il neorealismo, il trionfo della fotografia.  La fotografia esplode come forma d’arte e testimonianza. E la Leica?

Giovane miliziana si allena sulla spiaggia di Barcellona 1936 foto di Gerda Taro

La Leica è una macchina fotografica piccola e perfetta. Ricordo quella di papà, che anche noi figlie abbiamo usato da bambine e da ragazze. Ora non so dove sia andata a finire, ma porto con me il ricordo di tutti i bei momenti  legati ai suoi scatti, cravvivati da questo romanzo.

Anonimo 1937 -Gerda Taro

“Fred Stein ha imparato da solo, grazie al dono di nozze di una Leica e a Lilo che lo assiste. È la Leica, dice, che gli ha insegnato a fotografare, la porta sempre al collo, la tratta come un’estensione del suo corpo. Non può farci nulla se quella simbiosi si scontra con la diffidenza dei clienti che, abituati a un imponente abracadabra, dubitano che da un congegno poco più grande di un portafoglio possa uscire un ritratto accettabile.”

Il mondo di Gerda Taro

Vuoi  entrare nel mondo di Gerda Taro  per conoscerla meglio? Vuoi vedere alcune tra le sue foto più belle? Vuoi incontare Capa, suo grande amore? Pieter suo primo fidanzato? E Lipsia? E tanto ancora ? Vai a  IL MONDO DI GERDA TARO di Helena Janeczek

Soldato repubblicano-Gerda Taro- Brunete- luglio 1937

Ho trovato  molto interessante anche  il saggio  di   Anna Trevisan  Gerda Taro. La cacciatrice di luce (Finnegans.it) Leggetelo e gustatevi le foto  di Taro e Capa . 

Assaggi

Arrivano i lupi e divorano tutto“Così erano arrivati i lupi. Si erano moltiplicati grazie all’errore di sottovalutarli, crederli bestie feroci ma primitive, confonderli con i pastori tedeschi, animali domabili, sfruttabili a propria convenienza. Non si sarebbero avvicinati alle case se il paese non fosse stato così affamato. Adesso non erano più soltanto i piccoli borghesi, gli invalidi, i lumpen e il sottobosco criminale a farsi irretire dalle camicie brune. A ogni fabbrica, magazzino, cantiere, altoforno che chiudeva o riduceva produzione e organico, la massa del proletariato si sfaldava. La fame era una cattiva consigliera, e la disperazione anche peggiore.

Epifania.  L’ odore di lavanda- “Il dottor Chardack è incerto se meravigliarsi di quel ricordo così intatto. Non gli pare di averlo mai richiamato, tantomeno condiviso con qualcuno. Sono trascorsi venticinque anni da allora, ma non è quel numero che conta. Conta che il passato andrebbe lasciato stare, con i morti al loro posto, ma ormai s’è presentato quel ricordo così intatto da richiamare persino l’odore di lavanda. Le cose che non usi, che non sciupi, che metti via per bene, saltano fuori quando capita, inalterate.”

Che cosa è un nome…la scelta giusta- “«Come diceva il poeta maledetto: Je est un autre. Dovete chiamarmi Robert Capa.» Tutto qui? Seiichi aveva accennato un applauso. Friedmann era raggiante. Gerda ripeteva «Robert Capa» con l’accento francese, inglese e tedesco, tenendo a rimarcare che non si storpiava in nessuna lingua ed era molto orecchiabile.”

“«Come ti viene in mente!» aveva replicato André. «Noi abbiamo pensato a Robert Taylor, e per lei a Greta Garbo. Niente più Pohorylle. Voilà, da oggi sarà Gerda Taro.» «Anche lei americana, immagino.» «Non importa, internazionale» aveva ribattuto Gerda. «Solo Robert Capa deve essere americano.»

I soldi per il cinema si trovano sempre- “Forse sarebbero venute giù lacrime sentimentali davanti a un altro schermo, se non fossero state costrette a contare gli spiccioli in borsa. In quel periodo avevano dovuto rinunciare alla Garbo nel melodrammatico Velo dipinto e alla torbida Dietrich nell’Imperatrice Caterina, ma una domenica piovosa si erano concesse la seconda visione dei Ragazzi della via Pál, facendosi accompagnare dal Bassotto che non aspettava altro.

