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L’Aquila Zona Rossa, 11 anni fa per il terremoto oggi per Covid19. Un amore senza tempo.

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L’ Aquila- Collemaggio è tornata!

 

A undici anni dall’evento che ha stravolto L’Aquila e i suoi  abitanti, coinvolgendo tutto il mondo in un comune dolore, si cerca di capire dove siamo, quello che è stato fatto e quanto ancora c’è da fare per riportare la città al  suo antico  splendore di grande centro  culturale e civile.

Ogni anno rivivo con dolore la ferita, ma un’ indomabile speranza mi  porta a ravvivare il profondo sentimento d’amore e gratitudine che questa città mi ha suscitato  nei giorni spensierati  dell’ Università e dell’incontro d’amore fatale con l’uomo della mia vita.

E mi sembra di sentire il  chiacchiericcio allegro degli studenti sotto i portici e nelle aule affollate dell’Università. E mi sembra di respirare ancora l’aria frizzante e gioiosa, tra le strade strette del centro. E il cuore si lascia ammantare dall’ azzurro terso del cielo Aquilano.

Tutto questo oggi si confronta con una nuova, vasta zona rossa, fisica e  dell’anima. Il Covid19 è arrivato a far ripiombare L’Aquila e tutto il Paese in un silenzio  assoluto. Il terremoto ci ha devastato, ma non ha sconfitto l’indomito spirito Abruzzese. Il Covid19 ci sta trasformando, ci sta mettendo a nudo di fronte alle nostre fragilità e sta mettendo a dura prova la nostra capacità di reagire e di  reinventarci. 

No, non tornerà tutto come era prima, così come L’Aquila non sta rinascendo come era prima del terremoto. I grandi eventi che colpiscono gli esseri umani e il loro mondo  modificano nel profondo tutto ciò che incontrano per strada. A volte in meglio, a volte in peggio.

Io confido  solo nella capacità umana di non soccombere e di trovare strade, vecchie e nuove, per sopravvivere, ricostruire e ricostruirsi.

 

D. Di Pietrantonio-BELLA MIA. A L’Aquila con Caterina, Marco e nonna per riprendersi la vita dopo il grande sisma.

Io a L’Aquila ho cominciato a vivere la mia seconda vita. Avevo 19 anni quando ho iniziato l’Università, lasciandomi alle spalle una vita da adolescente-sullo-sfondo, per diventare una giovane donna protagonista delle mie scelte. L’Aquila, gli Aquilani e i compagni di Università provenienti da altre città mi hanno sostenuto in questo nuovo percorso di vita.

Bella mia di Donatella Di Pietrantonio mi ha riportato ancora una volta tra le pietre, le chiese, gli ambienti universitari, le case degli amici e di mia sorella, che oggi o non ci sono più o sono così profondamente ferite da richiedere una lunga ed estenuante cura, non solo materiale. Ed è proprio di un percorso di cura che parla questo libro. Un percorso lungo, sofferto che non si sa quando vedrà la fine, nonostante la città e la sua gente stiano recuperando la loro fisionomia, molto lentamente, ma con tenacia.

I protagonisti

Caterina e Olivia sono due gemelle separate definitivamente dalla furia incontrollabile del terremoto del 9 Aprile 2009. Muore Olivia, mamma di Marco e gemella dominante. Caterina, la sopravvissuta ha enormi difficoltà a elaborare il lutto, sia come cittadina di una città martoriata, sia come sorella gemella che ha perso di fatto la metà di sé.

L’azione si svolge principalmente nelle piccole stanze di un’ abitazione del progetto C.A.S.E., decisamente innovativo per le sue piastre anti-terremoto, ma fragile per la fretta e l’approssimazione con cui è stato realizzato. È significativa e amara la scena di Caterina che versa nel lavandino lo champagne che il Caimano ha fatto trovare in frigo ai nuovi abitanti.

Caterina, sua madre e Marco si adattano con grande difficoltà alla nuova situazione. Sono tutti molto fragili (fragile è una delle parole più ripetute nel libro), sempre in bilico tra il crollo e la resistenza, proprio come la vecchia casa di Marco, dove tuttavia, sprezzante del pericolo, l’inquieto adolescente si reca spesso a trascorrere qualche ora, per respirare l’aria di una casa ormai deserta.

Suo padre Roberto, il grande musicista, vive a Roma con la sua nuova giovane compagna. A distanza, l’educazione del figlio è complicatissima. Eppure, gradualmente, Marco si riavvicinerà a lui, fino a seguirlo nei suoi concerti d’estate, girando le pagine del suo spartito.

