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O. Fallaci – PENELOPE ALLA GUERRA-“Ogni cosa è fatta di tre punti di vista: il mio, il tuo e la verità.” I pericoli di un triangolo amoroso.

“Grazie Oriana, grazie per avermi riportato a New York, attraverso il tuo magnifico discorso, sulle ali del ricordo di un momento speciale della mia vita, ”

 

Fallaci-Penelope

Dal gruppo di lettura prendo in prestito Penelope alla guerra, primo romanzo di  Oriana Fallaci. Lo leggo avidamente e ogni pagina mi riserva una stilla di piacere, di ricordi, di nostalgia, forse. Faccio una fatica enorme a non sottolineare, piegare, impadronirmi anche fisicamente di queste pagine. Purtroppo il libro non è mio, e dunque devo trattenermi, ma il fido taccuino, accanto a me, si lascia scribacchiare sopra tutte le note che voglio.

Bando alle divagazioni e torniamo alla storia di Giò, protagonista della storia, apprezzata sceneggiatrice e destinata ad un sicuro  successo, anche oltre i confini nazionali. Il suo capo la manda a New York in cerca di un soggetto “cinematografico” che, sotto la sua penna, possa diventare  un gran film.

La trasferta newyorkese, segnerà un momento cruciale nelle sue scelte professionali e di vita. New York è la sua città ideale, dove ha sempre sognato di vivere. È la città di Richard, il suo primo amore di pre-adolescente. Il    giovanissimo  soldato americano   dalla   testa    rossa,   accolto in famiglia durante la guerra per sfuggire ai Tedeschi, le  era rimasto nel cuore.

“È morto”, le disse suo padre. Dei due Americani era morto il più giovane e lei penso “è Richard”. Al dolore atroce per la perdita si era sostituito nel tempo il suo ricordo, diventato   parte del suo cuore.

In  America Giovanna, diventa Giò, perché nel mondo del cinema funziona meglio e poi si confonde quasi con un nome maschile, un qualunque John americano che, peraltro, crea  quella giusta ambiguità letteraria e sociale, utile allo sviluppo della storia.

“Ogni volta che passava davanti allo specchio non riusciva a vincere la tentazione di guardare ciò che al mondo le interessasse di più: sé stessa. E ogni volta restava un poco delusa: quasi che la ragazza di fronte fosse un’altra persona. Si sentiva un corpo robusto, ad esempio: e invece il corpo dentro lo specchio era fragile, efebico. Si sentiva un volto eccezionale, bocca dura, naso forte, occhi fermi: e invece il volto dentro lo specchio era un volto qualsiasi, la bocca tenera, il naso piccolo, gli occhi a volte così spaventati. E non si piaceva.” p.7

Giò va incontro al  suo destino

Prima di partire Giò  saluta Francesco l’innamorato Italiano, cercando di placare le sue ansie:

“Sembra che tu abbia un appuntamento laggiù. Peggio mi sembri un Ulisse che va a espugnare le mura di Troia. Ma non sei Ulisse, sei Penelope. Lo vuoi capire, sì o no? Dovresti tesser la tela, non andare alla guerra. Lo vuoi capire, sì o no, che la donna non è un uomo?” P.13

A Gomez, il contatto americano, Giò piace molto.    Immediatamente legge in lei una donna di carattere, brava, seducente,  insomma    la  persona giusta per la cittadinanza Americana, e Newyorkese in particolare. Le offre un ottimo stipendio per mollare l’Italia, il suo amico produttore e tutto il resto. Giò si prende un po’ di tempo per decidere, lusingata e confusa allo stesso tempo. Ma non intimidita, anzi, detta subito le sue condizioni in caso accetti.

 America e  Dio denaro

“Le piace il denaro?”