Le poche volte in cui non si lesinavano una sera al cinema, preferivano però film comici: come ai vecchi tempi, quando l’elegantissima ragazza di Stoccarda rideva come una matta di Stanlio e Ollio lasciando incredula la nuova compagnia di Lipsia. Fuori dalle sale cinematografiche, tra le palpebre di Gerda affioravano soltanto incontinenze minime di rabbia, velature di dispiacere e soprattutto travasi di orgoglio ferito. Lacrime di preoccupazione, dolore o impotenza erano cedimenti al catastrofismo di cui, in quei tempi, conveniva liberarsi.”

Cosa affascina i parigini- “«Ah, i parigini che si credono tanto smaliziati! I direttori dei giornali, e pure quelli della nostra parte, che morire se ti alzano il cachet di due centesimi, a te povero rifugiato antifascista. Ma quando racconti di un americano che gira il beau monde di tutta Europa, non vedono l’ora di incontrarlo. Très désolés, ha portato la sua ultima conquista a Venezia, non abbiamo idea di quando torni. E chi sarebbe la ragazza, una famosa? Questo non possiamo certo dirlo.»”

Capa e Rossellini- “Conoscevo di sfuggita il suo amico David ‘Chim’ Seymour, lo incontravo a Trastevere da Checco er Carrettiere, scendeva sempre all’Hotel d’Inghilterra. Aveva grandi esigenze da buongustaio, bizzarre per uno straniero che di solito non distingue neanche una pasta scotta, e coltivava un’eleganza incongrua con quell’aspetto pasciuto da maestro: l’antitesi di un paparazzo, così discreto che si capiva come mai fosse il ritrattista preferito delle dive – la Loren, la Lollo, la Bergman che ai tempi dello scandalo gli diede l’esclusiva – ma così orbo che sembrava improbabile come fotografo di guerra. Capa invece attraeva per la sua fama romanzesca, le voci su una tormentata liaison di cui la Bergman si era consolata con Rossellini. L’hai conosciuto in Spagna? Magari in quelle foto dell’addio alle Brigate Internazionali, straordinarie, compare pure la tua faccia?»”

Sensi di colpa- “No, lui non ha nulla da rimproverarsi, visto che avrebbe potuto rimanere a Napoli anziché partire per la Spagna, e poi è stato il filo tiratissimo della fortuna a farlo arrivare intero al momento della resa del nazifascismo. Però gli pesa, a volte, la semplice ingiustizia di essere vivo.

Gerda parla la lingua di tanti- “«Ah, et ce chien maintenant c’est le chien personnel du commandant» aveva detto il compagno belga. «Mais si le commandant lui parle en sa langue maternelle, le polonais, je ne sais pas…» Gerda invece lo sapeva, lei sapeva parlare al pastore tedesco in polacco, e il cane era felice di trottarle dietro o di fermarsi ai suoi comandi. Gerda sapeva rivolgersi a quasi tutti gli interbrigatisti nella loro lingua, con qualche frase conquistava battaglioni e generali, incantava commissari politici e censori.”

Gerda non lascia andare nessuno. Niente finisce- “No, a Gerda non piacevano le cose che finivano. Non aveva mai lasciato che nessuno dei suoi uomini uscisse dal suo raggio. Neanche nel caso della loro acciaccata amicizia aveva mostrato il tatto di ricalibrare le distanze, cosa che mandava così in fumo Ruth da farle cambiare marciapiede, l’unico a degnarla di un’occhiata mesta era il Bassotto. No, Gerda non concepiva che qualcosa potesse rompersi per sempre: solo transizioni, fasi, capitoli, dove il punto finale, messo da lei stessa, anticipava l’urgenza di voltare pagina. Perché a Gerda piacevano le cose che cambiavano.”

Il paradosso delle donne-  “«Sai qual è il paradosso?» si illumina Ruth. «Il paradosso è che per una donna è più facile. Senz’altro per una signorina come Gerda che eccelleva nel conservare i bei modi, la facciata. Sorridi e scherzi, conosci la tua parte, sei allenata a farlo da una vita. Quale uomo si insospettirebbe davanti a una ragazza spensierata? Basta apparire e fare finta di niente. Resistere è fare finta di niente, resistere è recitare. Gli uomini pensano che solo loro sono capaci di disciplina, noi donne non siamo nemmeno state ammesse come ausiliarie dopo lo scioglimento delle milizie repubblicane. Invece Gerda si era addestrata ben prima di avventurarsi come un soldato su un campo di battaglia. E in ogni caso, sotto la tuta operaia, la gonna affusolata o la divisa militare non resta sempre la persona umana, ein Mensch?»

