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“Due ore, è una lettura veloce...” dice Roberto nella sua intervista a Fabio Fazio. Vero,  sono bastate un paio d’ore di lettura e annotazioni e  SONO ANCORA VIVO,  il  graphic novel di Roberto Saviano e Asaf Hanuka, è entrato a far parte a pieno titolo delle mie letture preferite.

D’altra parte i libri di Saviano  mi piacciono da sempre. In questo caso si aggiunge la suggestiva mano grafica di Hanuka. I miei occhi hanno faticato a seguire il guizzo del carattere di stampa, ma una  lente di ingrandimento  ha fatto da  valido supporto, per non perdere neanche una sillaba.

Parto da un concetto guida che ispira  Roberto,  un concetto che spesso attraversa anche la mia vita:

La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile” Corrado Alvaro

E non è stato e non è ancora inutile quello che Saviano ha fatto per la nostra società e per la lotta contro il malaffare camorrista, e non solo  nei  quindici anni di vita scortata.  Il racconto delle sue vicissitudini non mi spinge a compatirlo e non perché non mi senta coinvolta e non mi  indigni per quello che è costretto a subire e per le malefatte dei suoi “persecutori”,  ma perché preferisco  seguirlo lungo il selciato tracciato dalle sue parole, e dalle immagini che di lui ha costruito Asaf Hanuka, con il sano distacco  che credo  Roberto stesso chieda al suo lettore. Non indulge infatti  al pietismo ma fa cronaca di vita vissuta in prima persona. Come  lettrice rispetto questo punto di vista e lo faccio mio.

Alcuni episodi  aggiungono dettagli  alla mia conoscenza della sua vicenda.  Tra questi  il ruolo di Charlie, cane da esplosivo tenero, infaticabile, che qualche volta sbaglia creando uno scompiglio inimmaginabile.

Mi accompagna nella lettura, come accompagna Roberto  nel racconto della sua vita,  Redemption songs del grandissimo Bob Marley. La musica e l’arte fanno da filo conduttore di tutte le battaglie che vale la pena di combattere, per affrancarsi dalla schiavitù e conquistare la libertà.

Ignoro  le ragioni che hanno spinto Hanuka a scegliere alcuni colori piuttosto che altri  in ciascun capitolo, mi piace pensare che siano state ispirate dal bisogno di armonizzare le vicende narrate con quel dato colore.  Anche il colore parla e conferisce alla storia eloquenti sfumature.

Come il color seppia dei ricordi di famiglia. Ma che meraviglia il papà in bicicletta che porta Roberto sul cesto davanti al manubrio! Poi, man mano che il tempo  avanza, il bambino diventa adulto e poi gorilla arrabbiato allo zoo della vita. Sempre in bicicletta;

Come l’antitesi oro/grigio  per visualizzare il  vile assassinio di  Don Peppino Diana parroco anti camorra. Lo splendore  e il fulgore di Don Diana, fonte di ispirazione per le idee e le azioni di Roberto, Il grigio  delle zone d’ombra in cui si nascondono  e agiscono i malfattori;

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Come il rosso, il grigio e il nero  delle tenebre incombenti,  che accolgono il rito di affiliazione e il brindisi con il vino rosso  versato sul pavimento per far partecipare al giuramento anche  i morti, abitanti e padroni del regno di sotto.

Angeli e cavalieri combattono la lotta dell’amore che questa volta però non vince tutto,  e tuttavia cerca di farsi strada tra  mille difficoltà  per arrivare alla chiave del  cuore di Roberto, ma quanto è difficile amarsi  e togliersi l’armatura. Anche qui oro, grigio, bianco per la difficile gestione dei sentimenti. Come può una donna “normale” vivere accanto ad un puzzle in “esilio”, così difficile da ricomporre? Il riferimento alle sliding doors  del film  sembra calzare a pennello alla sua  vita multidimensionale, che fa girare la testa.

Roberto deve essere trasferito  negli USA. L’azzurro del cielo  e delle divise dei poliziotti di New York, fa quasi intravvedere uno spiraglio di luce, sebbene  la vita continui ad essere sotto controllo burocratico, più forte e deciso che mai in  questi difficili tempi di paura.  Altro che attico a Manhattan! Questo capitolo mi  avvolge con la forza del ricordo personale. Roberto  insegna alla New York University, io ci ho studiato  e dunque   mi sembra di tornare indietro nel mio piccolo appartamento  del Dorm NYU, al 240 di Mercer Street.  Ma io  ero lì per libera scelta.

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La copertina  riporta l’immagine più efficace del libro, quell’acquario di lacrime in cui Roberto  desidera affogare, prima o poi, per dar sfogo a tutto  il suo dolore e la sua rabbia. Ci si abitua alle cattiverie dei cattivi, te le aspetti e fanno  relativamente male. Peggio è per le cattiverie  gratuite della cosiddetta gente per bene. Sarebbe facile farla finita… Impressionanti le pagine con i disegni delle varie aree del cervello,  della pistola con le sue parti, della  testa attraversata da vasi sanguigni in ebollizione. Vuoi farla finita? Dai è facile! MAI, sono e resto vivo, fottuti bastardi.

“Vivo così da quindici anni-ma sono ancora vivo… Fine della prima metà della mia vita”

Sindrome da serie? Forse, ma speriamo ci siano solo sequel  sulla vita normale e le normali lotte quotidiane di un uomo contemporaneo. 

Ispirazione

Saviano  si ispira a Papillon, (protagonista di film e romanzo ) nell’emettere il suo disperato grido  di “esistenza in vita”. Papillon ne passa tante, ma così tante da non poter neanche immaginare… Alla fine  però, quando sta per riconquistare la sua libertà, butta fuori con rabbia il grido liberatorio:

”Maledetti bastardi, sono ancora vivo”

Buona vita Roberto! E continua a starci vicino con i tuoi romanzi, i tuoi articoli, la tua passione politica e sociale, le tue contraddizioni…e le tue serie TV.