Caterina è un’artista, crea ceramiche d’arte ed è molto legata anche alla tradizione, non a caso cita l’antica arte di Castelli. La ceramica può essere fragile, ma è duttile e plasmabile, e tra le mani dell’artista si lascia andare dentro le forme che lui-lei le da. Significativo è il processo di creazione delle due fanciulle urlanti, di dolore prima, di liberazione poi. Sono loro? Olivia e Caterina?

La vita reclama il suo tributo e dunque anche Caterina comincia a riaprirsi al mondo dei sentimenti. Il fascinoso professore che le ha concesso l’uso del laboratorio le mostra attenzione e lei risponde. Forse è l’amore che bussa di nuovo alla sua porta.

Anche la mamma-nonna comincia pian piano uscire dal guscio rigido del dolore paralizzante, attraverso Lorenza, la vicina di piastra a cui il terremoto ha strappato la figlia dalle braccia. Sembrava non avere più lacrime, quando arriva la notizia sconvolgente. È incinta. E allora la nonna di Marco decide che farà da nonna anche al nascituro, meglio se maschio. Lorenza e Antonio, suo amorevole marito, sono soli e dunque il suo aiuto sarà importante, anche se non abitano più nelle C.A.S.E. ma in un vero appartamento per famiglie.

Il titolo Bella mia è chiaramente L’Aquila, ed è una bellissima citazione  dalla commovente canzone tradizionale L’Aquila bella mè te vojio revetè. Nel romanzo  il verso diventa una sorta di mantra  consolatorio  sulle labbra della  “disfatta” donna della piastra accanto…

 

Tutti gli Aquilani, e non solo loro, vogliono rivedere la loro L’Aquila, quella meravigliosa del pre-terremoto 2009. Io porto nel cuore tutti i luoghi che Di Pietrantonio descrive come suoi luoghi del cuore, quando studentessa di medicina li frequentava e li viveva gioiosamente con i suoi amici. Proprio come facevo io in quella sorprendente “seconda vita” che tanto ha inciso sulla mia formazione ed esperienza.

L’Aquila dieci anni dopo. Un amore senza tempo

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L’ Aquila- Collemaggio è tornata!

 

A dieci anni dall’evento che ha stravolto L’Aquila e i suoi  abitanti, coinvolgendo tutto il mondo in un comune dolore, si cerca di capire dove siamo, quello che è stato fatto e quanto ancora c’è da fare per riportare la città al  suo antico  splendore di grande centro  culturale e civile.

Ogni anno rivivo con dolore la ferita, ma un’ indomabile speranza mi  porta a ravvivare il profondo sentimento d’amore e gratitudine che questa città mi ha suscitato  nei giorni spensierati  dell’ Università e dell’incontro d’amore fatale con l’uomo della mia vita.

E mi sembra di sentire il  chiacchiericcio allegro degli studenti sotto i portici e nelle aule affollate dell’Università. E mi sembra di respirare ancora l’aria frizzante e gioiosa, tra le strade strette del centro. E il cuore si lascia ammantare dall’ azzurro terso del cielo Aquilano.

 

L.P. Dalembert-A L’Aquila, BALLATA DI UN AMORE INCOMPIUTO tra le onde “sismiche” del destino

 3 Settembre 2014. new town crolloCasualità che solo l’intreccio tra Letteratura e Vita sa determinare: crolla un balconcino in uno degli appartamenti antisismici della New Town di L’Aquila,   fortemente voluti dal governo Berlusconi nell’immediato post-terremoto  del 2009.   La ditta appaltante, che dovrebbe rispondere dei danni causati, non esiste più: fallita!

Ed ora? Che storia…

Meglio spostarsi dall’amarezza dell’attualità all’emozione della storia narrata nel libro di Dalembert.

 

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Fa tenerezza e riporta ai good old times  sentire Azaka chiamare la regione  “Abruzzi”, come  quando Abruzzo e Molise erano un’unica entità territoriale. Tanto tempo fa.

Ma  tra la gente comune, specie nei piccoli paesi, il territorio è rimasto “gli Abruzzi”. Azaka, che è diventato un tutt’uno con la sua nuova realtà,  fa propria questa definizione della regione.

A proposito dell’Abruzzo e degli abruzzesi, colpisce la citazione del cappellano di Hemingway in Addio alle Armi:

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vorrei proprio che andasse negli Abruzzi” disse il cappellano[…]La gente le piacerebbe e anche se fa freddo è asciutto e sereno.”

 Colpisce il ricordo di Azaka bambino, salvato tra le macerie del terremoto di Haiti da un buffo soccorritore abruzzese, che nel suo immaginario rimarrà impresso come un angelo custode mandato da un’entità superiore per salvarlo.

