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  • Con Amnesty International contro la pena di morte

  • Verità per Giulio Regeni-“La tua verità? No, la Verità, e vieni con me a cercarla. La tua, tientela.” A.Machado y Ruiz (Poeta Spagnolo 1875-1939)

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Perrin-CAMBIARE L’ACQUA AI FIORI “Il buio non è mai totale, alla fine del cammino c’è sempre una finestra aperta”. Ovvero, come si cambia!

 

 

 

 

Non conoscevo nulla di questo romanzo e della sua autrice, se non il clamore suscitato dal  vigoroso tam tam dei lettori che ne hanno decretato il successo. E di solito io mi fido dei lettori. Parto dunque per un nuovo viaggio  in Francia, alla scoperta di Perrin e dei suoi fiori.  Ma perché Valérie ha scelto un titolo che ha tanto intrigato milioni di lettori? La risposta,  cuore del romanzo, è ovviamente  nascosta tra le pagine del suo libro.

La storia in breve

Violette è una vivace diciassettenne “sbandata” che  fa la cameriera in un bar, dove viene fulminata dall’amore per il bellissimo Philippe Toussaint. Nel giro di poco i due decidono di mettere su casa per iniziare una vita insieme.  La loro unione è fatta  di silenzi, sesso e corna. Ma la vita va.

Violette e Philippe trovano lavoro come casellanti: alzano e abbassano  la sbarra di un passaggio a livello secondario. Lavoro ripetitivo e insoddisfacente che, tuttavia garantisce loro un tetto e una certa stabilità. Ma i lavori cambiano, la vita prende strade inaspettate e, voilà, Violette e Philippe si ritrovano  a fare i custodi del cimitero di una piccola cittadina  della provincia Francese.

Un bel giorno  bussa alla porta di Violette un poliziotto di Marsiglia  con la richiesta di  seppellire  le ceneri di sua madre, secondo le sue ultime volontà, nella tomba di un “ospite “ del cimitero, che non è suo padre.

Da questo momento la storia diventa una sorta di giostra sulla quale si alternano, incrociano e scontrano  vite, esperienze, desideri e ricordi  di molti personaggi  che, forse mai avrebbero immaginato di salire su questo tagadà impazzito.

Stratagemmi  narrativi

Che incipit ragazzi! Sarà che la scrittrice è donna, e Francese, ma già dalle prime pagine mi sembra di respirare l’atmosfera dell’ Eleganza del riccio di Muriel Barbery, lo spessore dei personaggi, le sorprese… Mi  piace.

I capitoli brevi e concisi  mi rassicurano  e mi coinvolgono. Orientano il focus su spaccati della vita di ciascun personaggio che, a capitoli alterni, entrano in gioco raccontando gli eventi dal loro punto di vista. Tale strategia è utile per la costruzione di un personaggio  decisamente efficace e “rotondo”. Tuttavia rischia anche di creare qualche inciampo al  lettore nel seguire il filo logico della storia.

Il registro dei  defunti  di Violette è commovente. È come un taccuino rosso “estate” pieno di  realtà, magia e intimità. Ogni  cerimonia di sepoltura a cui  Violette partecipa viene registrata con un pensiero empatico sul  defunto.

Cosa dire dei nostri cari?

Chi conosce veramente i propri familiari? Voi sapreste descrivere i desideri, le paure, l’anima dei vostri cari,  se vi chiedessero di farlo? Ci ho pensato. Non è facile. Lo crede anche  Julien quando Violette gli chiede di  parlare della sua mamma, per poter scrivere un’orazione  adeguata. Eppure Julien ha la risorsa giusta: il diario segreto di sua madre. Quante cose non ha mai  neanche sospettato di lei mentre era ancora viva! L’unica cosa che sicuramente ricorda è che “le piacevano la neve e le rose.” 

Gli uomini

Gli uomini di Perrin sono un universo variegato: Sasha, Gabriel, Julien, Philippe, i tre  del cimitero, gli uomini del castello infernale, il prete confidente. Tante personalità per il profilo dell’uomo dei desideri?

I libri

Colpisce  già dall’inizio l’interesse di Violette per i libri. Una bambina cresciuta senza stimoli culturali, vuole imparare a leggere bene e lo fa ad alta voce, per sentirsi oltre che per capire,  con coinvolgimento totale e gran coraggio. Il coraggio di  comprare un dizionario per capire un libro decisamente impegnativo (800 pagine): Le regole della casa del sidro di  John Irving.

L’aveva colpita la mela rossa in copertina che la invitava ad entrare nella libreria e prenderla. Lo legge e lo rilegge. Forse sente la storia di Homer vicina alla sua per molti versi, e gli si affeziona. Peraltro  durante la lettura Léonine comincia a farsi sentire nella pancia, forse la sua voce che balbettava Irving l’aveva svegliata.

