L’adolescenza, lo sappiamo bene è uno dei periodi più critici della nostra esistenza. Ci crediamo adulti, immortali, e invece siamo in una fase di transizione in cui tutto può accadere, nel bene e ne male, come se camminassimo su un filo teso tra due torri, in alto, tanto in alto. 

“In quel modo stupido e assoluto degli adolescenti. 

Sei fermo, sospeso ad un incrocio dove si intoppa l’innocenza infantile e la smaliziata maturità intorno a sé crea una ragnatela di azioni.

Sfidi il destino a giocare allo scoperto .

Inviti il diavolo in persona a una partita a carte: in palio c’è la tua vita. 

Sei così concentrato nella sfida che non vedi nulla di quanto succede, non vedi come le cose si muovono intorno in un modo sordo e implacabile. 

Ti manca la scaltrezza, la maturità, leggera o amara, 

che abitua l’occhio a vedere e a far finta di niente. 

È questo che ti dà quell’occhio limpido e cieco”.

Cosa è importante per un adolescente? Quali sono le figure di riferimento che contribuiscono  a farli transitare in sicurezza da una sponda all’altra? Non voglio lasciarmi andare a psicologismi d’accatto, ma voglio semplicemente raccontarvi il romanzo d’esordio di Adriana Ferrarini che me ne ha fatto dono. 

La copertina   di L’ultima notte delle Candy è di fatto un’anticipazione della storia. L’altalena ci inebria, ci invita a volare in altro, a prendere qualche rischio. Ma siamo sicuri che chi ci spinge, chi è dietro di noi  ci aiuti poi a scendere? A non osare troppo?

L’ultima notte delle Candy è un’immersione nel mondo turbolento di un gruppo di adolescenti di periferia, che si danno un nome dolce, come il gelato ai canditi del fratellino down che pronuncia il nome a modo suo. Sono piccole donne che cercano una dimensione comoda, individuale e sociale, in cui collocarsi. Il gruppo le aiuta e le sostiene, seppur tra litigate, piccole gelosie, segreti inconfessabili. 

La notte è protagonista assoluta, con i suoi misteri, la sua luce complice, l’oscurità che avvolge e protegge. Un po’ come la vita.

Era di Maggio…

“Una notte così assurda, bellissima all’inizio e poi tutta sghemba, sbagliata. Ecco, questo è tutto quello che ho capito della vita: le cose sono sempre diverse da come ti aspetti“. 

Una notte al cimitero è il progetto di molti adolescenti, provoca il piacere assurdo di confrontarsi con il brivido della paura e uscirne indenni. Ma “quella notte” l’avventura prende una piega inaspettata e catapulterà il gruppetto nel mondo reale, con tutte le sue sfide più crudeli.

 Ho letto volentieri il romanzo di Adriana. Raccontato in prima persona, da diversi punti di vista, riesce a rendere l’atmosfera degli incontri adolescenziali. Il linguaggio riproduce stilemi tipici dell’età:  quel chiamarsi con l’articolo davanti al nome: la Barbie, l’Alice, la Jaime…o il lasciarsi andare al ritmo delle canzoni del momento, e l’abbigliamento anni novanta. Tutto contribuisce a definire i personaggi e l’ambientazione di provincia. Le famiglie poi!  Sono di quel genere da cui vuoi scappare, e non tornare più indietro.

Tutto questo viene tessuto in una narrazione nel complesso coinvolgente, che passo dopo passo crea un aumento della tensione e dunque il desiderio di andare avanti. Ritrovo alcuni elementi del noir e non posso non pensare alla serie Adolescence su Netflix.

Erano  gli anni novanta,  ma poteva essere oggi.

Fosse stato per me avrei omesso il punto di vista del patrigno sull’accaduto, ma sicuramente l’autrice ci ha voluto far toccare con mano l’inconsistenza del mondo adulto tramite la versione di un padre indefinibile, ma così “comune”.

Grazie Adriana!