Dalembert.pngQuando da “extracomunitario” emigrato in Italia decide di spostarsi verso il Sud Italia, dopo aver provato l’asprezza delle genti nordiche nei suoi confronti, decide per la terra del suo salvatore, una terra di montagna, dura ma sicuramente generosa, se aveva dato i natali al suo angelo custode.

 

Il tempo e il luogo della storia

 Siamo nel 2009, durante le ore immediatamente precedenti il grande botto che ha sconvolto L’Aquilano e tramortito il mondo. Azaka vive con sua moglie Mariangela nella casa avita della nonna di lei, fatta di vecchissime pietre e addossata ad altrettanto antiche costruzioni del centro storico (pomposamente definito tale) del piccolo Borgo delle Cipolle, che la notte del terremoto vivrà lo sconvolgimento totale della vita della coppia e del paese tutto.

È molto bello l’andare e il tornare, dal passato al presente, da un’onda sismica all’altra, di questo fiero e tenero Haitiano che ha vissuto nella sua infanzia l’esperienza indelebile del terremoto e che, da adulto e immigrato nell’aspra ma generosa terra d’Abruzzo, torna drammaticamente a rivivere .

 Un efficace senso del ritmo percorre tutto il libro: la musica italiana e straniera che ammalia entrambi; il battito dei cuori; il pulsare del corpo scosso dalla passione e dal desiderio; la danza quasi tribale del bimbo nella pancia di Mariangela; il ritmo meccanico delle fotocopiatrici nel suo negozio vicino all’Università; le variazioni di tonalità dell’idioletto di Azaka, un misto espressivo di dialetto aquilano, di italiano, francese, spagnolo e tanto altro; il ritmo rassicurante del torrente Raiale; il rombo di tuono del terremoto e il silenzio assordante dell’immediato dopo: frazioni di secondi precedenti le grida e i richiami disperati di chi cerca i propri cari, forse sepolti nelle macerie.

 La voce di Dalida che urla appassionatamente Ciao Amore Ciao di Luigi Tenco (qui cantata dall’autore) ci accompagna all’interno della vita di Mariangela e Azaka. Prima e dopo la “Cosa”.

 

 

L’incontro tra Mariangela e Azaka acquista un alto valore simbolico. È al tempo stesso,  l’incontro di due mondi lontani anni luce l’uno dall’altro e lo scontro tra usi e costumi diversi, punti di vista conflittuali.

Ma alla base del conflitto ci sono loro, due esseri umani, un uomo e una donna che interpretano un linguaggio antico: quello dell’amore e dell’umanità. Ed è questo linguaggio che permetterà ai due mondi di trovare un punto di incontro da cui partire per organizzarsi la vita. Fino a quella maledetta notte di Aprile,

The cruellest month…” (T.S.Eliot 1922-The Waste Land)

E quando arriva il presente, il dopo “cosa”, si delinea l’immagine di un uomo di colore tra le strade violentate di una città ferita a morte, che si sforza di ritrovare i suoi punti di riferimento e rischia di essere scambiato per uno sciacallo,  extracomunitario alla ricerca di resti di vita negli appartamenti ormai vuoti di vita.

Narrazione intensa e coinvolgente. Le ultime pagine, poi, meritano un momento di riflessione a parte. Nel sangue, nel dolore e nella fragilità umana l’inizio e la fine di ogni ciclo vitale.

 Per chiudere, l’arte visiva di Vincenzo Bonanno, pittore Aquilano e quella musicale di Vinicio Capossela, in un documento di grande effetto emotivo e artistico:


Trama IBS

“Aprile 2009: in Italia la terra trema. In un paese dell’Abruzzo, una coppia mista, l’haitiano Azaka e l’abruzzese Mariagrazia, aspetta con gioia l’arrivo del primo figlio, sotto lo sguardo di rimprovero di alcuni, che non vedono di buon occhio la presenza di stranieri nella regione, e la curiosità benevola di altri. Mentre le scosse di terremoto aumentano d’intensità e la tensione sale, Azaka ricorda un episodio drammatico della sua infanzia. Molti anni prima, durante un sisma dall’altra parte del mondo, era stato salvato per miracolo dopo essere rimasto sepolto sotto le macerie. La storia può davvero ripetersi? Ovunque si trovi, deve temere l’ira della Terra? Azaka non ci vuole pensare, perché ora l’importante è il suo futuro: la nuova famiglia e una felicità a portata di mano. In una manciata di ore, il presente sembra diventare infinito. E quel futuro sembra sempre più lontano. Sullo sfondo del terremoto dell’Aquila, una ferita ancora aperta del nostro Paese, la storia di un uomo e di una donna che sfidano tutte le convenzioni per amore – contro pregiudizi, diffidenze, cliché – e finiscono per incontrare il loro destino. Una storia di piccoli esseri umani che diventano eroi di una grande tragedia. “

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