“sì”

“Molto bene. A questa domanda, lei risponda sempre di sì. Qui conta solo il denaro, mia cara. Il denaro è il nostro dio, la nostra fede, la nostra suprema religione. Osservi le banche, in America: alte, solenni. Non sembrano cattedrali? Sono le nostre cattedrali. Osservi gli impiegati di Wall Street: neri, composti. Non sembrano preti? Sono i nostri preti. Osservi come tutti pronunciano la parola dollaro: con rispetto devoto…” p.31

Tempo di amici

E tempo di contattare Martine: la bellissima, la mangiauomini, quella che tutti preferivano tra le due amiche. Giò accetta a malincuore il suo invito a cena con Bill, il suo compagno, e un amico di lui. È ancora turbata dall’episodio al party che Gomez ha organizzato per introdurla nella “società che conta”. Le era sembrato di vedere Richard, o era un uomo che gli somigliava? Nel suo abitino tutto d’oro Giò ne era rimasta profondamente turbata. È possibile che sia Richard? È morto tanto tempo fa.

Inizia la cena e, l’inaspettato, l’imponderabile accade. Il “suo “Richard è lì, davanti a lei,   l’amore della sua vita! Il suo sogno divenuto realtà! Le sembra di toccare il cielo con un dito. Lui non ricorda, ma con l’aiuto di Giò, recupera quel passato ormai  rimosso. Scatta di nuovo la magia tra i due.

Richard è una guida perfetta, porta Giò nei posti più caratteristici di New York e le svela l’anima segreta della sua città:

“La New York che tu conosci ”diceva” non è quella vera. È quella di Bill: fatta di cemento, fiocchi d’avena ed orgoglio. Io ti mostrerò la vera New York che è spiritosa, elegante, internazionale come nessuna metropoli. Dimmi: dove trovi in Europa la vecchia Ungheria, la vecchia Russia, la vecchia Francia, la vecchia Italia? In Europa tentate di copiare l’America, siete quasi Americani. Ma qui trovi gli europei che emigrarono cento anni fa: e non li abbiamo sciupati. Ah Giò devi capire perché amo New York. Perché c’è il mondo intero, a New York: Londra, Parigi, Pietroburgo, Tokio, Beirut, Shangai. C’è tutto: perfino il senso di Humour….”p.105

È divertente Richard. Scherza, la fa ridere. ma c’è qualcosa in lui che la inquieta, quel suo fuggire-sfuggire, quella sua frenesia di fare sempre qualcosa per evitare di stare a contatto intimo con lei.

“I giorni, ora che Richard era nuovamente fuggito, stagnavano immobili: pesanti come l’aria di Agosto quando tutto s’acquatta in un raschiar di cicale…” p.200

Eppure Richard è l’America, è la guerra personale di Giò-Penelope, il suo viaggio di formazione verso l’età adulta, attraverso i suoi sogni di bambina. Richard è il fantasma ideale su cui Giò ha costruito il suo immaginario. Il soldato bello e forte che la porterà verso la felicità e la bellezza.

All’inizio tutto ciò accade veramente. A quell’uomo/sogno Giò concede la sua verginità, la sua prima volta, le sue speranze, le sue aspettative. Ci crede e investe tutto  nel suo sogno, ostinatamente. Resiste alle fughe e alle bizze di Richard. È il suo sogno fatto realtà e non ci rinuncerà mai, checchè ne dicano Martine, Bill e Florence, mamma super assillante di Richard.

Ma è pur vero  che l’idea che ci facciamo di una persona deve inevitabilmente fare i conti con la realtà. La verità può essere feroce e straziante e, prima o poi, tutti ci inciampiamo. Anche a Giò. infatti  l’uragano arriva impietoso, devastante e illuminante.

Il racconto dell’uragano è tra le pagine più belle del libro. Scritto in uno stile incalzante e commovente permette a Richard di ricomporre l’immagine di una vita tormentata,  dove  l’ uragano diventa metafora dello stravolgimento psicologico vissuto. ppgg  147-152

Martine

La bellissima non è solo una bambola vanesia, il cui unico interesse è spendere i soldi dell’assegno divorzile,  anche lei  ha le  sue  belle cicatrici, ben nascoste, ma incise profondamente sul suo cuore:

ritaglio Martine-Fallaci

Bill, l’altro vertice di un triangolo impossibile, turba Giò  con i suoi modi  provocatori, ma alla fine  si riscatta con una lettera molto intensa e narrativamente molto bella, che invia a Giò dopo il suo rientro in Italia (p.130) Quasi un monito da seguire. Priva di ogni moralismo, ma dominata dalle lacerazioni profonde di una persona che ha tanto vissuto e tanto sbagliato.