Violette ci prende gusto e la sera, legge alla sua bimba L’abete  di Andersen. Affascinailtuocuore ne ha lette alcune, anche per voi.

“Ero costretta a leggere ad alta voce: per capire il senso delle parole dovevo sentirle come se mi raccontassi una storia. Ero il mio doppio: quella che voleva imparare e quella che avrebbe imparato, il mio presente e il mio futuro chini sullo stesso libro. Perché si va verso certi libri come si va verso certe persone? Perché siamo attratte da determinate copertine come lo siamo da uno sguardo, da una voce che ci sembra conosciuta, già sentita, una voce che ci distoglie dal nostro percorso, ci fa alzare gli occhi, attira la nostra attenzione e cambierà forse il corso della nostra esistenza?” 78-79

Stefan Zweig e i suoi racconti (Ventiquattro ore nella vita di una donna)  sembrano ispirare alcuni momenti della storia di Irène e Gabriel. Prevert e le sue poesie fanno capolino tra le pagine.

La Musica

Quanta musica in questo romanzo!  Mi è sempre piaciuto leggere storie che inseriscono la  musica tra i pensieri  e gli eventi. Incontriamo Elvis Presley ed il suo  fedele ammiratore Elvis becchino; Charles Trenet e tutti gli chansonniers più famosi   di Francia, che Violette adora. 

Aggiungo Fiorella Mannoia con il suo Come si cambia (1984), che richiama il titolo del romanzo in modo  fantastico.

La musica accompagna anche alcune  cerimonie di sepoltura.  Per Gambini-nonno-bambino e la sua  passione per Django Rheinardt: un’orazione funebre festosa!

Il cinema

Come sono bravi i Francesi, a proteggere, promuovere e sostenere il loro cinema!  Certo Valérie è di casa in questo ambiente: sceneggiatrice, fotografa, moglie di  Claude Lelouch, e non può non ricorrere ad immagini che evocano il mondo  cinematografico, ma è proprio questa sua familiarità con l’ambiente che arricchisce la storia e la rende un perfetto copione  per un grande film di successo.

Violette

L’ultima parola spetta a lei. La donna-fiore che attraversa un lungo  sentiero accidentato alla ricerca della propria identità. La donna che  organizza il suo guardaroba nelle due categorie Estate e Inverno, in base ai colori  della vita e quelli  della tristezza. Violette predilige l’Estate ovviamente, ma spesso la “mortifica” sotto  lunghi cappotti Inverno, quasi a voler nascondere la sua  vera natura.

La vita le regala le esperienze più travolgenti, da quelle più esaltanti  a quelle più dolorose. Con le sue fragilità, con la sua forza e la sua determinazione, passo dopo passo, arriva alla consapevolezza. Passo dopo passo arriva… al titolo: Cambiare l’acqua ai fiori. Come si cambia, per ricominciare…

 

M. Barbery-ESTASI CULINARIE e L’ELEGANZA DEL RICCIO. Raffinatezze esistenziali in uno studio legale Padovano

Tempo di  Natale, tempo di  cibo prelibato, cibo dei ricordi e della realtà. E cosa mi torna in mente? Il riccio, il grande gastronomo antipatico, il giapponese raffinato, le donne complicate, insomma,  le Estasi Culinarie  e L’eleganza del Riccio di Muriel Barbery.

La storia del mio incontro con questi due libri è singolare. Vado all’appuntamento con il mio avvocato per quella vecchia faccenda dell’eredità. Un impulso irrefrenabile mi spinge a donarle L’Eleganza del riccio. Non l’ho letto ancora, ma se ne parla così tanto! E siccome mi ritengo un riccio spinoso, lo regalo a questa dolce donna, che poi tanto dolce non deve essere visto il lavoro che fa, come chiave di lettura della mia personalità.

Non chiedetemi perché in un rapporto avvocato-cliente debba esserci tutta questa necessità di far capire chi tu sia. Le porto il libro e lei, con voce suadente mi dice

“Grazie, bellissimo! sono un’appassionata lettrice di Barbery”

“Oh, Oh” dico un po’ imbarazzata, “sono arrivata troppo tardi?”

“No, questo lo tengo, è un suo regalo, anzi, guardi qua cosa ho in borsa, ho appena finito anche questo, Estasi culinarie della stessa autrice, glielo presto, lo legga e poi mi dice cosa ne pensa”.

Me lo “presta” perche è a sua volta un regalo e dunque ci tiene a riaverlo.


