
Settembre 2023: il gruppo di lettura Girolibro riprende le attività dopo l’interruzione estiva. Mentre Pina fa le sue considerazioni su Passione d’Africa di Claude Niké-Bergeret, sento una forte spinta emotiva a leggerlo. Mi affascina il “diario” di una vita appassionata, quella della francese Claude, tra Camerun e Francia, andata e ritorno.
Alla base della mia scelta ci sono motivi familiari, è vero, ma anche l’esigenza di ascoltare una voce europea che ha vissuto in un territorio specifico dello sconfinato continente Africano. Quanta superficialità e ignoranza alberga in noi europei quando parliamo di Africa e di africani!
La storia
Claude ci racconta la sua vita nei territori bamileké, una regione del Camerun in cui la sua famiglia in missione evangelica ha operato e cresciuto i suoi tre figli.
“Bangangté non è tutto il Camerun, non è tutta l’Africa, così come Cognac e la Charente, dove ho trascorso la mia adolescenza, non sono tutta la Francia, tutta l’Europa. In Occidente si ha una visione tragica dell’Africa. Visione-oh quanto!- giustificata dalle immagini di guerre, carestie, siccità, campi profughi e città cresciute come funghi, oppresse dalla miseria. Spesso, a queste immagini si sovrappongono i cliché paradisiaci della vita selvaggia, quella degli animali magnifici inseriti in paesaggi lussureggianti, sempre minacciati dall’uomo. Ma vi sono tante altre immagini, tante altre Afriche, dalle coste mediterranee al capo di Buona Speranza, da Dakar all’oceano Indiano. Di tutte queste Afriche non conosco che una porzione infinitesima il Camerun; e all’interno di questa frazione, il territorio bamiléké, dove si trova Bangangté. Qui nel mio paese si dice spesso: “Che facciano di noi quel che vogliono, ma che non ci portino la guerra!”. Fortunatamente, dopo gli ultimi soprassalti della decolonizzazione, questo desiderio sembra essere stato esaudito. Qui non si muore di fame. Nei campi cresce di tutto, al mercato si vende di tutto. Le “etnie”, come le chiamano “loro”, o meglio i popoli, le chefferie coabitano pacificamente, senza tensioni. Come fanno gli altri, sempre che “loro” non ci portino la guerra.” P.13
Claude trascorre in Camerun i suoi primi tredici anni. Poi torna in Francia con la famiglia. Qui completa i suoi studi, si innamora (o almeno così crede), si sposa, ha due figli e conduce una vita “occidentale”, in una routine familiare e di lavoro che però non la soddisfa e che la sta spegnendo, lentamente.

Dentro, nel profondo, la cenere cova il fuoco del desiderio di tornare laggiù, dove ha vissuto un’infanzia felice, libera e piena di sorprese. Claude la ribelle, (quante gliene ha date sua madre!) fa la sua scelta e torna in Africa, dove tutto ha avuto origine. Comincia a costruirsi una sua vita indipendente e con i due bambini al seguito entra senza indugio all’interno della comunità che le è mancata tanto in Francia.
Poi accade l’impensabile, Claude conosce il nuovo re di Bangangté e qualcosa si accende nel suo cuore. Inizia una lunga frequentazione, dall’inizio amichevole, ma gradualmente trasformatasi in qualcosa di molto più forte. Il re si propone nel modo peggiore, cercando di possederla con la forza, ma Claude lo blocca facendogli capire che se lei non vuole lui non può. Il re capisce e adotta altre strategie per conquistarla. E ci riuscirà.
Riassumere ciò che accade a Claude riduce inevitabilmente la ricchezza della storia, dove si incontrano suggestioni impensabili. Una francese diventa una delle mogli del re, va a vivere in un sistema che va oltre l’harem, un sistema fatto di rispetto, di cooperazione, in fondo, di libertà e di amore. Di amore anche per la lussureggiante natura del Camerun, per i ritmi della terra, di quella fertile valle del Noun che diverrà il luogo di elezione, di lavoro e di vita, a fianco dei figli francesi e di quelli camerunensi, e anche di quelli delle co-spose. L’esperienza di Claude è una testimonianza di tolleranza e di amore per la comunità, senza sdolcinatezze e senza forzature.