Canone del ritratto secondo Stein“In un articolo del ’34, scrive che un ritrattista deve catturare «la storia e il carattere che ogni modello possiede», compito ideale per la Leica, così «disarmante» nella sua piccolezza. Notevole la coerenza con cui traduce quel pensiero in metodo: non solo sceglie i soggetti per stima e affinità, ma prima di incontrarli si prende il tempo per studiare le loro opere e poi per dialogare in modo da far dimenticare la seduta.”

Il ritratto di Einstein- “L’episodio più esemplare risale al ’46, quando Einstein gli concede dieci minuti e finisce per parlare con lui per due ore. Il ricavato sono appena venticinque fotogrammi. Nel ritratto, che diventa uno dei più celebri, ha uno sguardo dolce addolorato e non sorride, Albert Einstein. Un’immagine che mira a cogliere la storia e il carattere di un uomo deve essere in grado di non ridurlo a uno specchio o a un oggetto, fosse anche la più attraente delle icone.”

La Germania post bellica…lavata con il Persil- “Il paese è stato lavato con il Persil in una di quelle lavatrici che adesso tutti sognano: ne è uscito candido e decisamente apprettato.» Gli descrivono cauti il loro stato di malessere. Lo interpellano in qualità di specialista «perché il mio dottore dice che non ho niente, ma dietro mia insistenza mi ha prescritto queste pillole». Quali consigli può dare lui, per lettera, quando nell’intera Bundesrepublik non conosce il nome di un collega da raccomandare?”

Un salto al cinema neorealisata con il dottor Georg“Intanto qui hanno girato il più grande capolavoro del cinema recente, Roma città aperta: proprio la sequenza dove ammazzano la Magnani e portano via il tipografo. Rossellini non s’è inventato niente. Questo era davvero un covo sovversivo, o una roccaforte, se preferisci. Uno lo hanno fucilato alle Fosse Ardeatine, tre deportati a Mauthausen e non sono più tornati. Ma erano in tanti, era il quartiere intero, erano tutti i quartieri popolari, e questo più degli altri. Non come a piazza Barberini, con le tue contesse nere felici di aver trovato il medico tedesco per curarsi i nervi…»”

Gerda, l’amica comune- “«Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.» Mario deve avere capito, evita di porgli altre domande.”

J. Lahiri-DOVE MI TROVO, ovunque, da nessuna parte. Con me stessa.

dove mi trovo

Dove mi trovo di Jhumpa Lahiri è il racconto di uno spaesamento.  I brevissimi capitoli in cui è suddiviso sono di fatto altrettantiluoghi” fisici, ad alto valore simbolico, fino a dare l’impressione che si tratti di frammenti di un diario scritto su prescrizione di un’ analista, dove Jhumpa registra ogni minima sensazione sollecitata da un luogo, un oggetto, una persona. Perché? Per capire meglio il suo mondo interiore, se stessa, i suoi rapporti con la madre e il padre, la sua identità, la sua ricerca del “luogo della vita”.

La storia della protagonista è un viaggio nella realtà che la accoglie e la respinge, allo stesso tempo;  nelle emozioni che questa le suscita; nei ricordi che evoca. È una lettura piacevole e partecipata, che riesce ad aiutare anche chi legge, presumibilmente una donna della stessa età della scrittrice, che sta percorrendo il suo stesso cammino. Si, siamo in viaggio con Jhumpa verso un’ ulteriore meta, un ulteriore luogo, un nuovo cambiamento che coincide, casualmente, con l’inizio di un nuovo anno.

“Nell’arco di un anno e nel susseguirsi delle stagioni, la donna arriverà a un «risveglio», in un giorno di mare e di sole pieno che le farà sentire con forza il calore della vita, del sangue.” dalla presentazione

Lo stile veloce, conciso, tagliente è rivelatore dell’esigenza di sintesi di chi decide di scrivere in una lingua non sua, ricorrendo all’operazione principe di una scrittura immediata ed efficace: scarnificare, ridurre all’essenziale, andare diritto al cuore del concetto. Anche per questo il libro mi piace.

