
Alta, magra, capelli neri e viso sincero, la signora Tonia lavora nella macelleria di famiglia. Ogni giorno è lì, dietro il bancone con il suo camice bianco immacolato, pronta a servire i clienti. Suo marito Checco è un uomo accogliente, dallo sguardo sorridente. I signori Croce vivono con i loro due figli in un appartamentino accanto al negozio, ma al momento del grande boom degli anni ‘60 si trasferiscono in uno più grande, in una delle vie che corrono parallele al corso cittadino.
La signora Tonia vede in mia madre non solo una cliente, ma un’amica a cui rivolgersi nel momento del bisogno. E quale bisogno può avere una donna, lavoratrice, madre di due figli, benestante e apparentemente soddisfatta? Ce lo spiega nostra madre quando, dopo la morte di Checco, ci parla delle botte feroci che la dolce macellaia riceveva da suo marito, un uomo che con i clienti sembrava perfetto. È stato allora che abbiamo contestualizzato le sue uscite improvvise dopo che la signora Tonia l’aveva fatta chiamare dal figlio o da altri improvvisati “messaggeri”.
In una di quelle sere in cui Tonia sta soffrendo per le botte del macellaio e cerca conforto negli abbracci e nelle parole di mia madre, anche io mi sovrappongo al bisogno di aiuto. Ho nove anni e sto cucendo un vestitino alla mia bambola con la Singer di nonna, quando, invece del tessuto mi cucio un polpastrello! Che dolore! E quanto sangue! Qualcuno va subito a chiamare mamma. E lei arriva immediatamente con la soluzione del problema in tasca: alcol, cerottino e tanti baci.
Quando il marito violento muore, paradossalmente, la signora Tonia soffre molto, pur continuando ad essere spaventata da qualcosa, forse dall’idea che il mostro possa tornare di notte a farle del male. E infatti chiede di nuovo aiuto:
«Signòra Vé’ me fa’ venì Francesca, a famme compagnìa stanotte? Ténghe paura…»
Mamma non sa dirle di no. Francesca non ne vuole sapere, ma alla fine cede. Dopo una interminabile settimana di forzata opera di bene, la giovane dama di compagnia si stufa e decide di non andare più, ma la signora Tonia non demorde. Ancora non se la sente di dormire sola. E a chi tocca questa volta? Alla piccola di casa che non osa nemmeno dire un timido no. Che paura prova entrando in quelle stanze dove aleggia un’atmosfera di violenza e dove le due paure, quella della vedova e la sua, si assommano alimentando il freddo della casa e del lettone matrimoniale, testimone di chissà quanti momenti dolorosi.
La dama di compagnia supplente é fortunata, perché dovrà vivere quell’incubo solo un paio di notti. La signora Tonia infatti si rende conto di non poter andare avanti così e ritrova lo spirito di sempre, forse con la spintarella dolce e ferma di mia madre. Comincia così ad apprezzare la sua nuova condizione di vedova, finalmente libera dalla violenza bruta di un marito che la trattava come un pezzo di carne da battere.
La signora Tonia è riconoscente, sa che senza il calore delle due fanciulle non avrebbe superato facilmente quei momenti difficili e decide di fare un regalo a me che le avevo fatto compagnia per due notti solamente! E Francesca? E il suo ”sacrificio” di tanti notti? Niente. La dama di compagnia ufficiale ci rimane molto male.
Ma in cosa consiste il dono? Quando la signora Tonia me lo consegna avvolto in una carta colorata, lo prendo in mano stupita, ringrazio e cerco di intuire cosa contenga. È morbido: è forse un maglione? Lo scarto velocemente e vedo del tessuto di lana color senape:
“Pe te fa’ nu bellu vistìte ” dice la signora Tonia.
Un vestito senape? Torno a casa e getto la pezza sul tavolo di cucina.
“Non indosseò mai un vestito di questo colore da vecchia. No, mai e poi mai.-“
Mamma però mi fa notare alcune cose che secondo lei dovrebbero farmi cambiare idea: i miei capelli castano scuro, lunghi e lucenti e i miei brillanti occhi verdi, si sarebbero armonizzati benissimo con il giallo profondo del vestito che lei mi avrebbe cucito in uno stile moderno. Accetto senza entusiasmo, ma quando lo vedo, finito e rifinito, comincio ad apprezzarlo. Mamma ha creato un gioiellino, semplice nella struttura, con un giacchino corto ed elegante. Lo indosso addirittura a una festa tra amici e mi sento stranamente elegante e soddisfatta.
Intanto la signora Tonia continua a fare il suo lavoro e ad avere un rapporto amichevole con i miei genitori, tanto da proporre loro un possibile futuro matrimonio tra me e suo figlio, peraltro più piccolo di me. Assurdo!
Sto per diventare maggiorenne e forse il sogno della signora Tonia di farmi sposare il figlio esiste ancora nei suoi progetti. Mi fa un altro dono: un bellissimo vestito di lana fatto a mano, verde (colore che amo), con un corpetto a nido d’ ape davvero elegante. In primavera, ci concedono di andare a scuola senza il solito grembiule nero, posso così sfoggiare l’abito verde, simbolo del ritorno al colore e alla vita.
Le donne di casa Croce tornano ancora una volta nella mia vita quando, al momento dell’ imprevisto e dolorosissimo parto gemellare, vengo sollecitata dall’ostetrica a battezzare d’urgenza le due neonate. Abbiamo pronto un solo nome: Enrica. In questo momento di sospensione, tra dolore, stanchezza e paura, mi torna in mente Patrizia, la figlia della signora Tonia e, non so perché, con un filo di voce pronuncio il suo nome che l’ostetrica registra immediatamente scappando verso il reparto neonatale dove le bimbe lottano per la sopravvivenza in due incubatrici.
A proposito del colore senape: oggi mi piace e molti dei miei capi di abbigliamento hanno sfumature di quel giallo profondo che richiama l’idea dell’autunno e del foliage nel mio giardino.