Anche il “sogno differito” di Giò assume, di conseguenza, una nuova forma che spinge verso una nuova decisione.

“Io sono più brava di un uomo e le Penelopi non esistono più. Io faccio la guerra e seguo una legge da uomini 😮 me o te. O me o te. O me…” p.241

Assaggi

Un itinerario Newyorkese, come lo sento mio!-Al MOMA “Il museo era una faccenda noiosa, come tutti i musei. L’unica cosa che la colpì fu un cubo compresso di ferro, detto The Yellow Buick. Aveva le dimensioni di una grossa scatolae, spiegò Richard,un tempo era stato davvero una Buick gialla, poi qualcuno lo aveva compresso a quel modo perché in America si comprime tutto: i sentimenti, il coraggio, e la paura.” P.130

Le cascate del Niagara! – lato USA e lato Canada, qual è il più bello?-Era un grattacielo d’acqua che da uno spigolo tondo, lassù, precipitava abbandonandosi tutto nel vuoto. Liscio, prima,più di una vetrata, mosso dopo più di un mare in tempesta, si sfaceva sullo sfondo in un gorgo di schiuma: inesorabile come il pensiero stesso di Dio o dell’America in cui essa credeva. ..”p.142

Maledetta aria condizionata! Come la spengo? Aiuto!- “Dio che freddo! Strano: non era ancora settembre, come poteva far freddo?,pensò. Poi , cautamente, tolse il braccio da sotto il lenzuolo, accese la luce,tentò di capire se si trattasse di freddo o di febbre. Un ronzio cattivo le disse che si trattava di aria condizionata: la camerirera le aveva alzato il volume. Ancor più cautamente si levò, ercò l’interruttore per chiuderla.Non le riuscì di trovarlo…”p.47

Paura e pregiudizio-Anche il linguaggio di Oriana può essere sgradevole– “l’ultimo errore si chiamava Palladium, una pista da ballo pei negri. I negri sedevano sul pavimento e segnavano il tempo con le palme rosa. Il tempo era quello che dava un tamburo e il tamburo era enorme, anche il negro che lo suonava era enorme. Aveva enormi piedi ed enormi polpacci, enorme stomaco ed enormi dita con le quali rubava al tamburo un ritmo ossessivo e crudele che i negri chiamavano twist. Più che rubarlo, però, lo inventava, con la pesante superbia di un popolo sano, e presto non gli bastarono più le dita per inventarlo: così cominciò a battere i gomiti, presto non gli bastarono più i gomiti per inventarlo, così cominciò a batter la testa, più forte, sempre più forte, finché molti negri si alzarono e agitando i fianchi, le spalle, le braccia, si gettarono a ballar sulla pista ormai sussultante di inguini, volti contratti, sudore, ed uno gridò: “Come , young lady! Come!”, , cento, duecento, trecento, tutti neri ed enormi intorno a lei così piccola e bianca e segnavano il tempo ridevano con enormi occhi ed enormi denti, si spostavano a crearle un passaggio: l’eccitazione aumentò…”57

 

 

 

 

O.Fallaci- UN UOMO. Un viaggio tragico e bellissimo con Panagulis e Fallaci dentro la Storia, l’Amore, la Letteratura