E mi piace anche la scelta di non dare nome ai luoghi descritti, come fosse un “dove” universale che certamente qualcuno è in grado di individuare nelle sue coordinate geografiche, ma che molti riconoscono come un “proprio dove” in cui quelle stesse cose accadono.

Intervista di Giuseppe Fantasia (Huffington Post)

Scrive in italiano: perché? “Perché la vostra lingua, che ho imparato tardi, a quarant’anni, è uno spazio privato in cui mi sento più libera e alleggerita, un qualcosa di cui mia madre mi rimprovera ogni tanto, perché lei come mio padre, che conosce l’inglese e il bengalese e non l’italiano, non possono leggerlo, se non quando – spero – verrà tradotto”.

Tutto parte da un colpo di fulmine, con l’innamoramento, ma adesso mi trovo in una nuova fase del rapporto, sia con l’italiano come lingua che con Roma come città. Roma è una parte di me, anche quando torno o me ne vado. C’è un rapporto che esiste, ma mi fa pensare molto; esserci è tutto ed è difficile vivere in assenza, ma ci provo”.

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“Ad ogni mutamento di posto io provo una grande enorme tristezza. Non maggiore quando lascio un luogo cui si connettono dei ricordi o dei dolori e piaceri. È il mutamento stesso che m’agita come il liquido in un vaso che scosso s’intorbida.

ITALO SVEVO, Saggi e pagine sparse

Assaggi

In piscina– “In quest’ambiente umido, arrugginito, in cui noi donne ci vediamo nude e bagnate, in cui ci mostriamo le cicatrici ai seni e all’addome, i lividi sulla coscia, i nei sulla schiena, si parla della sfortuna. Ci si lamenta dei mariti, dei figli, dei genitori che invecchiano. Si svelano pensieri proibiti senza sentirsi in colpa.”

In cartoleria– “Frugo tra i quaderni colorati e metto alla prova l’inchiostro di varie penne su un pezzetto di carta calpestata da mille firme sconosciute, da sgorbi urgenti, nervosi. Chiedo cartucce di scorta per la stampante di casa e scatole diverse per mettere a posto le tracce cartacee – lettere, bollette, note – della mia esistenza. Anche quando non mi serve nulla di specifico mi fermo un attimo davanti alla vetrina ad ammirare l’allestimento perennemente festoso, abbellito di zaini, forbici, puntine, colla, scotch, e una marea di taccuini, con e senza righe, che mi piacerebbe riempire, perfino quelli specifici e poco ospitali per fare bilanci. Anche se non so disegnare avrei voglia di scegliermi un album per schizzi, rilegato a mano, di carta spessa, color crema.”

In sala d’attesa– “Nessuno fa compagnia a questa signora: nessuna badante, nessun amico, nessun marito. E temo che lei intuisca che anch’io non avrò nessuno accanto a me, tra vent’anni, quando mi troverò per un motivo o l’altro in una sala d’attesa come questa.” 

In libreria-“Inevitabilmente mi imbatto nel mio ex compagno[..]Quando andavamo in vacanza insieme gli mancava sempre qualcosa di essenziale, le scarpe per camminare, una crema per proteggere la pelle, il taccuino per gli appunti. Dimenticava di mettere in valigia il maglione pesante, la camicia leggera. Aveva spesso la febbre. Ho visitato tante città piccole da sola mentre lui si riprendeva in albergo, a letto, mentre dormiva pallido, sudato, sotto la coperta. A casa gli preparavo il brodo, la borsa dell’acqua calda, scendevo in farmacia. Facevo l’infermiera, non mi dispiaceva. Aveva perso presto entrambi i genitori. Diceva: al mondo ho solo te. Cucinavo volentieri a casa sua, dedicavo tutta la mattina a fare la spesa, attraversavo la città per preparargli da mangiare. Mi ricordo dei vagabondaggi assurdi da un quartiere a un altro alla ricerca di un formaggio sfizioso, delle melanzane più lustre. Arrivavo da lui, apparecchiavo, si metteva a tavola e diceva: Non ce la farei a vivere senza la tua minestra, senza il tuo pollo arrosto. Credevo di essere il centro del suo mondo, aspettavo che mi chiedesse di sposarlo, lo davo per scontato.” 