Lo leggo, mi porta all’interno di una rete trama-dolore e ordito-piacere. Tra morte e cibo, genio e sregolatezza, amore e odio. Gli estremi in continuo conflitto esterno e interno a Monsieur Marthens super blasonato critico gastronomico, alla ricerca del sapore primigenio, ancestrale, quello che da vita e gusto a tutti gli altri, quello che sembra svanito chissà dove! Ripensandoci visualizzo la storia come uno sfondo nero con natura morta.

E passo finalmente al riccio e qui sprofondo in tensioni emotive grandiose, in una tecnica narrativa sapiente che mi accompagna dentro e fuori i personaggi che, come Paloma, Reneè, Mr Ozu (quasi un trio complice) e tutti gli altri, vivi o morti, recitano la loro storia incantando il lettore.

Ê un vero e proprio viaggio di scoperta, dove uno dopo l’altro cadono tutti i veli, fino ad arrivare al finale meraviglioso, all’illuminazione, all’epifania travolgente, al “surprising ending“.

Torno dall’avvocato per il solito incontro di messa a punto della situazione e le porto una lunga lettera piena di tutto quello che ho trovato, sentito e vissuto nei due libri di Muriel Barbery. Strana seduta la nostra. Le consulenze legali si animano anche tra le pagine dei libri. Strana esperienza, riccio insuperabile.

 

Dopo qualche anno mi capita di vedere il film tratto dal libro, coglie l’essenza del libro. L’esercizio dell’ascolto come arte somma. Barbery non lo ha amato molto e ha preteso  che venisse precisato:

“Liberamente tratto da…”

Dicono ci sia stato qualche motivo di interesse, come la cessione troppo affrettata dei diritti di un libro che poi ha venduto milioni di copie.

Il libro, comunque, è un’altra cosa.(Ovvietà)  Ne devo parlare con l’avvocato. Trailer 

 

Descrizioni IBS

L’Eleganza del riccio è stato il caso letterario del 2007 in Francia: ha venduto centinaia di migliaia di copie grazie a un impressionante passaparola e ha vinto il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.

“Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni.

Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda.

Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.

Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.” 

 

Estasi culinarie “Già pubblicato in Italia qualche anno fa (Una golosità, Garzanti, 2001), prima che arrivasse il grande successo de L’eleganza del riccio, il romanzo d’esordio di Muriel Barbery ha già in sé tutti gli ingredienti che avrebbero decretato il successo mondiale dell’autrice francese. Mai come in questo caso è appropriato parlare di “ingredienti”, dal momento che il libro è percorso, pagina dopo pagina, dai profumi, dai sapori, dall’aroma intenso del cibo.”

Nel signorile palazzo di rue de Grenelle, dove vive la portinaia Renée, abita anche il più blasonato critico gastronomico del mondo. Capace con un gesto di rovinare la carriera dei più famosi chef, ma anche di innalzare al Parnaso della gastronomia piccoli bistrot sconosciuti, il signor Arthens è il più cinico, burbero, arrogante uomo sulla terra, un uomo che ha fatto terra bruciata intorno a sé facendosi odiare e odiando a sua volta i suoi figli, sua moglie, le sue amanti, ma anche il gatto, le statue, i quadri della sua casa. Tutto gronda rancore, ogni singola persona interpellata emette la stessa sentenza: “che muoia pure! Despota, indolente, vecchio pazzo!”.

Un pazzo, ma anche un genio, che durante la sua carriera, con la sua penna, la sua audacia e il suo brio, con la sua proprietà di linguaggio è riuscito a cogliere l’essenza di ogni cibo. Dal cioccolato alla mollica del pane, dal sashimi alle erbette aromatiche di campagna, ogni sapore riceveva dalle sue parole una spinta vitale. Come un Demiurgo il noto gastronomo plasmava l’essenza dei cibi, trasformandoli in esperienze sublimi, dando dignità estetica all’azione basilare dello sfamarsi. La magia dell’arte e delle parole, attraverso cui la fame diventa bramosia, e la sazietà sovrabbondanza.

Ma in punto di morte, steso nel suo letto, mentre i suoi parenti e le poche persone con cui ha avuto a che fare gli augurano di andare dritto all’inferno, Arthens non trova le parole. Ha perso il gusto, non sa più descrivere quel desiderio che gli arde nella gola, che solletica le sue papille gustative. Il ricordo di un sapore ormai perso nel tempo, forse qualcosa che viene dalla sua infanzia, o da uno dei suoi numerosi viaggi intorno al mondo. Forse un sapore perso per scelta, deliberatamente ignorato, forse la base, il comune denominatore di tutti i sapori.

Un romanzo che trascina, con pungente ironia, attraverso la parabola della vita e della morte, un libro che sfocia, anche in questo caso, nell’indagine filosofica sull’eterno rincorrersi di realtà e apparenza.”

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