Un Uomo FallaciUn uomo è il romanzo della vita di Alekos Panagulis, che nel 1968 è condannato a morte nella Grecia dei colonnelli per l’attentato a Georgios Papadopulos, il militare a capo del regime. Segregato per cinque anni in un carcere dove subisce le più atroci torture, restituito brevemente alla libertà, conosce l’esilio, torna in patria quando la dittatura si sgretola, è eletto in Parlamento e inutilmente cerca di dimostrare che gli stessi uomini della deposta Giunta sono ancora al potere. Perde la vita in un misterioso incidente d’auto nel 1976.
Oriana Fallaci incontra Panagulis nel 1973 quando, in seguito alla grazia, esce dal carcere. I due si innamorano, e in questo libro l’autrice ripercorre la loro relazione coraggiosa e tormentata: raccontando le battaglie politiche, i momenti di incertezza, la fiducia reciproca, Oriana ci restituisce l’immagine indelebile di quella “voglia di amare, di desiderare, di lottare. È una voglia oscura, dolorosa, fragile come un cristallo. Ma a un eroe basta per compiere lo sforzo finale”. Sinossi BUR

 Incontri

alekos-orianaL’incontro tra Alekos e  Oriana rappresenta una svolta determinante nella vita di entrambi. L’amore li travolge, la complicità li unisce, la paura li abita insieme a momenti di gioia e passione intense, senza limiti. Nell’intervista ad Alekos subito dopo la sua liberazione (per grazia del Presidente, non richiesta ma concessa per calcolo politico e propagandistico) Oriana gli chiede:

“Alekos, cosa significa essere un uomo?”

E lui risponde:

“Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’ancora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se. E per te cos’è un uomo?”

“Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos”.

Il libro di una vita da eroe tragico

oriana-fallaci-e-alexandros-alekos-panagulis_218765Dopo il vile assassino di Panagulis, Oriana Fallaci mantiene la promessa che gli aveva fatto e crea un capolavoro. Riprende a scrivere il libro che Alekos aveva iniziato  per raccontare al mondo quanto successo a lui e al suo paese sotto la dittatura dei Colonnelli in Grecia. A pagina 23 si era fermato. Il numero della pagina lo aveva paralizzato. I numeri giocano un ruolo peculiare nella storia, le date in particolare.

Alle numerose critiche rivolte alla Fallaci, anche da parte di alcuni familiari, per aver distorto i fatti relativi alla vicenda di Alekos, Oriana risponde rivendicando la sua libertà di donna e di scrittrice:

“Leggendo Propp ho visto che la storia di Panagulis corrispondeva alla struttura della fiaba. L’iniziazione, il periodo della grande prova, il ritorno al villaggio, l’ultima sfida, l’apoteosi o la morte”.(p.638 n.d.e.)

Semi preziosi

Suggerirei ai giovani lettori di seguire Oriana in questo tragico e meraviglioso viaggio. Con la sua scrittura così cristallina, ma appassionata, così strutturata ed efficace, ma piena di poesia e coinvolgente dalla prima all’ultima riga, Fallaci li porterà dentro un mondo che è esistito e che ancora oggi, in tempi di democrazia, nasconde alcune zone d’ombra. Alekos Panagulis ha seminato il seme della democrazia, un seme che va nutrito con libertà, coraggio e partecipazione. Un seme di poeta e per questo, agli occhi del tiranno, più pericoloso che mai.

ANNAFFIALO

Non piangere per me
sappi che muoio
non puoi aiutarmi
Ma guarda quel fiore
quello che appassisce, ti dico
Annaffialo

Settembre 1971

Quel “Tu”…

 

Non voglio soffermarmi oltre su considerazioni storiche o politiche, che pure sono parte determinante della storia, sento invece prepotente  il bisogno di  dire che questo libro è il più bello che abbia letto in questi ultimi mesi. Uno stile impeccabile per un ritmo travolgente, ispirato ad una logica assoluta, permeata di umanità dolente e rivoluzionaria. Poetico.

Quel “tu” confidenziale che tira in ballo, parola dopo parola, i gesti, i pensieri e le azioni di Alekos e del suo cuore rivoluzionario, è totalizzante e il lettore lo fa subito suo. In una trama densa di tensione narrativa che la tragica realtà alimenta, il lettore non può fare a meno di calarsi nelle vite di Alekos e Oriana.