A cena– “A tavola siamo in sei. Dopo la minestra, smettono tutti di parlare, e continuiamo solo noi due. Stiamo discutendo di un film, secondo me un buon film, lo difendo. Ma lei insiste che l’attore, famoso, è pessimo. Non sono ubriaca ma non riesco a trattenermi, le dico: «Ma ti senti quando parli? Che cazzo dici?»”

In vacanza– “Mio padre, forse saggio, forse caparbio, riteneva che fosse meglio rilassarsi in casa senza fare le valigie, senza doversi ambientare per poco tempo in un luogo sconosciuto. Così salta la metà delle ferie, diceva. Quindi ogni anno nel periodo in cui non doveva lavorare, restava a casa. Non si vestiva fino a tardi, scendeva con calma in piazza a comprare i giornali e a salutare i vicini già in pensione radunati sulle panchine. Poi si sdraiava sul divano davanti a un ventilatore per leggere i giornali e ascoltare un po’ di musica. Non cercava le montagne, il mare, davanti agli spettacoli naturali non si emozionava. La pace, per lui, era restare dentro, fermo, in un posto abituale, l’unico suo eremo[…]Dopo cena resto nella mia stanza a guardare la tv. Rifletto parecchio sui miei genitori, e mi chiedo perché, in questo luogo ovattato, loro continuino a braccarmi. A chi dei due assomiglio? A lui, che sarebbe rimasto in camera, a leggere, come me? O a lei, che avrebbe voluto ballare? Le sarebbe piaciuto divertirsi con persone diverse da mio padre e da me. I suoi cari – amici, parenti, persone con cui sorrideva pienamente, davanti a cui non faceva il broncio – erano altri, sempre fuori casa. Io e mio padre: eravamo noi la gabbia.”

Da lui– “Ecco la morfologia privata di una famiglia, due persone che si innamorano e fanno due figli, un percorso tanto banale quanto singolare, unico. E capisco d’un fiato quanto siano un organismo ingegnoso, un insieme impenetrabile.”

Da mia madre-“Oggi siamo entrambe sole e so che sotto sotto le piacerebbe ricomporre quell’amalgama e così annientare la solitudine, sarebbe secondo lei la soluzione giusta per noi. Ma siccome tengo duro e mi rifiuto di abitare nella stessa città, la faccio soffrire. Se dicessi a mia madre che mi fa bene stare sola e sentirmi padrona del mio tempo e del mio spazio, nonostante il silenzio, nonostante le luci che non spengo quando esco di casa, e la radio pure, mi guarderebbe poco convinta, direbbe che la solitudine è una carenza e nient’altro. Non serve ragionarci su, non le quadrano le piccole soddisfazioni che riesco a ritagliarmi. Malgrado il suo attaccamento nei miei confronti non le interessa il mio punto di vista, ed è questo scarto che mi insegna la vera solitudine.”

A due passi– “Mentre cammino e patisco il distacco imminente da questo luogo, vedo con la coda dell’occhio un’altra persona, una donna che si muove a cinquanta metri di distanza, vestita praticamente in maniera identica a me: una gonna ampia e rossa, la stoffa sottilmente chiazzata. Cappotto di lana, nero anche quello, stivali alti, un cappello di lana che copre la testa. Anche lei porta la borsa sulla spalla destra. L’età resta un mistero, potrebbe avere la mia oppure quindici anni di più[…]Era una fatamorgana? No, l’avevo vista di sicuro, una mia variante che camminava allegra, determinata, a due passi da me”

Da nessuna parte– “Altro che ferma, sono sempre e soltanto in movimento, in attesa o di arrivare o di rientrare, oppure di andare via. Una piccola valigia ai piedi da fare, da disfare, la borsa in grembo, qualche soldo, un libro infilato lì dentro. Esiste un posto dove non siamo di passaggio? Disorientata, persa, sbalestrata, sballata, sbandata, scombussolata, smarrita, spaesata, spiantata, stranita: in questa parentela di termini mi ritrovo. Ecco la dimora, le parole che mi mettono al mondo.”

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