Nel suo matrimonio, che potrà rompere quando e se lo riterrà opportuno o necessario, incontra momenti duri. Il re diventa alcolista e quando è ubriaco, diventa violento nei suoi confronti, salvo chiederle scusa al momento in cui la sbornia è passata. Eppure, per quanto incredibile, ama profondamente Claude, fino alla fine dei suoi giorni.
La danza
Pokam Njikè Robert è il simbolo e il corpo intorno a cui tutto ruota…E danza. La danza è la forza vitale che il corpo esprime mentre si muove al ritmo dei tamburi. E il re è bravissimo e bellissimo mentre danza. Non a caso viene chiamato “Il re danzante”:
“Quando il re danzava era come assistere a un miracolo. Allora quell’uomo di altezza media, dal passo elastico, si trasformava, sfiorava il suolo, vi scivolava sopra. Il suo corpo aderiva così perfettamente al ritmo che la musica pareva emanare da lui. Univa nei suoi movimenti la dolcezza alla prestanza, l’allegria alla forza. Irradiava calma e compiutezza. D’altronde, lui non danzava: viveva la danza, era la danza. Quando m’invitava mi scioglievo, mi lasciavo trasportare in un turbine da cui uscivo inebriata.” p.145
Claude lavora in due settori importanti della società: l’agricoltura e l’educazione. Il suo primo lavoro di insegnante non viene mai abbandonato. Tutti i bambini della chefferie, i figli e i nipoti del re, passano per le sue lezioni. E poi tanti altri ancora. Il suo secondo lavoro di agricoltrice è altrettanto vitale. Con le co-spose dissodano terreni e riportano alla vita e alla produttività la fertile e abbandonata terra del Noun. E producono cibo, tanto e buono, che condividono con la comunità, e vendono anche al mercato.
La pantera e il re
“Mi hanno detto che avevi visto una pantera, proprio prima della sua morte. È vero?”
“Sì, sulla pista della Cogefar, al Noun. Ma il giorno dopo il re mi disse che dovevo aver sbagliato animale”
“Sai, Ntechun [nome africano di Claude], tu hai visto veramente una pantera. Il suo totem sapeva che il re stava per morire e ha voluto comunicartelo, a te che eri ‘al di sopra della regina’”. p.269
Messaggio

Il libro è in fondo una storia di famiglia, anzi la storia di tante famiglie che nel tempo, e in modo ricorrente e circolare, tornano ad essere una. Il racconto di Claude apre lo sguardo al mondo e alimenta il desiderio di chi legge di entrare in contatto diretto con le meraviglie umane e naturali descritte.
“Quando il mio cuore cesserà di battere è sotto questa terra tanto amata che verrò seppellita, senza bara. Il più tardi possibile, spero. In attesa, malgrado i vincoli umani e naturali, mi sento libera di crearmi ogni giorno la vita come la intendo io. E domani? Che importa. Solo il presente conta. Nulla è definitivo una volta per sempre, e al Noun tutto è possibile” p.309
Assaggi
Incendi-bruciò tutto “…tranne la nostra casa. Eppure, i miei genitori non l’avevano protetta meglio degli altri edifici. La stessa casa venne risparmiata anche del secondo incendio, ma, in entrambe le occasioni, mio padre ne distrusse il tetto per apportare le stesse modifiche con cui aveva ricostruito gli altri edifici. Credo che fu durante questi due incendi che compresi con un certo fatalismo, la debolezza umana di fronte alla potenza della natura. In questo, ero africana. Nello stesso tempo scoprii, con ammirazione, il coraggio e l’ostinazione di mio padre che, a dispetto di tutto, ricostruì la missione. In questo, ero europea. P 33.