E diventa aglio appeso sui rami dell’albero per scacciare il male, diventa lampione in Piazzale Michelangelo. Siede accanto a loro nella Primavera verde mela, provando tutte le emozioni che l’inseguimento vigliacco genera. Si accomoda  con loro nei ristoranti e nei locali dove i due incontrano gente e aggrediscono il vino e il cibo, la vita insomma. Sente le ossa dolere e le ferite bruciare durante le lunghe sedute di tortura.

Prova rabbia violenta verso la sporcizia del potere, e stanchezza, tanta stanchezza di fronte alla cecità umana, all’indifferenza del gregge, alla puzza della sua paura. E diventa virgola e punto e lettera nelle poesie di Alekos. Piange e soffre con loro il dolore della perdita violenta e tragica del loro bambino mai nato. Ascolta la mente turbolenta di Oriana scossa dalle infinite domande sull’amore, sul perché di questo rapporto, sul suo ruolo di compagna di un eroe, o meglio di un uomo grande e nello stesso tempo piccolo e fragile.

Un uomo che sa sorridere e godersi la vita, ma che va verso il suo destino finale con una consapevolezza che spiazza, con la certezza di aver fatto tutto quello che poteva fare per realizzare il suo progetto di libertà. Fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo minuto lotta e sebbene consapevole di quanto gli sta accadendo, non facilita il compito ai suoi assassini. Accarezza, infine delicatamente, il viso di Alekos nell’ attimo in cui il suo ultimo respiro sale verso il cielo.

DEVI VIVERE

Se per vivere, o Libertà
chiedi come cibo la nostra carne
e per bere
vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime,
te li daremo
Devi vivere

(Quartine d’Autunno 1972)

Si, viaggiare…

Grotta-Ulisse

Il viaggio è la metafora principe della vita umana e non a caso la poesia che Panagulis considera la sua più bella è proprio:

VIAGGIO

Alla mia amata Oriana Fallaci

Viaggio per inesplorate acque su una nave
che, come milioni di altre simili, peregrina
per oceani e mari
su rotte regolari
E altre ancora
(molte, davvero molte anche queste)
gettano l’ancora nei porti.
Per anni ho caricato questa nave
Con tutto quello che mi davano
e che prendevo con enorme gioia
E poi
(lo ricordo come fosse oggi)
la dipingevo a tinte sgargianti
e stavo attento
che non si macchiasse in nessun punto
La volevo bella per il mio viaggio
E dopo avere atteso tanto -proprio tanto
Giunse alla fine il momento di salpare
E salpai…
(Nave io e capitano
ed equipaggio per trovarti
fammi a pezzi
ma non farmi sanguinare il corpo)
Quando mi trovai in mare aperto
onde immense mi travolsero
e mi straziarono per rivelarmi
amare verità che ignoravo
Verità che dovevo imparare
Nell’abbraccio dell’oceano
con un lungo furente fragore
la solitudine
divenne per me faro del pensiero
indicando strade nuove
Il tempo passava e io
iniziavo a tracciare la rotta
ma non come mi avevano insegnato al porto
(anche se la mia nave mi sembrava diversa allora)
Così il mio viaggio
ora lo vedevo diverso
senza più pensare a porti e commerci
Il carico mi appariva ormai superfluo
Ma continuavo a viaggiare
conoscendo il valore della nave
conoscendo il valore della merce
E continuo ancora il viaggio
che scricchiolino incessantemente le giunzioni
sperando che non si spezzino
perché sono legni marci da anni
(secoli dovrei dire)
verniciati di recente ma senza
una forza nuova che li tenga uniti
la rotta sempre contro il tempo
nella stiva solo zavorra
Zavorra che mi dissero
merce preziosa, come quella
che di solito si compra nei porti
Ma se dicessi che mi hanno ingannato
non sarei onesto
osservo la bussola
senza sosta
con accanto la mappa
su cui studio la rotta
lontano dai porti che segnalano il passaggio
Quando poi succede che splendano
(che istanti difficili!)
all’orizzonte i porti della terra
l’equipaggio guarda le luci
(luci sirene
che promettono molto
che anche il cuore e la carne pretendono)
sempre aspettando che dica
al timoniere di far virare la nave
E attraccare almeno un poco
Mentre l’ora trascorre e io
osservo silenzioso la carta
tutt’intorno cresce il tumulto
Proposte subdole
vestite con idee
idee vendute che vogliono sempre
aornare l’inazione con le parole
e minacce
che vogliono passare per consigli
e promesse
che tentano la bestia e la risvegliano…
Quelle sono ore difficili
Perché da ognuna di loro
Dipende l’intero viaggio
E continuo ancora il viaggio
Desideri radicati nell’anima
sono diventati bussola per la mia nave
la mia mappa
altrettanto misteriosa
Ci sono ore in cui credo
che sia stata fatta
per chi non voglia approdare in nessun porto
e altre ore in cui confido
che il viaggio avvenga perché
su questa carta bisogna trovare
qualche cosa che manca
Così vado alla ricerca
guardando la mappa la bussola il cielo
in cielo, rintracciare segnali
nuove prove che dimostrino
che la bussola non sbaglia nel segnare
Non stupirti, questo non significa
che io abbia dei dubbi sulla mia bussola
E’ solo un’abitudine- una vecchia abitudine
che per secoli accompagnava l’anima
questa compagna
preziosa per i tempi bui
quando c’erano soltanto i semi nell’anima
degli amori che ora sono fioriti
E vado alla ricerca
Guardando la mappa la bussola il cielo
Le onde immense sembra che cerchino
di fare il gioco di chi vuole
che attracchi da qualche parte per un po’
E’ ognuna
di quelle onde un Golgota
e pensa
che la tempesta imperversa ininterrotta
Ma mentre aumenta
temo sempre più
che la spaventosa furia del mare
mi conduca ad avvistare
porti là sulla costa
porti che la mia mappa non indica
Sono ostacoli e momenti difficili
l’abbiamo detto
l’equipaggio comincerà a ribollire
quando quei porti appariranno sulla costa
E continuo il viaggio
alla ricerca ancora
pur sapendo di essere
nell’infinito del tempo un istante
nell’abisso dello spazio un puntino
E continuo il viaggio
anche se sono tenebra
e tutto attorno a me è tenebra
e la tempesta lo rende più spaventoso
E continuo il viaggio
e mi basta
che io tenebra
abbia amato la luce

Dicembre 1971

La storia inizia e termina nella spirale pericolosa dei tentacoli di un mostro: La Piovra…

piovra“Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi,zi,zi! Vive, vive,vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi,zi,zi. Sottrarsene era illusione. Alcuni tentavano, e si chiudevano nelle case, nei negozi, negli uffici, ovunque sembrasse di trovare un riparo, non udire almeno il ruggito, ma filtrando attraverrso le porte, le finestre, i muri, esso gli giungeva ugualmente agli orecchi sicchè dopo un poco finivano con l’arrendersi al sortilegio. Col pretesto di guardare uscivano, andavano incontro a un tentacolo e ci cadevano dentro, diventavano anche loro un pugno chiuso, un volto distorto, una bocca contratta. Zi,zi,zi! E la piovra cresceva, si spandeva in sussulti, a ciascun sussulto altri mille, altri diecimila, altri centomila. Alle due del pomeriggio erano cinquecentomila, alle tre un milione, alle quattro un milione e mezzo, alle cinque non si contavano più…”

Da Poeta a Poeta.

Il Ragazzo Che Sorride ( Panagulis) di Miki Thaodorakis 

 

IL PROGRESSO

C’erano schiavi un tempo
Oggetti di carne
Animali con due piedi
che nascevano e morivano
servendo bestie con due piedi

c’erano schiavi un tempo
che in vita
li teneva la speranza
della Libertà
Anni e anni sono passati
e adesso
quegli schiavi non esistono più
Ma è nato
un nuovo genere di schiavi
Schiavi pagati
Schiavi saziati
Schiavi che ridono
Schiavi che vogliono
Rimanere schiavi
Questo è il Progresso!

Panagulis_thumb.jpg

Le poesie di Alessandro Panagulis

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