Al liceo francese ”E fu comunque un incubo. Tutte quelle “bianche” che mi guardavano come una bestia strana venuta da un paese di selvaggi, mi terrorizzavano. Anche i miei professori mi consideravano un animale raro, il che era ancora peggio. “Ha già avuto le mestruazioni?” S’ informava il mio professore di latino. Per forza in Africa le ragazze sono precoci, non è così? Appena mi sentivo osservata da un adulto, il cuore mi cominciava a battere all’impazzata. Arrossivo, voltavo la testa dall’altra parte, cercando di nascondere l’imbarazzo. Al che, disilluso il professore di turno dava un’alzata di spalle e passava oltre. Non uno di loro fece lo sforzo di venirmi incontro e cercare di comprendermi. Erano sicuri che fossi irrecuperabile. Una selvaggia, una piccola negretta che difficilmente avrebbe potuto essere ricondotta alla civiltà.” p.53
Tornare a casa “Hai idea di dove stai andando mentre fai i bagagli?” Mia madre sta guardando, sconsolata, i pochi abiti che sto lavando nel lavabo. Prima della partenza avevo infilato in una valigia in fretta e furia biancheria sporca e biancheria pulita insieme. “Sì, mamma, so che sto tornando a casa”.
A casa, “al mio villaggio”, come si dice in francocamerunese. E questo villaggio non è molto di più che una casa isolata nella macchia; o un gruppetto di pochi tetti intorno a una, chefferie, e cioè qualche ramo di banano intrecciato, e issato sopra a quattro pali di bambù cantati in mezzo alla foresta; o il rione di una bidonville in seno a una metropoli di centinaia di migliaia di abitanti. Ma in ogni caso, resta “il villaggio”. Un tempo il contadino francese era solito dire “Rientro al paese”. Il camerunese continua a dire “Ritorno al villaggio” p 94.
E arriva il re cattivo “Improvvisamente la testa mi esplose! Provai un dolore intollerabile. Mi udii lanciare un urlo, troppo debole a causa del dolore. Il re mi aveva sferrato un pugno molto forte in pieno viso in modo così inaspettato che non avevo avuto modo di fare il minimo gesto per cercare di attenuare il colpo. Non so per quanto tempo rimasi svenuta. Quando ripresi conoscenza, ero per terra, a fianco del letto, stordita, incapace di reagire. Il re aveva chiamato le altre mogli e urlava contro di me con un’aggressività incredibile. Udii anche il pianto di Rudolph e di Sophie. Ma niente contava di più tranne quel dolore fisico, dolore fisico e morale. Il sangue mi colava dalla bocca e dal naso” p.221
La moglie si nega al re “Una moglie era assolutamente libera di rifiutarsi di raggiungere il re nella sua stanza. E succedeva anche che il rifiuto individuale si trasformasse in uno sciopero collettivo quando il re si comportava in modo particolarmente odioso” p.222
La valle del Noun ”Uscimmo dalla zona cintata. Scendemmo lungo la pista sulla sinistra e imboccammo la strada nazionale che portava a Yaoundé. Dopo una curva a gomito ci trovammo sulla pista aperta dalla Cogefar. che affrontava con un leggero pendio i cinquecento metri di dislivello tra il fiume Noun e l’altopiano.
Un paesaggio immenso si aprì improvvisamente davanti a noi, srotolandosi senza fine ai nostri piedi: migliaia di ettari di foreste e di erba alta. Niente a che vedere con i viluppi di colline che nascondevano l’orizzonte. La distesa di terra si dispiegava all’infinito. In fondo molto in basso le montagne di Yoko, irreali, e i vulcani spenti della regione di Foumban sembravano galleggiare in un cielo azzurro pallido, stupendo. Là, così vicino agli altopiani di laterite rossa del tavolato bamileké, tutto dava l’idea di essere più fertile, più accogliente. Sulla mia destra, dietro la voluttuosa ondulazione del rilievo, intravedevo il corso di un torrente che scendeva verso il fiume. Persino gli uccelli, Là, sembravano volare più liberamente.” p. 244.
